Svincolamenti

Oggi è un anno esatto dall’uscita di Ultimo oceano ed è strano, perché è tutto il giorno – qualche giorno, in realtà – che questo pensiero è un brusio continuo. Di solito non festeggio gli anniversari dei romanzi, ricordo giusto qualche data, ma in questo caso è diverso perché non si tratta di un festeggiamento vero – c’è ben poco da festeggiare, tanto – quanto semplicemente di… marcare il passaggio del tempo.

Un anno fa è uscito il romanzo che ho amato scrivere più di ogni altro, quello che – senza che me ne rendessi conto – ha messo fine al tempo in cui farlo mi veniva semplice, naturale. Erano mesi che non combinavo niente con la scrittura, già allora: nei dodici successivi ho tirato fuori giusto un raccontino. E sento la mancanza delle parole, della capacità di metterle in fila che avevo, del significato che intuivo tra le righe e mi dava ritmo, senso, dimensione: è una cicatrice strana, liscia e impercettibile, perfettamente saldata a nascondere l’assenza di qualcosa che non riesco più a trovare.

Non so neanche dargli un nome.

Immagino che non sia l’ideale, ricomparire dopo mesi di silenzio senza niente di concreto da dire, ma forse è vero che se aspetto di avere qualcosa di concreto lascerò passare gli anni e alla fine non tornerò proprio: forse è assurdo aspettarsi da me che sappia cosa scrivere prima di cominciare a farlo, forse è stato questo il problema – uno dei tanti – per tutto questo tempo. Mi sono sempre chiarita le idee a tu per tu con il foglio, pescando il senso parola per parola, e per un sacco di tempo non ho avuto voglia di farlo perché inseguire il senso era stancante, faticoso, uno strazio: perché ero triste, ed ero arrabbiata, e mi sentivo sola e spersa in un mondo che non è mai stato così ottusamente delirante e spento e sull’orlo dell’abisso, perché l’ultimo anno è stato una specie di incubo smorzato, dove niente aveva senso ma i giorni si incatenavano l’uno all’altro come un incantesimo e non potevi scioglierli, liberare le parole, solo sparire nella rete e lasciare che il tempo dissolvesse la presenza. Ho chiuso Internet. Smesso di leggere romanzi. Studiato i tarocchi, per qualche mese, cercando la magia dell’intuizione, consumato pacchi di fanfiction dei fandom più disparati nella speranza che le endorfine dell’ennesimo idiots-to-lovers accendessero almeno qualche scintilla, piantato bocche di leone che le mosche bianche mi hanno prosciugato come ogni estate. Adesso è autunno e non c’è più neanche l’orto a dare una scansione funzionale dei giorni, in montagna fa freddo, i boschi sono troppo umidi per risparmiarmi raffreddori. Ho passato settembre con l’ansia di non avere nulla da fare e poi in una settimana mi sono piombati addosso due progetti grossi che mi impegneranno fino all’anno nuovo, e sto cercando di capire. Perché non sono soddisfatta di niente, anche quando succedono cose che ho sempre considerato un obiettivo irraggiungibile. Perché continuo a pensare al silenzio, quello intimo che puoi condividere solo con qualcuno, e agli anni che sono passati dall’ultima volta che mi è capitato di sentirlo – di viverlo, tesserlo – fianco a fianco mentre si camminava mano nella mano, o forse senza neanche toccarsi, giusto uno sfioramento delle braccia. La strada da un lato, il fosso dall’altra. Tutta la vita davanti, completamente diversa da quella che poi è stata.

Mi manca Sabrina. Mi manca M., in maniera del tutto incongrua, forse solo immaginata, N. e l’ombra della vita che avrei avuto, forse, se non avessi preso certe decisioni all’epoca, se non mi avessero lasciato scegliere. Mi mancano le illusioni che avevo solo fino all’anno scorso, la prospettiva di un orizzonte vagheggiato in cui essere me stessa, senza dover tagliare via niente. Mi mancano i tre anni di Maya, quando potevo prenderla in braccio quando volevo, cullarla per ore e sentirla così piccola. Mi manca la dimensione luminosa, liminale in cui la mia mente scivolava quando lavoravo a una storia. Mi manca stare ferma da qualche parte, respirare e sentirmi bene. Non avere paura.

Non so perché sto scrivendo tutto questo qui, in un post che inizia parlando di Ultimo oceano. Volevo postarlo su Effemeridi e mi sono trovata a inseguire pensieri che avrebbero senso – poco – soltanto su Rumoralilas, e non so ancora a quale dei due deciderò di approdare, se non cestinerò tutto come se niente fosse, ma forse c’è un senso nelle ricorrenze, negli anniversari che sono come un ripiegarsi dei cicli. Un anno fa ho lasciato libera una storia, oppure l’ho affondata: come una pietra nell’acqua. Se volessi farlo o meno non mi è chiaro, perché di quel mese ricordo solo il carteggio imprevisto con la B. di Sabrina e quel momento nettissimo, quasi accecante, in cui ho scelto di risponderle e il desiderio mi è esploso in gola come un sapore: la nostalgia di lei, l’illusione di poterla ritrovare in qualcun altro. Erano anni che non mi sentivo così viva, ma è durato appena un minuto. E forse è un bene che tutto il resto sia finito sullo sfondo, dopo – il fallimento, la delusione, la rinuncia a prescindere – forse se non ci fosse stata quella deflagrazione avrei sentito l’impatto in maniera più viva, invece mi sono assestata nell’indolenza. Adesso vorrei riannodare qualche nodo, però, e non so più come fare. Il tempo passa anche quando non te ne accorgi, anche se ti rifiuti di guardarlo: chi l’avrebbe detto? Non so cosa ho fatto in questo anno, a parte i tarocchi e le fanfiction e la montagna e l’orto; a un certo punto ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti Maya era cresciuta, la Rosa stagnava da due anni, la mia promessa a Sabrina si era infranta come una bolla di sapone e avevo perso ogni bussola. Neanche mi andava di scrivere lo smarrimento.

Probabilmente dovrei farlo, però, ha ragione Stefania. Scrivere quello che mi viene e come viene, nei ritagli di tempo; farlo come praticando un foro perché sfiati l’aria. Lasciar calare la pressione, ritrovare un ritmo. Ritrovare lei, magari, non soltanto nella mia testa, nelle mille conversazioni che ho avuto con il suo fantasma in questi mesi che imputridivano il mondo fino a rendermi quasi sollevata che lei non dovesse più viverlo, ma anche nelle parole, nella dimensione profonda in cui ci incontravamo. Farlo con altre storie, se le nostre adesso sembrano avvelenate, superare il blocco.

Il fatto che stia scrivendo questo post nel sabato pomeriggio più pieno da mesi a questa parte, con gli occhi consumati dalle ore che ho già passato a guardare parole e spostarle tra tre lingue non è molto incoraggiante, forse. Il solito bisogno di tenere una via di fuga aperta, non impegnarmi del tutto: scrivere un romanzo e poi ignorarne l’uscita, prendere doppia mole di lavoro quando potrebbe essere in ballo il mio futuro. Parlare per vie ellittiche, insinuazioni che hanno senso solo nel presente. Guardare il futuro tra dita socchiuse.

O immergermi in una fantasticheria dopo l’altra, ogni giorno, per mesi, lasciando le storie a macerare in una brodaglia da cui fatichi a pescare una trama sola. Accumulare libri che non leggi, argomenti da approfondire in qualche momento indeterminato, rimandare ogni progetto a quell’orizzonte elusivo. Cambiare obiettivo di continuo, anche senza ammetterlo.

A volte ho una nostalgia lancinante della Rosa, ed è difficile capire se è più nostalgia dei vent’anni, di Sabrina, di un tempo in cui mi sentivo intera e giusta, o in cui la scrittura sfuggiva miracolosamente alla gabbia di aspettative e ansie e inadeguatezze in cui costringo tutto il resto, esisteva per se stessa e non chiedeva nient’altro. Non so neanche quando si sia infranto, questo, perché l’ultimo anno l’ha soltanto accelerato. La crepa si era già aperta, stava già crollando tutto.

Qualche giorno fa sono finita a rileggere i messaggi di M. che neanche ricordavo mi avesse mai scritto. Chiedeva della scrittura, io avevo cambiato argomento. Quando ho rivisto N. ho fatto lo stesso: me ne sono accorta solo dopo. Svicolo sempre d’istinto. E forse penso a Theo anche per questo, in fondo, perché è un verbo che ho usato spesso con lui; C. aveva dovuto correggermelo. Svicolare, svincolare: un refuso indicativo. Neppure ci avevo fatto caso. Adesso mi sembra trasparentissimo. Probabilmente avrei scritto un post tutto diverso se mi fosse venuto in mente all’inizio invece che alla fine. Forse lo farò un altro giorno.

Neanche un proposito: uno spunto.

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10 thoughts on “Svincolamenti

  1. Marilia

    A volte l’ostacolo più difficile da superare non è l’ostacolo stresso ma la nostra percezione dell’ostacolo. Qualcuno l’avrà pur detto, no? Quando le parole messe per iscritto valgono così tanto e le senti così dentro, a volte può far paura scriverle, o sembra una costrizione – qualcosa di troppo pesante, una pressione prepotente a ricercare motivazioni che non sempre esistono. Però spesso quella logica che crea frasi di senso compiuto non è poi così necessaria, e smettere di rincorrerla diventa un sollievo. A volte le parole devono solo essere scritte una dietro l’altra senza struggersi per dargli un senso dall’esterno, perchè l’importante è che abbiano senso per chi le scrive, e in quel determinato momento. Magari non comunicano niente e non portano ad una conclusione, ma una volta scritte ci sono, esistono, e in un modo o nell’altro hanno apportato un cambiamento: seppur minimo e solo in senso *personalissimo*, ma quel cambiamento esiste ed è un primo passo.
    E niente, il tempismo che ci lega mi lascia sempre abbastanza sorpresa. Ho da poco finito di rileggere Ultimo Oceano, e ti penso spesso – spessissimo. Se ti fischiano le orecchie ogni tanto, sono io. Ti abbraccio ♥
    Mari

  2. Marilia

    A volte l’ostacolo più difficile da superare non è l’ostacolo stresso ma la nostra percezione dell’ostacolo. Qualcuno l’avrà pur detto, no? Quando le parole messe per iscritto valgono così tanto e le senti così dentro, a volte può far paura scriverle, o sembra una costrizione – qualcosa di troppo pesante, una pressione prepotente a ricercare motivazioni che non sempre esistono. Però spesso quella logica che crea frasi di senso compiuto non è poi così necessaria, e smettere di rincorrerla diventa un sollievo. A volte le parole devono solo essere scritte una dietro l’altra senza struggersi per dargli un senso dall’esterno, perchè l’importante è che abbiano senso per chi le scrive, e in quel determinato momento. Magari non comunicano niente e non portano ad una conclusione, ma una volta scritte ci sono, esistono, e in un modo o nell’altro hanno apportato un cambiamento: seppur minimo e solo in senso *personalissimo*, ma quel cambiamento esiste ed è un primo passo.
    E niente, il tempismo che ci lega mi lascia sempre abbastanza sorpresa. Ho da poco finito di rileggere Ultimo Oceano, e ti penso spesso – spessissimo. Se ti fischiano le orecchie ogni tanto, sono io. Ti abbraccio ♥
    Mari

    1. Micol

      Mari ♥ Scusa se ci ho messo un secolo a risponderti, riesco a perdermi anche quando ho appena rimesso il naso fuori dalla tana… Ti ringrazio tantissimo per quello che hai scritto, penso fossero cose che avevo bisogno di sentire. Hai ragione quando dici che forse la cosa migliore sarebbe lasciarsi andare e basta, lasciar fluire: a volte lo penso anche io, sto solo avendo – da mesi – enormi problemi a vincere la stanchezza. Però insomma, è vero: qualunque cosa, per quanto minima, è sempre un primo passo. Speriamo che prima o poi arrivi anche un secondo e un terzo.^^
      E niente. Grazie anche di aver voluto tornare da Theo e Raven&Jude, e di pensarmi ♥ È dolcissimo saperlo. Spero che tu stia bene, intanto, dovunque tu sia e qualunque cosa stia facendo. Ti abbraccio anche io.

  3. Stefania Covella

    Se non stonasse nel quadro generale, scriverei che sono “contenta” di leggere questo post. Spero che sia il primo di tanti fori, che ti aiuti sul serio a sfiatare. Spero che le altre leggano, che ti scrivano, non necessariamente qualcosa di profondo ma qualcosa di vero, o anche solo che ti consiglino un libro, una pianta per l’orto o per il balcone. Anche solo un metodo per tenere lontane le mosche bianche. E anche se non commentasse nessuno, anche se non leggesse nessuno, hai lasciato fluire qualcosa. L’hai scritto per te, che è un po’ il senso delle cose al quale fare ritorno, per stare bene. Per il resto sai. Però questo commento lo voglio lasciare qui, dove può restare senza perdersi tra i messaggi. Ste

    1. Stefania Covella

      Alle quali* maledizione. *rolls*
      (Riguardo alle mosche bianche, mia madre ti consiglia l’olio di neem, ma lei in realtà va direttamente di macerato d’aglio, se non sei avversa al suo odore.)

    2. Micol

      ♥♥♥ Mentre scrivevo avevo una vocina che continuava a dire “Toh guarda, missà che anche stavolta Ste aveva ragione…”^^ Spero che riuscirò a continuare a seguire il consiglio. (O forse dovrei dire consigli, in generale, credo.^^)
      E nulla. Il resto lo stai anche tu.

      (Grazie per aver chiesto a tua mamma delle mosche bianche! L’olio di neem forse non l’avevo mai sentito, degli effetti repellenti dell’aglio lo sapevo ma non pensavo funzionasse anche con quello, l’anno prossimo provo.^^ Anche se il problema non è neanche tanto scacciarle una volta – avevo letto di provare a spruzzarle con un misto di acqua, olio e sapone di Marsiglia, e sul momento funziona – più che altro è che, ehm, ho bocche di leone un po’ dappertutto rolls e ogni volta mi dimentico qualche pianta e le mosche migrano su quella e sopravvivono finché non finisce l’effetto del sapone di Marsiglia sulla pianta originale e tornano a colonizzarla. rolls Probabilmente dovrei diventare drastica e tagliare via tutti i rami infetti – quando l’ho fatto sono riuscita a fermarle in tempo – ma mi dispiace sempre troppo e insomma. I tagli drastici non fanno per me neanche in questo.^^)

  4. Ariadne Jones

    Mi accodo a Stefania nel dire che, nonostante il tono, innanzitutto sono felice di rileggerti. L’algoritmo di Facebook non mi mostra più i tuoi post in homepage ma per fortuna mi è arrivata la segnalazione via mail. Per il resto mi sento impotente, vorrei poter dire qualcosa di costruttivo, anche solo un consiglio sulle piante (ma sono pessima, ho fatto fallire miseramente tutti i tentativi di fare crescere un avocado), ma l’unica cosa che vorrei fare davvero è abbracciarti. Se solo fosse possibile farlo con le parole. Conosco il genere di blocco di cui parli, ci combatto da anni, e se ho trovato un certo equilibrio lo devo però a un tipo di scrittura che con la narrativa non c’entra nulla. Sono contenta che tu sia riuscita a portare a termine questo post, so lo sforzo che ha richiesto provarci, so quanto ti costi esporti ogni volta. E ti ringrazio, ti ringrazio immensamente per ogni riga che scrivi, per Ultimo Oceano che un giorno troverò la forza di affrontare. Spero che tu possa riannodare qualche filo, anche solo quello con M.

    1. Micol

      Dani ♥ In realtà credo sia più colpa mia che dell’algoritmo di Facebook, nel 2022 ho aggiornato così poco che quasi mi stupisce non mi abbia ancora disattivato il profilo.^^ Ti ringrazio tantissimo per quello che hai scritto, in ogni caso, per l’abbraccio a parole – che conta sempre comunque^^ – e per conoscere il blocco di persona. Ho pensato spesso alle morning pages, in questi mesi, e ogni volta il pensiero si porta dietro anche te, in qualche modo. Sono felice di sapere che adesso sei riuscita a riconquistare un qualche equilibrio, e conta davvero poco, credo, che sia nel campo della non-fiction: le parole sono parole sempre, seguono logiche parallele, fanno le stesse magie. Spero che continuerai così, e di riuscire anch’io a ritrovare una dimensione che funzioni in qualche modo. Sarebbe già qualcosa se riuscissi a scriverne: la cosa che più mi ha spaventato di quest’anno è che, a parte il non scrivere romanzi o storie, non ho scritto neanche post, o cose mie, recensioni, persino le e-mail si sono diradate tantissimo. Se non ci fossero le traduzioni che tengono attivi i muscoli della lingua avrei davvero paura di essermi arrugginita troppo. Così, spero solo che passi questo tempo e di svegliarmi un giorno con la mente più leggera, credo.
      Ed ecco. Di non sparire più per così tanto.
      Grazie dell’augurio dei fili da riallacciare. Vedremo.^^
      Ti abbraccio ♥

  5. Ciao! Mi fa tanto piacere rileggerti, anche se mi dispiace che ancora le cose siano come siano. Vorrei davvero avere la capacità di scriverti le parole giuste per darti la spinta verso la tua strada. Un abbraccio!💜

    1. Micol

      ♥ Grazie, Baylee, spero davvero che questa fase duri ancora poco e che potremo tornare a parlare di libri come una volta!^^ Qualche segno positivo c’è, incrocio le dita. Ti abbraccio anche io. ♥

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