«The light of autumn»

Sarà il tempo – piove, poco freddo ma la mente non ci crede – ma è da stamattina alle otto e mezza, quando si è presentato miagolando dietro la porta, che Mirò non mi si schioda di dosso, sempre in braccio, caldo e fuseggiante, se non quasi molesto, o acciambellato sulla mia felpa vicino alla stufa, un occhio socchiuso a non perdermi di vista. È buffo perché fa tutto da solo, va e viene e sparisce a piacimento, ma quando passa qualche giorno senza entrare in casa mi tratta come se fossi stata io, ad andarmene per chissà quanto. Ansia d’abbandono del tutto gratuito. Sempre più sottile. Quasi umano.

(A volte lo guardo e penso ai gatti delle streghe. Nero lucido e musi affilati, occhi giallo-verdi e canini lunghissimi. Così intelligenti e leali, a loro modo. Diabolici, se scegli di dare al termine tutt’altro significato.)

Sono giorni un po’ ripiegati su se stessi. La presentazione di sabato scorso è stata una bella esperienza – ne ho parlato altrove, mi sembra già anche troppo, quindi eviterei di tornarci – ma mi ha lasciato addosso uno strascico strano, voglia di fare, in parte, ma soprattutto di tornare indietro. Un po’ me l’aspettavo. Un po’ non voglio permetterlo del tutto. E quindi sono tornata alle sintesi, alle sinossi, a tutte le storie lasciate in sospeso negli anni: lunedì ho avuto un’illuminazione per Keith, mercoledì ero quasi sicura di riprendere in mano Jude e Raven ragazzini, giovedì è arrivata una notizia potenzialmente molto positiva e adesso ho in testa Mark, di nuovo, vivo e smarrito. Ho Helene che gli parla, tutti gli altri che cercano di superarlo, e non so come fare a scrivere la sua storia perché di tutte quelle che ho in mente è senz’altro la meno ordinata. Trame convergenti o parallele, incroci, qualcosa che avrebbe bisogno di spazio e respiro. Io invece riesco a pensare solo in termini di strutture, al momento, gabbie che sostengono la trama e la incanalano, misure fisse. E non è neppure così, che funziona, non credo, dovresti lasciarti il tempo di esplorare. Non so perché continuo a pensare che il tempo scarseggi, invece; forse mi ha contagiato Sabrina. O forse dovrei evitare di dare colpe ad altri, perché in fondo a complicarmi la vita sono sempre stata molto brava da sola. Continue reading “«The light of autumn»”

22 settembre

È sempre strana la dimensione interiore del tempo: il modo in cui certi periodi sembrano infiniti e non ti lasciano spazio, il calendario pare scritto in un alfabeto diverso e tu cambi con esso, giorno dopo giorno, senza riuscire a capacitarti di essere già arrivata a un momento che sembrava lontanissimo e al tempo stesso sentendo che ciascuno degli istanti vissuti ti ha impresso addosso qualcosa, a fondo.

Questa settimana è stata stranissima, altalenante e coerente insieme: come se, mentre la vita scorre, fossi riuscita finalmente ad afferrare uno dei bandoli della matassa che mi ingarbuglia e lo stessi piano piano tirando, risalendo verso l’origine. Ho appena iniziato, forse è solo un’illusione. Forse lascerò la presa domani, stasera stessa, forse non ritroverò più quel bandolo e dovrò annaspare in cerca di qualche altro filo. Per adesso è qui, però, né molle né teso. Posato nel palmo. Come se bastasse chiudere le dita per sentirlo. Meglio di niente, credo.

(Prima o poi la finirò con questi riferimenti ambigui, giuro. Adesso non ci riesco. È una dimensione strana anche questa, in realtà, quella di un blog che non vuole essere un diario intimo, perché non sono il tipo che riesce a darsi in pasto al pubblico senza prima cambiare nome e possibilmente anche volto, ma al tempo stesso torna e ritorna sempre sullo stesso io. Un bisogno di privacy e intimità e segretezza che fa a pugni con la necessità di trascrivere tutto in una narrazione approssimata, perché alla fine sono ancora la ragazzina che la mia vita si fa nel narrarla, anche quando non succede nulla. O nulla di concreto ed esterno, almeno, solo un’altalena interiore che non riesco a fissare. Sto puntando un po’ tutto sull’abitudine.) Continue reading “22 settembre”

Ottobre

È davvero… allarmante, la facilità con cui l’ansia distorce le cose. Oggi pomeriggio ho ricevuto un’e-mail lavorativa un po’ imprevista che ha magicamente cancellato almeno metà delle preoccupazioni relative a quest’ambito che mi hanno tormentato nell’ultimo mese – segno che, come sospettavo dall’inizio, erano paranoie che mi sarei potuta benissimo evitare – e il risultato è che la nebbia che ha aleggiato sul mio cervello per tutto ottobre si è alzata e di colpo io sono riuscita a vedere tutto con un po’ più di prospettiva. E mi sono accorta che, se soggettivamente ottobre è stato un po’ uno schifo, oggettivamente ha contenuto anche cose molto belle.

Quindi. Giusto perché ho passato l’ultima mezz’ora ad appuntarle mentalmente mentre mi lavavo e asciugavo i capelli e sono inspiegabilmente commossa dalla vita, un elenco random in dodici punti. Per ricordare a me stessa che in mezzo alla nebbia non si vede niente davvero, ma il mondo continua a esistere lo stesso. E magari anche per aggiornare chi passa di qui e insomma: negli ultimi tempi mi ha visto ancora meno del solito.  Continue reading “Ottobre”

Strange days*

Sono giorni strani. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare davvero un modo più preciso per definirli: sarà l’autunno che avanza, sarà l’estate non davvero vissuta, o l’inspiegabile – perché tutta mentale – nebbia che sento aleggiare sui prossimi mesi della mia vita, ma è tutta la settimana che riverso paranoie confuse nell’inbox di Sabrina, cercando di dipanare non capisco neanche bene quale matassa.

In parte credo c’entri il fatto che dovrei avere un grosso annuncio da fare, a breve, ma mi sono imposta di non parlarne pubblicamente finché non avrò la certezza pressoché matematica che non si riveli una bolla di sapone, e quindi la settimana si è trascinata nell’attesa di questa conferma non ancora pervenuta, e boh. Mi sento sospesa a metà, tra la felicità e l’ansia. Che, trattandosi di me, significa più che altro che sto appesa all’ansia chiedendomi perché non riesco a essere felice e basta. *rolls* Continue reading “Strange days*”

«It gets harder to say»

È un periodo che leggo&amo tantissimo un poeta americano che pubblica e vince premi da una ventina d’anni ma che io ho scoperto solo da qualche mese: Carl Phillips. Non ricordo neanche come, esattamente, solo che la sua prima poesia che ho trovato è Civilization e subito dopo averla letta – una due tre volte, credo – l’ho stampata e me la sono tenuta vicina per mesi quasi come una preghiera, perché non mi era mai capitato – mai – di trovare qualcuno che usasse una sintassi così spezzata e al tempo stesso armonica, e così in armonia *con me*. Come immagini e senso, o il senso che ci leggo io almeno. La stessa impressione di miracolo e luce soffusa che mi scopro a osservare incantata, giorno dopo giorno. E con un ritmo che sembrava avvitarsi sulla mia anima, o forse sciogliere nodi di cui non avevo neanche coscienza.

Oggi stavo sfogliando il libro da cui è tratta – non ho ancora finito di leggerlo, mi sono regalata la raccolta precedente per il compleanno ma questo è uscito dopo, ho dovuto comprarlo a parte e da quando è arrivato lo sto centellinando – e mi sono trovata davanti l’ennesima immagine perfetta.

I think
to be useless doesn’t have to mean
not somehow mattering. Years now, and

still I can’t stop collecting the strewn shells
of spent ammunitions where I come across them:
carefully, I hold each up toward what’s left of the light.

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Dove finisce la pioggia

Ho passato cinque minuti a scrivere e cancellare l’inizio di questo post sconclusionato per scoprire che, in realtà, stavo solo inseguendo Murakami: «Chi può dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia?» scriveva, ne La ragazza dello Sputnik (che ovviamente ho letto da troppo tempo per averne un ricordo preciso, a parte questa frase indelebile e la bellezza che, con lui, è un po’ inevitabile). Ma è tutto il giorno che mi dibatto negli strascichi di un umore che ci si raccorda parecchio: perché il cielo è grigio e – per qualche strana ragione – non me l’aspettavo, perché ogni volta che riprende a piovere le gocce tamburellano sul lucernario esattamente sopra la mia testa e la luce scende, troppo fioca. E non riesco a capire se è quello, il problema, o il cavolo di romanzo stupidissimo che sto finendo di tradurre (seconda stesura, che è sempre la peggiore), o la nostalgia di Sabrina, costante (e che in giornate come queste punge particolarmente), o il fatto che sento di dover fare qualcosa, in mille direzioni diverse, ma non la so impostare. Da dove partire.

Credo che in parte il problema sia che è troppo tempo che scrivo da sola. Ho praticamente finito la prima stesura degli Aironi, ed è in assoluto la cosa più lunga che abbia mai scritto senza dividerla con Sabrina; mi mancano un paio di capitoli finali, in teoria, ma ho sospeso tutto perché mi sono accorta che stavo sostanzialmente buttando giù frasi un po’ a caso per il puro intento di raggiungere le 80k parole. Dato che mi conosco, e so che in quei casi metà delle volte esce fuori qualcosa di terribilmente anemico – per i miei standard, almeno – mentre nel finale dovrei tirare le fila di tutto, ho pensato fosse più produttivo cominciare a rileggere quello che avevo già scritto e vedere quando lavoro ci sarà da fare in fase di revisione e… Miracolosamente, direi non troppo. Ci sono parti da riscrivere, certo, e un sacco di introduzioni da tagliare e/o trasformare in qualcosa di più intenso, ma ci sono anche passaggi che a rileggerli ho adorato e anche se Nico e Blue sono parecchio, parecchio diversi dai personaggi che avevo creato a diciott’anni nel Nero – Blue soprattutto – nonostante il distacco dei primi mesi di lavoro in realtà adesso voglio bene a entrambi. Tanto. E sento un po’ di incanto anche io, per loro; per una storia che ha molta più luce di quanto mi aspettassi. Quindi insomma. Su quel versante, il bilancio è positivo. Continue reading “Dove finisce la pioggia”

Il senso dei lillà

Il lillà sta fiorendo e ogni anno mi commuove; oggi l’ho fatto vedere a Maya che come sempre ha cercato di mangiarsi il grappolo – è la cosa più tenera del mondo, quella bambina, ogni volta che vede qualcosa che la emoziona apre la bocca come se sentisse un bisogno profondo di inglobarla – e intanto osservavo il viola pallido di quei fiorellini minuscoli, le mille sfumature come di cera dei petali. Quattro giorni d’estate – anche se fuori stagione – e tutto sta sboccando, finalmente, io stessa per prima.

Ogni volta con il freddo mi convinco che non è possibile, e ogni volta che arriva il caldo mi rendo conto, sempre, che non sono fatta fisicamente per le temperature basse, i nervi si tendono, la visione appassisce. Datemi cielo azzurro e sole intenso e fiori, ovunque, e ogni singola preoccupazione perde almeno l’ombra, diventa qualcosa di bidimensionale, una scritta su carta.

Il problema agli occhi? Archiviato. La stanchezza perenne? Mai esistita. L’apatia? Ho scritto qualcosa come diecimila parole solo questa settimana. E d’accordo, lunedì ho consegnato l’ultimo residuo delle infinite traduzioni invernali, entrando ufficialmente nella stagione degli incarichi primaverili (che, spero, saranno un po’ più bilanciati), ma non è solo quello, affatto. Soltanto la settimana scorsa bastava il pensiero a farmi sentire sulle spalle un macigno.

Oggi cammino per casa con i pantaloni di cotone colorato e la t-shirt più vecchia e morbida e lisa e amata che sia riuscita a pescare dall’armadio – venti taglie più grandi, maniche che scendono fin sotto al gomito – e mi sento scivolare nell’aria.

In qualche modo, appena arrivano queste temperature, mi trovo sempre a fare post del genere. Quest’anno è successo solo con un po’ di anticipo.

Se non mi concentro sui possibili significati geoclimatici di questo clima inaspettato, potrei anche considerarlo un regalo. Essere felice e nient’altro.

E domani con Robi andremo a vedere l’orto, e ne ho voglia davvero, cosa che solo un anno fa non avrei creduto; Sabrina sta leggendo gli Aironi scena dopo scena e miracolosamente non me ne ha ancora bocciata nessuna; io ho finalmente trovato, forse, la chiave per entrare in sintonia con Blue e Nico. Ho tutto il tempo della revisione, davanti, per raddrizzare ciò che finora ho seminato per sbaglio. E mi piace che la mia mente stia ragionando sempre più in termini di semi, e boccioli, e germogli; mi piace che Bellezza Selvaggia uscirà a maggio e io mi commuoverò come se fosse quasi un romanzo mio; mi piace che l’orchidea stia iniziando a far spuntare radici minuscole sotto le foglioline che ha fatto crescere l’autunno scorso. Che l’edera abbia retto all’inverno, e sia folta e robusta e abbia deciso di non abbandonarmi di nuovo. Che i limoni in cortile stiano già spandendo quel profumo dolcissimo. Che domenica vedrò Camilla, ed è primavera. Torino è piena d’alberi, stanno mettendo tutti foglie e fiori.

Io sto per compiere trent’anni, e la mia vita è diversissima da quella che credevo/temevo/immaginavo solo un paio d’anni fa, e sono felice così. Sto anche imparando, piano piano, a non aggiungere di continuo la precisazione “per il momento”. O a convincermi almeno che, se quello che faccio e vivo smetterà di soddisfarmi, troverò il modo di cambiare a quel punto. Senza dovermi costringere adesso in abiti che non ho voglia di indossare, soltanto perché “sarebbe giusto”. O perché temo che se non imparo per tempo, non saprò mai farlo.

Meglio vivere il presente.

Soprattutto quando il presente è, come adesso, questa dolcissima illusione d’estate.

 

Tra consigli e nostalgie

Sono settimane che voglio scrivere su questo blog, essenzialmente perché finora quella di essere più presente qui è praticamente l’unica risoluzione di inizio anno che ho trascurato del tutto. Ma è un periodo pieno, tra traduzioni&scrittura&letture, e ogni volta arrivo a fine giornata esausta e mi limito a mettere una freccetta accanto alla voce “post su Rumoralilas” sul bullet journal che ho ripreso a tenere per non ritrovarmi schiacciata dall’ansia. Il che non è esattamente il massimo, d’accordo.

Ma ecco. Assenze&mancanze a parte.^^

La verità è che ho un sacco di cose per la testa, ultimamente, e forse metterle per iscritto aiuterà a non disperderle nel nulla: cose tipo l’immensa nostalgia per i tempi di livejournal, che torna periodicamente ma nell’ultima settimana è stata più forte del consueto. Che poi, di fatto, non è nostalgia di piattaforme e forse neanche di un periodo preciso, quanto piuttosto di tutta una serie di persone che in realtà sento ancora, spesso, ma non posso più leggere in quello stesso modo. Il che si ricollega, di fatto, al sempiterno rimpianto di non aver saputo cogliere o strutturare quel meraviglioso potenziale creativo in qualcosa che potesse durare, trovare radici e concretezza. Una voce plurale, ma sintonizzata su una frequenza simile.

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(…)

È una sensazione diversa, comunque, scrivere perché non riesci letteralmente a farne a meno, perché vorresti leggerealtro&fare&nonfare eppure senti qualcosa dentro che preme e devi metterti davanti a un foglio e farlo uscire, non perché sia più bello del solito, o più importante, o qualunque altro termine assoluto, ma semplicemente perché è lì, come un respiro da prendere, o lasciar andare, e così smetti di tenere conto di tutto ciò che non è una parola incatenata all’altra, e il vissuto di un personaggio a cui entri dentro e con cui ti allinei al millimetro, anche se fa male il polso, e anche se sei certa che il risultato andrà rivisto al 90%, più di tutte le cose che hai mai scritto, e non scartato, e alla fine ti imponi di smettere quasi con violenza perché sai che è troppo, ma vorresti andare avanti comunque. Dopo più di 6500 parole tirate.

Era tantissimo che non mi succedeva e l’avevo quasi dimenticato. Cosa significa desiderarlo davvero, per te stessa e basta.

Nessuna altra preoccupazione che quella.

Scrivere.

Mettere parola su carta.

E Raven e Jude, ragazzini, e il cielo di giugno, e Boston, e il loro primo incontro, e l’incontro di ciascuno con se stesso.