22 settembre

È sempre strana la dimensione interiore del tempo: il modo in cui certi periodi sembrano infiniti e non ti lasciano spazio, il calendario pare scritto in un alfabeto diverso e tu cambi con esso, giorno dopo giorno, senza riuscire a capacitarti di essere già arrivata a un momento che sembrava lontanissimo e al tempo stesso sentendo che ciascuno degli istanti vissuti ti ha impresso addosso qualcosa, a fondo.

Questa settimana è stata stranissima, altalenante e coerente insieme: come se, mentre la vita scorre, fossi riuscita finalmente ad afferrare uno dei bandoli della matassa che mi ingarbuglia e lo stessi piano piano tirando, risalendo verso l’origine. Ho appena iniziato, forse è solo un’illusione. Forse lascerò la presa domani, stasera stessa, forse non ritroverò più quel bandolo e dovrò annaspare in cerca di qualche altro filo. Per adesso è qui, però, né molle né teso. Posato nel palmo. Come se bastasse chiudere le dita per sentirlo. Meglio di niente, credo.

(Prima o poi la finirò con questi riferimenti ambigui, giuro. Adesso non ci riesco. È una dimensione strana anche questa, in realtà, quella di un blog che non vuole essere un diario intimo, perché non sono il tipo che riesce a darsi in pasto al pubblico senza prima cambiare nome e possibilmente anche volto, ma al tempo stesso torna e ritorna sempre sullo stesso io. Un bisogno di privacy e intimità e segretezza che fa a pugni con la necessità di trascrivere tutto in una narrazione approssimata, perché alla fine sono ancora la ragazzina che la mia vita si fa nel narrarla, anche quando non succede nulla. O nulla di concreto ed esterno, almeno, solo un’altalena interiore che non riesco a fissare. Sto puntando un po’ tutto sull’abitudine.) Continue reading “22 settembre”

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Dimensioni oscure

L’ossessione per il Cile e l’orrore del suo passato recente risale ai miei dodici anni, credo: prima del 2001, perché l’11 settembre nella mia testa è sempre quello del ’73, fuori tempo e fuori fuoco rispetto alla portata devastante della data, alle conseguenze a lungo raggio che avrebbe avuto e scontiamo tuttora. Ogni anno ci penso, in qualche modo: è uno dei pochi appuntamenti fissi con il calendario, privato e un po’ schizofrenico. Forse è per non perdere del tutto il contatto con la ragazzina che ricopiava citazioni di Isabel Allende su qualunque foglio le capitasse a tiro, che inseguiva gli strazi di un continente tra saggi e versi di poesie. (Perché nosotros, los de entonces, ya no somos lo mismo, e questo vale per tutto e tutti, sempre, con mille sfumature e declinazioni diverse.) Forse è perché l’ombra lunga di quella storia un po’ torna sempre, nascosta e in sordina, in spazi e tempi insospettabili, e mi fa paura il modo in cui la memoria si cancella e si sbriciola. In cui dietro a ogni storia si aprono squarci che la trasformano in facciata, ma la voglia di guardarvi dentro è inversamente proporzionale alla loro vicinanza emotiva.

Come puoi scrivere – scrivere davvero, intendo, scrivere nel profondo – senza interrogare le cicatrici della tua epoca, della tua terra, senza entrarci in contrasto e plasmarla, ritrovarla tua? A volte me lo chiedo. Spesso, in realtà; ogni volta che cedo e imbastisco una trama che sta invece tutta nella mia testa, che gioca con i miei fantasmi ma lascia in pace quelli che si aggirano per strada. Non saprei come cominciare, a fare in modo diverso. Dove guardare, come. Quasi fossero tutte storie non mie. (È un atto di violenza anche questo, per quanto morbido e apparentemente sereno? La depurazione delle asperità, la riduzione delle conflittualità a un passato omogeneo su cui passare le dita. Ed è una violenza che subisco dal tempo o che faccio a me stessa? So di esserne complice, ma in quale misura?) Continue reading “Dimensioni oscure”

Spazi transizionali

Oggi il cielo era strano, in terrazza: la metà destra bianca, lattiginosa, coperta da quelle nuvole spesse che sembrano pesarti addosso e rallentare il cervello; al centro, una grossa nuvola grigia si sfilacciava in un azzurro perfettamente settembrino. E intanto da sinistra – nascosto dal tetto – il sole picchiava come se fosse ancora estate (dimentico sempre che per il calendario di fatto ancora lo è), forte, acceso e bruciante. Avevo voglia di rientrare, restavo lì perché l’autunno e il grigio sono alle porte e devo godermi la luce ma intanto pensavo che sembrava la metafora di qualcosa – che in fondo vuol dire che sembrava la metafora della mia vita – e poi inciampavo su quel pensiero stesso perché non so neanche più che senso abbia.

Ho passato gli ultimi giorni a piangere per nulla: un gesto di Maya, uno sguardo di mia madre che non riuscivo a sostenere, un pensiero invasivo a cui non credevo del tutto ma mi parlava lo stesso. Di nascosto, ovviamente, perché se qualcuno se ne fosse accorto avrei dovuto inventarmi una balla o ammettere verità troppo imbarazzanti per essere dette ad alta voce. Tipo che in fondo l’unica cosa che vuoi davvero è sentirti dire che sei brava, e che ancora più in fondo potrebbero ripetertelo in mille e tu ancora staresti a dar retta alla sola voce fuori dal coro perché è ovvio che è lei, l’unica ad aver visto giusto. Chiedi sincerità ma poi non sai accettarla, e ogni critica diventa amplificata, e a volte pensi che la soluzione vera sarebbe non lavorare sul costruirti un’autostima più fondata, ma raderla al suolo del tutto: così basta aspettative e basta delusioni, basta senso di colpa per la persona che avresti potuto essere se avessi fatto altre scelte, rischiato di più o forse solo meglio, messo impegno nel fare invece di sfinirti di paranoie. Solo accettazione, dei tuoi limiti e del tuo essere. È così riposante. Continue reading “Spazi transizionali”

Vite tranquille

È stata un’estate strana.

Credo che l’ultimo mio post risalga a maggio: non ho voglia di controllare – l’imbarazzo è troppo, soprattutto dato che sono reduce dall’ennesimo approccio al tema “come tenere un blog” che parte dall’idea “la costanza è tutto” – ma immagino fosse espressione di un periodo sfibrato e stanco, alleviato dalla certezza che si andasse verso il bel tempo. Il che significava: sole, luce intensa, aria calda sulla pelle e corpo sciolto. Adesso settembre è alle porte, e l’intero agosto è stato in realtà un estenuante assaggio di autunno: il mio orologio biologico è sfasato da due settimane – ovvero, quando sarei andata tecnicamente in vacanza – oggi pioveva e sono stata sempre in casa, alternando letture e cazzeggio all’ultima revisione di una traduzione in consegna a fine mese, ma sento già sotto pelle la strana smania di fare che mi prende di solito in questo periodo. Non avere incarichi fissati per il prossimo futuro – cosa che mi ero imposta, per evitare di passare agosto a lavorare a pieno ritmo come l’anno scorso – mi spiazza. E sto cercando di concentrarmi sul mantenere le buone abitudini impostate nell’ultimo periodo: stare poco sui social, dove tanto lurko e basta; spegnere il portatile a fine giornata, prima di cena, per evitare la tentazione di restare davanti allo schermo fino all’una; investire il tempo libero in roba produttiva, tipo leggere o cucinare o stare con Maya. Non angosciarmi troppo se passo una settimana senza scrivere una riga. Continue reading “Vite tranquille”

Cigni di carta

Aprendo quella che potrebbe essere la mia prossima lettura – Distancia de rescate di Samanta Schweblin, comprato appena uscito sull’onda dell’amore ma non ancora letto malgrado nel frattempo sia stato tradotto in inglese e persino candidato al Man Booker Prize – ho ritrovato il cigno origami che uno dei ragazzini mi aveva inspiegabilmente lasciato sulla cattedra alla fine di una delle prime lezioni. L’effetto è stato più o meno lo stesso di allora: un wtf intenerito e molto confuso.

A volte mi chiedo se tornerò mai a insegnare; quando non ci sono possibilità all’orizzonte, mi illudo che il passaggio del tempo renda meno spaventosa la prospettiva. Poi capita qualcosa – tipo l’ennesima convocazione per graduatorie di terza fascia con il tuo nome al primo posto in un periodo in cui non sei proprio strapienissima di lavoro – e nonostante il mio animo da formica sogni la temporanea stabilità che offrirebbe, il solo pensiero di accettare mi strema. Continue reading “Cigni di carta”

By heart

Oggi – ieri forse, quando cliccherò invio – fanno vent’anni dalla prima pubblicazione di Q di Luther Blissett, e ho perso il conto ormai del numero di foto o citazioni o commenti  al riguardo che ho visto circolare da stamattina su Twitter. Sono finita a prendere in mano la mia copia anche io, cercando quello che era il mio capitolo preferito; mi sono messa a rileggerlo a bassa voce. Ed era strano il modo in cui le parole scivolavano l’una dietro l’altra, un po’ perché si chiamano in generale, come tutte le scritture buone, ma un po’ anche perché la voce – la lingua – erano allenate ad associarle. Come una memoria muscolare anche in quel caso: non solo per i gesti, o i passi, o le abitudini, ma le cose che mandi a memoria. O che ripeti così tante volte da trasformare la memoria in impronta.

Mi sono accorta che non sto più leggendo in quel modo, ora. Non mi capita più di fissarmi su un libro e tornarci sopra ancora e ancora, nel modo in cui lo facevo a sedici anni, almeno, quando davvero ogni cosa amata si trasformava in incantesimo, cantilena che ritracciava la tua identità stessa. Leggevo, e rileggevo soprattutto, e a ogni nuova rilettura le parole scivolavano più a fondo. In impronte che ancora adesso restano.

Mi è capitato con Q, in alcune parti. Mi è capitato con certi libri di Benni, Memorie di Adriano, Paula e tutte le poesie che ho imparato in italiano. Mi è capitato con Armand della Rice, persino, e con alcune delle original del web che hanno scolpito il mio immaginario. Mi capitava con le cose che scrivevo io.

Adesso è come se non ci fosse più tempo.

O ci fosse troppo.

Da leggere, vedere, scrivere di nuovo. L’ipotesi di soffermarsi più dello stretto necessario mi fa paura, quasi, perché il tempo di stare ferma per goderti quella bellezza e altre dieci cose imprescindibili ti passano accanto, si sommano e moltiplicano in qualche forma esponenziale. Solo che, per inseguirle, è come se te le lasciassi sfuggire.

Una forma di consumo anche quella. Che resta in superficie e non trasforma. Continue reading “By heart”

Autoscritture

È da qualche giorno che mi chiedo cosa scrivere per chiudere questo anno così strano, che per certi versi sembra già finito da un secolo e per altri neanche a metà, appena cominciato. La realtà è che non sono in grado di fare bilanci, perché sono successe troppe cose contrastanti e il mio vissuto, in particolare, è stata un’altalena continua di alti e bassi, sprazzi di ottimismo seguiti da fasi più lunghe di assestamento, di demoralizzazione. Tensioni sotterranee.

Per certi versi credo di essere più serena del solito, in questi giorni, ma il resto – nelle sue grandezze e piccolezze – aleggia come un’ombra, si trascina su tutto. Non ho voglia di dargli un nome, è già troppo pervasivo.

O forse è solo la mancanza di una vacanza vera e propria, di uno stacco netto.

(Ho qualche sogno che accarezzo, per il prossimo anno. Persone che mi piacerebbe abbracciare, luoghi che vorrei rivedere. Decisioni da prendere. Non so se riuscirò a fare tutto, o anche solo una parte, ma il fatto stesso di pensarlo è già un passo avanti, presumo. Rispetto al solito.)

Avrei voluto produrre almeno una classifica di lettura, dato che la mia vita sta ruotando sempre più intorno ai libri, ma… continuo a scontrarmi con l’idea che non avrebbe senso. Se guardo su GR il riassunto delle letture di quest’anno, le prime mi sembrano così lontane che non posso quasi credere appartengano davvero al 2018, e ci sono cose troppo varie, troppi pochi punti fermi capaci di dare un senso all’operazione. Ho letto pochissime nuove uscite, e di quelle poche alcune non sono ancora tradotte. (Così, sparse: La festa nera di Violetta Bellocchio, di cui qui ho scritto qualche appunto fulmineo; La dimensione oscura di Nona Fernández; L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, di cui ormai ho parlato dovunque, e The Witch Tree di Tana French, che si conferma sempre di più l’autrice a cui vorrei davvero, davvero tanto somigliare).

Ma la verità è che più ci penso, più mi rendo conto che in termini di libri per me quest’anno è definito da Alexander Chee, e visto che ancora non ne ho parlato davvero ho deciso di farlo adesso, anche se non è ancora stato tradotto e parlare di cose pubblicate solo in inglese mi sembra sempre un esercizio di inutilità totale.

Ma lui lo merita. E meriteremmo di poterlo leggere tutti, in realtà.

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25 dicembre

– Secondo te, non avrei potuto capire quella lettera di Emily L.?
– Un altro amore, diverso da quello che vivevo per te, non avresti sopportato di capirlo.
– E a te, mancava quella contraddizione, di essere in un amore che ti appagava e invocarne un altro.
– Non esattamente… né di invocarne, né di sperarne. Solo di scriverne.

Pomeriggio, seduta nel fascio di luce che il sole riversa in cucina. Il vetro caldo della porta contro la schiena, nonostante sia inverno; le spalle un po’ doloranti per il fantasma di uno sforzo. La traiettoria bassa della luce, quasi irriconoscibile rispetto all’estate; l’arco che il sole traccia sulle pareti opposte. In soggiorno il lucernario lo proietta proprio in corrispondenza del computer, lavorare alla scrivania il primo pomeriggio è quasi impossibile. Oggi sono rimasta lontana più a lungo. Non ho proprio lavorato. Né tradotto né scritto.
Soltanto letto. Continue reading “25 dicembre”

Ottobre

È davvero… allarmante, la facilità con cui l’ansia distorce le cose. Oggi pomeriggio ho ricevuto un’e-mail lavorativa un po’ imprevista che ha magicamente cancellato almeno metà delle preoccupazioni relative a quest’ambito che mi hanno tormentato nell’ultimo mese – segno che, come sospettavo dall’inizio, erano paranoie che mi sarei potuta benissimo evitare – e il risultato è che la nebbia che ha aleggiato sul mio cervello per tutto ottobre si è alzata e di colpo io sono riuscita a vedere tutto con un po’ più di prospettiva. E mi sono accorta che, se soggettivamente ottobre è stato un po’ uno schifo, oggettivamente ha contenuto anche cose molto belle.

Quindi. Giusto perché ho passato l’ultima mezz’ora ad appuntarle mentalmente mentre mi lavavo e asciugavo i capelli e sono inspiegabilmente commossa dalla vita, un elenco random in dodici punti. Per ricordare a me stessa che in mezzo alla nebbia non si vede niente davvero, ma il mondo continua a esistere lo stesso. E magari anche per aggiornare chi passa di qui e insomma: negli ultimi tempi mi ha visto ancora meno del solito.  Continue reading “Ottobre”

Strange days*

Sono giorni strani. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare davvero un modo più preciso per definirli: sarà l’autunno che avanza, sarà l’estate non davvero vissuta, o l’inspiegabile – perché tutta mentale – nebbia che sento aleggiare sui prossimi mesi della mia vita, ma è tutta la settimana che riverso paranoie confuse nell’inbox di Sabrina, cercando di dipanare non capisco neanche bene quale matassa.

In parte credo c’entri il fatto che dovrei avere un grosso annuncio da fare, a breve, ma mi sono imposta di non parlarne pubblicamente finché non avrò la certezza pressoché matematica che non si riveli una bolla di sapone, e quindi la settimana si è trascinata nell’attesa di questa conferma non ancora pervenuta, e boh. Mi sento sospesa a metà, tra la felicità e l’ansia. Che, trattandosi di me, significa più che altro che sto appesa all’ansia chiedendomi perché non riesco a essere felice e basta. *rolls* Continue reading “Strange days*”