Il paradosso dell’eteronormatività

Sto leggendo la monografia che Octavio Paz, uno dei principali intellettuali messicani del ventesimo secolo, ha dedicato a Juana Inés de la Cruz, una delle figure più meravigliose del Barocco ispanoamericano e della letteratura messicana in generale, più che altro perché mi sentivo in colpa a non aver ancora approfondito la figura di una donna forse lesbica che si è guadagnata l’appellativo di “Decima Musa” in un secolo in cui per le donne era molto raro ottenere riconoscimenti intellettuali e prestigio, e ha portato avanti rivendicazioni proto-femministe finché non è diventata vittima del sistema che fino a quel momento aveva saputo navigare abilmente. E cioè. Pensavo che avrei trovato degli spunti interessanti perché – forse a torto, a questo punto? – mi fidavo dell’autore. Invece, a parte alcuni approfondimenti validissimi sulle dinamiche culturali e sociali della Nuova Spagna, mi sto trovando davanti un tale ammasso di eteronormatività e *ottusità* vera e propria da risultare sconcertante. Praticamente la mia lettura si sta svolgendo su due piani: quello normale, in cui leggi&incameri&relazioni, e quello in cui mi trovo a psicanalizzare Paz per capire quale fosse il suo problema, esattamente.

Continuo a pensare che era amico di Cernuda. Gli ha dedicato una poesia bellissima, ha scritto un saggio su di lui. Mi è sempre sembrato molto aperto, soprattutto per la sua epoca. Eppure.

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Santa Evita

17662369Pubblicato in più di sessanta paesi, Santa Evita (1995) è il romanzo più tradotto della storia della letteratura argentina. Basato sulla leggendaria figura di Eva Perón, il romanzo inizia là dove finisce la vita della sua protagonista. Mentre ripercorriamo a ritroso la vicenda della piccola sgraziata attricetta di provincia che fece innamorare prima il presidente della Repubblica argentina e poi l’intera nazione, siamo stregati dall’avventurosa vita post mortem del suo corpo: affidato da Perón alle cure di un imbalsamatore cui spetta il compito di renderlo immortale; poi moltiplicato in più esemplari per sottrarlo a macabri tentativi di rapimento; trasferito, nascosto, ricercato addirittura dai servizi segreti e infine idolatrato, reso mitico dall’aura di «santità» che emana la leggenda di Evita.

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Le cose che abbiamo perso nel fuoco

34612087Piccoli capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza, superstizione e apatia, compassione e rimpianto, le storie di Mariana Enriquez prendono forma in una Buenos Aires nerissima e crudele, vengono direttamente dalle cronache dei suoi ghetti e dei quartieri equivoci. Sono storie che emozionano e feriscono, conducendo il lettore in uno scenario all’apparenza familiare che si rivela popolato da creature inquietanti.
Vicini che osservano a distanza, gente che sparisce, bambini assassini, donne che s’immolano per protesta.
Quello di Mariana Enriquez è un mondo dove la realtà accoglie le componenti più bizzarre e indecifrabili della natura umana, e dove il mistero e la violenza convivono con la poesia. Sullo sfondo di un’Argentina oscura e infestata dai fantasmi, con la sua brillante mescolanza di horror, suspense e ironia, Le cose che abbiamo perso nel fuoco ha fatto di Mariana Enriquez la risposta contemporanea a Edgar Allan Poe e Julio Cortázar, la voce più interessante della nuova letteratura sudamericana. Una voce intensa e diretta, che racconta di personaggi brutali e talvolta buffi trascinando il lettore in una spirale fascinosa e disturbante, cui è difficile resistere.

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Quasi estate

Non so se mi abituerò mai davvero all’influenza che ha la luce sul mio stato d’animo. Ho sempre detto che non potrei vivere bene più a nord di dove sono adesso, ma più passa il tempo e meno penso che sia un’esagerazione: sospetto che la ragione per cui i nove mesi passati a Siviglia sono stati i più belli della mia vita non fosse solo la città meravigliosa, ma il sole, il caldo, la sua luce.

La settimana scorsa qui era ancora praticamente inverno: cielo coperto e pioggia, umidità che impregnava l’aria senza alcuna promessa di schiarita. In due giorni è praticamente arrivata l’estate e io mi sento rinata, come ogni volta; mi sento leggera, morbida, rilassata. La mia vita non è cambiata in niente: ho ancora tre settimane di scuola, ho ancora la prospettiva di dover seguire la maturità fino a luglio inoltrato; ho ancora due traduzioni da completare nel frattempo. Ma è come se tutto avesse ritrovato la sua dimensione effettiva, di sfida quotidiana, invece che di macigno. Ed è un sollievo.

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Sull’eticità di ambientazioni&temi

A volte mi chiedo quanto sia etico scegliere certe ambientazioni per una storia – non solo a livello di paese, o cultura o subcultura, ma proprio di… temi che vengono messi in gioco. Tipo il traffico di droga, per esempio. O la violenza sessuale, l’omicidio di bambini o adolescenti, scenari storici come schiavitù e stermini. O la mafia, per restare più vicini a noi.

Mi chiedo se sia una questione di focus, più che di argomento. Forse non esistono temi tabù, forse è solo che se li affronti devono essere al centro della narrazione, non puoi usarli come scenario. E forse è per questo che sono i romance, spesso, a lasciare un gusto amaro in bocca: perché nel romance tutto ciò che non riguarda la relazione tra i protagonisti tende a scivolare sullo sfondo, per definizione, e ti ritrovi quindi ad approfittare – sia come autore sia come lettore – del dolore e della sofferenza per ottenere soddisfazioni emotive, senza renderti quasi conto, sul momento, dell’enorme mancanza di rispetto che questo comporta. Ma d’altro canto, è davvero una mancanza di rispetto più grande, questa, di quelle storie che invece puntano al patetismo, o di un thriller che costruisce la tensione sull’orrore istintivo che ci provoca l’idea di una ragazzina rapita e tenuta prigioniera da uno stupratore? E se anche si fa tutto per bene, e si mettono le questioni in primo piano, si cerca di non uscire dal seminato e di trattare soltanto gli argomenti più seri nel modo più preciso – non è forse il fatto stesso di voler entrare in uno scenario tanto orribile una qualche mancanza di rispetto?

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