(…)

È una sensazione diversa, comunque, scrivere perché non riesci letteralmente a farne a meno, perché vorresti leggerealtro&fare&nonfare eppure senti qualcosa dentro che preme e devi metterti davanti a un foglio e farlo uscire, non perché sia più bello del solito, o più importante, o qualunque altro termine assoluto, ma semplicemente perché è lì, come un respiro da prendere, o lasciar andare, e così smetti di tenere conto di tutto ciò che non è una parola incatenata all’altra, e il vissuto di un personaggio a cui entri dentro e con cui ti allinei al millimetro, anche se fa male il polso, e anche se sei certa che il risultato andrà rivisto al 90%, più di tutte le cose che hai mai scritto, e non scartato, e alla fine ti imponi di smettere quasi con violenza perché sai che è troppo, ma vorresti andare avanti comunque. Dopo più di 6500 parole tirate.

Era tantissimo che non mi succedeva e l’avevo quasi dimenticato. Cosa significa desiderarlo davvero, per te stessa e basta.

Nessuna altra preoccupazione che quella.

Scrivere.

Mettere parola su carta.

E Raven e Jude, ragazzini, e il cielo di giugno, e Boston, e il loro primo incontro, e l’incontro di ciascuno con se stesso.

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Di abitudini & transiti & incostanze coerenti

L’altro giorno, su un gruppo a cui partecipo, si parlava dell’abitudine o meno di lavorare contemporaneamente a più storie. Ci sto ripensando oggi perché mi rendo conto che agosto si avvia verso la fine e io l’ho trascorso a scrivere una quantità assurda di cose, ma in maniera poco meno dispersiva di quando passavo il tempo a macinare libri sulla scrittura e plottare una trama diversa a settimana. E non so bene che pensare, di questa mia incostanza.

Forse, sto semplicemente cercando la storia giusto nello stesso modo in cui si cercherebbe un vestito: facendosi guidare da colori e tagli e modelli, provandone uno dopo l’altro per vedere quale sta meglio addosso. Con il dubbio costante di stare scegliendo quello sbagliato.

O potrebbe essere la disabitudine, anche. Ho passato mesi senza scrivere niente, e quelli prima lavorato più che altro di editing; non riesco neanche a ricordare esattamente qual è stata l’ultima cosa nuova che ho scritto, e quando. L’estate scorsa, forse, quando cercavo di accumulare gli ultimi capitoli della Rosa per non farmi venire l’ansia durante l’autunno. E poi Rowan, d’accordo. Ma Rowan è sempre un altro discorso.

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The state of things

Facendo il punto della situazione.

Avevo quasi dimenticato cosa significa vivere senza scadenze che soffiano sul collo. Ho tutto agosto davanti – forse – per rimettermi in sesto e impostare il prossimo autunno: progetti e voglia di fare, come sempre in questa stagione, ma forse un po’ più tempo del solito per organizzarli in qualcosa di concreto.

Sto cercando di scrivere, finalmente: vorrei riuscire a mantenere un ritmo decente anche quando lavorerò di nuovo, ma avevo davvero bisogno, credo, di una finestra di tempo per guardare le cose con respiro più ampio. Ho passato gli ultimi mesi a sfornare un’idea dopo l’altra, ma al momento di concretizzarle sembravano tutti progetti troppo grossi o campati in aria per quel periodo strapieno.

Sto provando con Dormono gli Aironi, al momento. Nico e Blue, storie finite, archiviate, ferite ancora aperte. Finora sta venendo abbastanza, credo: ho scritto già intorno alle 7000 parole, la struttura è impostata, non prevedo enormi sorprese. Ho addirittura ben due triangoli che non dovrebbero sfociare in nessuna poly, il che per me è una specie di miracolo. Potrei farcela, se mi sforzo.

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Maturità

Ho sviluppato una strana tendenza, negli anni, a iniziare ogni storia con un ritorno a casa. Non è una cosa voluta, assolutamente – non è neanche una cosa pensata a tavolino. Semplicemente, ogni volta che penso a una storia nuova, al suo incipit, mi ritrovo un protagonista, un ritorno, la fine di qualche esilio più o meno auto-inflitto.

Che poi è lo stesso motivo con cui si apre “I segreti delle lucciole”, in fondo, ma lì aveva senso: ho iniziato a pensarci mentre ero a Siviglia, l’ho scritta pochi mesi dopo essere tornata dall’Erasmus. Adesso non mi muovo di casa da anni, eppure è come se non avessi fatto alcun progresso.

Forse è indicativo.

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Sull’eticità di ambientazioni&temi

A volte mi chiedo quanto sia etico scegliere certe ambientazioni per una storia – non solo a livello di paese, o cultura o subcultura, ma proprio di… temi che vengono messi in gioco. Tipo il traffico di droga, per esempio. O la violenza sessuale, l’omicidio di bambini o adolescenti, scenari storici come schiavitù e stermini. O la mafia, per restare più vicini a noi.

Mi chiedo se sia una questione di focus, più che di argomento. Forse non esistono temi tabù, forse è solo che se li affronti devono essere al centro della narrazione, non puoi usarli come scenario. E forse è per questo che sono i romance, spesso, a lasciare un gusto amaro in bocca: perché nel romance tutto ciò che non riguarda la relazione tra i protagonisti tende a scivolare sullo sfondo, per definizione, e ti ritrovi quindi ad approfittare – sia come autore sia come lettore – del dolore e della sofferenza per ottenere soddisfazioni emotive, senza renderti quasi conto, sul momento, dell’enorme mancanza di rispetto che questo comporta. Ma d’altro canto, è davvero una mancanza di rispetto più grande, questa, di quelle storie che invece puntano al patetismo, o di un thriller che costruisce la tensione sull’orrore istintivo che ci provoca l’idea di una ragazzina rapita e tenuta prigioniera da uno stupratore? E se anche si fa tutto per bene, e si mettono le questioni in primo piano, si cerca di non uscire dal seminato e di trattare soltanto gli argomenti più seri nel modo più preciso – non è forse il fatto stesso di voler entrare in uno scenario tanto orribile una qualche mancanza di rispetto?

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Almost tomorrow

Credo che, comunque vadano le cose – che questa esperienza si riveli un buco nell’acqua, così come che ne esca invece qualcosa di realmente positivo e duraturo – e per quanto alla fine dei conti i lati negativi non esistano realmente (perché è comunque movimento, dopo anni di stagnazione, perché ha significato per una volta prendere un po’ di coraggio, e perché mi sta insegnando molto, già solo adesso, e questo è sempre bello), di tutta questa esperienza mi rimarranno tre cose, almeno:

  • La voce di mia madre, quando mi ha telefonato per dirmi che aveva finito di leggere le Lucciole; la commozione nel suo tono, così sincera, il suo dirmi che l’ultima parte l’ha davvero commossa. Ricordare quanto mi metteva ansia la sua possibile approvazione, prima; ricordare la paura che mancasse, o fosse viziata dal suo essere mia madre. E la dolcezza, invece.
  • Il sorriso di mio padre quando mi ha detto che aveva iniziato a leggerlo, e che le prime pagine gli piacevano tantissimo. «La dedica, soprattutto, perché è quello che dico anche io, in fondo», e rendersi conto che l’avevi scritta per lui, in realtà, quella frase. Che non era “a mio padre”, perché non aveva spazio in quella storia, ma era in fondo come se lo fosse. E poi il nostro discorso dopo averlo finito. Sentirsi finalmente libera, trasparente, intera: con un nuovo nome, e l’ombra ricucita.
  • Robi e l’abbraccio quando le ho dato la sua copia. Scarabocchiare una dedica all’ultimo mentre ci stavamo rimettendo i cappotti; il nostro bar deserto alle sei della sera, il freddo di dicembre in strada. I salatini mangiati al gelo pescandoli dal sacchetto e la consapevolezza di stare cambiando di continuo: di continuare a star crescendo.

Non so se sia molto. Ma è una parte della mia vita reale, fisica, che si sta finalmente amalgamando di nuovo con quella che per dieci anni ha rappresentato la parte più vera di me – lo sciogliersi della barriera che per troppo tempo ha diviso la mia realtà in comportamenti stagni, che mi ha fatto male in passato (che ci ha fatto male, probabilmente, perché S. è sicuramente quella che più ne ha pagato lo scotto) e che pian piano si è fatta più duttile senza che quasi me ne accorgessi. Un po’ a Siviglia, sotto quel sole. Un po’ a Torino, girando con Sabry per le strade, immaginando di incontrare altre persone per il momento soltanto lette. Conoscendo Stem.
È tutto limpido, adesso, e dolce.
Come ricominciare a scrivere.

E forse sono particolarmente riflessiva perché domani mi aspetta una giornata campale – perché a scuola ci sono gli incontri con i genitori e io dovrò passare il pomeriggio a fingere di sapere cosa sto facendo, ma in fondo anche questo è crescere, pare. L’età adulta forse non è altro che una bugia convincente.

Sono felice anche di questo, credo. Di star mettendo in gioco parti di me a cui fino a un paio d’anni fa non avrei mai creduto. Insegnare, tradurre, scrivere pensando a una pubblicazione. Chi l’avrebbe detto?
Se penso all’angoscia dei vent’anni mi sembra quasi un brutto sogno.

E nulla.
Vedremo.