Her Body and Other Parties

her body and other partiesIn Her Body and Other Parties, Carmen Maria Machado blithely demolishes the arbitrary borders between psychological realism and science fiction, comedy and horror, fantasy and fabulism. While her work has earned her comparisons to Karen Russell and Kelly Link, she has a voice that is all her own. In this electric and provocative debut, Machado bends genre to shape startling narratives that map the realities of women’s lives and the violence visited upon their bodies.

A wife refuses her husband’s entreaties to remove the green ribbon from around her neck. A woman recounts her sexual encounters as a plague slowly consumes humanity. A salesclerk in a mall makes a horrifying discovery within the seams of the store’s prom dresses. One woman’s surgery-induced weight loss results in an unwanted houseguest. And in the bravura novella “Especially Heinous,” Machado reimagines every episode of Law & Order: Special Victims Unit, a show we naïvely assumed had shown it all, generating a phantasmagoric police procedural full of doppelgängers, ghosts, and girls with bells for eyes.

Earthy and otherworldly, antic and sexy, queer and caustic, comic and deadly serious, Her Body and Other Parties swings from horrific violence to the most exquisite sentiment. In their explosive originality, these stories enlarge the possibilities of contemporary fiction.

Inquietanti, lirici, spudorati e magnetici: racconti che praticamente ridefiniscono il perturbante, e lo fanno in chiave lesbica/queer – e sempre estremamente femminile – e attraverso l’alta letteratura prodotta (al suo primo libro) da una giovane autrice latina. Dire che li ho amati è un po’ un eufemismo, perché non mi succede spesso di trovare un libro che si pone così miracolosamente al centro di tutte le mie passioni: i fantasmi metaforici, il filo di inquietudine che taglia in due l’apparenza e ne svela le falle, la femminilità e il sesso e le ossessioni, il modo in cui possono consumarci. Carmen María Machado ha una padronanza tecnica straordinaria, sia al livello della struttura narrativa (sperimentale ma mai pesante, spesso sospesa) che a quello dell’equilibrio di ogni singola frase. È evidente che nessuna parola ha il suo posto per caso, che ogni frase e ogni silenzio è frutto di una cesellatura minuziosa: sono racconti in cui dovresti scavare, assaporare sillaba per sillaba e poi allontanartene per ammirare il quadro complessivo. Per inquietartene, forse. Guardarlo con fascinazione.

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Madness

madness sam saxIn this ­­­powerful debut collection, sam sax explores and explodes the linkages between desire, addiction, and the history of mental health. These brave, formally dexterous poems examine antiquated diagnoses and procedures from hysteria to lobotomy; offer meditations on risky sex; and take up the poet’s personal and family histories as mental health patients and practitioners. Ultimately, Madness attempts to build a queer lineage out of inherited language and cultural artifacts; these poems trouble the static categories of sanity, heterosexuality, masculinity, normality, and health. sax’s innovative collection embodies the strange and disjunctive workings of the mind as it grapples to make sense of the world around it.

Ogni volta che finisco una di queste raccolte – mi è successo lo stesso con Autopsy di Donte Collins o Don’t Call Us Dead di Danez Smith, per dire i primi due che mi vengono in mente – ho l’istinto quasi insopprimibile di dire “Questo è il più bel libro che ho letto quest’anno”, ed è come se quella dichiarazione non cancellasse le precedenti, perché… la bellezza in fondo è un valore assoluto. E la cosa più incredibile di questa (nuova?) poesia è che ha tutto: contenuti e tecnica e quel di più ellittico che ti fa affondare le parole nel ventre e ti accende da dentro.

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Carry Me Like Water

carry me like waterThis immensely moving novel confronts divisions of race, gender, and class, fusing together the stories of people who come to recognize one another from former lives they didn’t know existed — or that they tried to forget. Diego, a deaf-mute, is barely surviving on the border in El Paso, Texas. Diego’s sister, Helen, who lives with her husband in the posh suburbs of San Francisco, long ago abandoned both her brother and her El Paso roots. Helen’s best friend, Lizzie, a nurse in an AIDS ward, begins to uncover her own buried past after a mystical encounter with a patient. With Carry Me Like Water, Benjamin Alire Sáenz unfolds a beautiful story about hope and forgiveness, unexpected reunions, an expanded definition of family, and, ultimately, what happens when the disparate worlds of pain and privilege collide.

Immaginavo che avrei amato questo romanzo, ma non avevo idea di *quanto*. Molto rapidamente, soltanto per fissare le idee, perché prima o poi dovrò scriverci qualcosa di compiuto: è come se fosse stato scritto apposta per me, quando ero bambina, e rimasto in attesa per anni che mi decidessi a prenderlo finalmente in mano. “Portami come acqua”, davvero – un titolo che è anche un simbolo e un motivo ricorrente e la prima cosa che mi ha attratto e quella che in qualche modo racchiude meglio l’effetto che mi ha fatto il romanzo. Che poi è il primo di Sáenz e sembra già racchiudere tutto: le sue famiglie di scelta, e di sangue – è un romanzo di fratelli, vivi e morti e feriti e perduti, e di sorelle che si scelgono da grandi, e di genitori orrendi e genitori bellissimi, e di amanti e amici e tutte le sfumature intermedie possibili – il deserto e la pioggia, il confine, El Paso come inizio e conclusione, e poi morte, tantissima, struggente e al tempo stesso leggera, un’occasione come un’altra di celebrare la vita, e spiriti che lasciano il corpo, candele accese per aiutare il passaggio, il silenzio in cui vive immerso Diego e i suoi bigliettini che lo infrangono, le lettere che Eddie e Jake si scrivono senza mai spedirle, affidandole a diari, conservando l’uno il ricordo dell’altro come un talismano che fa quasi spavento, e i mille modi diversi di affrontare il dolore, di riscrivere il passato. Il passato che ritorna, sempre, e a volte non è neanche cattivo. E un coro meraviglioso di personaggi che si intrecciano e si incrociano e si amano, teneramente, come acqua, davvero.
Era tutto quello che desideravo.

 

Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

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«Just need another season»

In questi giorni sto leggendo The crown ain’t worth much, di Hanif Willis-Abdurraqib, cercando di centellinarlo, in qualche modo, e continuando a meravigliarmi del talento.

Ultimamente mi sono capitati tra le mani tantissimi libri di poesia afro-americana ed è sempre un leggero disagio, in realtà, trovarsi a leggere (e amare) qualcosa che è così dichiaratamente non scritto per te. Come spiare dal buco della serratura, o apprezzare la bellezza di qualche sofferenza a te estranea. Ma sta proprio qui il talento incredibile di questi autori, credo: nel riuscire a far esplodere le parole con tanta forza – senza violare minimamente il lessico e la sintassi, ma potenziandoli soltanto – da lasciare senza fiato anche qualcuno che non ha esperienza diretta di ciò che denunciano, e senza scivolare mai nella retorica.

E poi adesso su Twitter sono incappata nella sua lettura di una delle poesie della seconda sezione, ed è un ritratto così spietato di cose così universali, in realtà, che non ho potuto fare a meno di condividerla anche qui. Perché è sempre strano, ritrovarsi così. Nelle parole di altri, per quanto lontani.

«(…) you may ask why I allow my face to
drown in less and less joy with each passing year and I will say
I just woke up one day and I was a still photo in everyone else’s
home but my own. or I will say I promise that my legs just need
another season, and then I will be who you fell in love with again.
and then I will probably just say I’m sorry that there was once a
tremendous blue sky and then a decade of hard, incessant rain

(da “When I Say That Loving Me Is Kind Of Like Being A Chicago Bulls Fan” di Hanif Willis-Abdurraqib)

La poesia completa – insieme a un’altra – si può trovare qui, sul vecchio sito di Drunk at a Midnight Choir, e merita. Qui sotto, invece, il video della sua – meravigliosa – lettura.

The Inexplicable Logic of My Life

Inexplicable LogicA warmly humane look at universal questions of belonging, infused with humour, from the bestselling author of Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe.

Sal used to know his place with his adoptive gay father, their loving Mexican American family, and his best friend, Samantha. But it’s senior year, and suddenly Sal is throwing punches, questioning everything, and realizing he no longer knows himself. If Sal’s not who he thought he was, who is he?

Una storia importante sull’amore e la famiglia – quella di sangue, quella di scelta. E anche sulle difficoltà della vita, a volte troppo grosse per l’età dei protagonisti ma proprio per questo, purtroppo, reali. La scrittura è semplice – più di quanto sono abituata a trovare in YA più d’evasione e più anche di quanto mi aspettassi dall’autore – ma non per questo meno bella: è limpida e riflessiva, un po’ come il protagonista narratore. E come lui, nasconde rimandi e segreti e complessità interne. Più che tutto, però, davvero: raramente ho letto una storia che abbracciasse in modo più completo ed elastico il concetto di famiglia: figli naturali e adottivi, amici e fratelli, omogenitorialità e storie d’amore che non si esauriscono esclusivamente in un rapporto sessuale e romantico, e l’impatto della cultura in cui cresci come definizione di vita. E quanto la biologia sia, davvero, poca cosa.

Don’t Call Us Dead

Don't call us deadAward-winning poet Danez Smith is a groundbreaking force, celebrated for deft lyrics, urgent subjects, and performative power. Don’t Call Us Dead opens with a heartrending sequence that imagines an afterlife for black men shot by police, a place where suspicion, violence, and grief are forgotten and replaced with the safety, love, and longevity they deserved here on earth. Smith turns then to desire, mortality the dangers experienced in skin and body and blood and a diagnosis of HIV positive. “Some of us are killed / in pieces,” Smith writes, some of us all at once. Don’t Call Us Dead is an astonishing and ambitious collection, one that confronts, praises, and rebukes America–“Dear White America”–where every day is too often a funeral and not often enough a miracle.

Dovrò rileggerlo per riuscire a formulare un discorso articolato ma… Assolutamente perfetto. Durissimo e struggente e spietato, nell’affrontare il tema della violenza razziale negli USA – tanto con accuse dirette e precise, come in “you’re dead, america” («& where you died/grew something worse»), tanto con la presenza costante dei troppi giovani uccisi che infestano le pagine come fantasmi che non si può, né deve, dimenticare – ma anche nel riflettere su tematiche relative alla sessualità (ed è sempre struggente il modo in cui viene rappresentato l’obbligo di conformarsi a una mascolinità enfatizzata, soprattutto da ragazzini: “last summer of innocence” è un esempio perfetto) e alla pervasività del razzismo, anche interiorizzato; alle difficoltà di navigare il mondo degli incontri nel nostro presente iper-superficiale e iper-tecnologizzato; ma anche alla realtà dell’AIDS, l’altro fantasma costante, come un’ombra che si concretizza in versi strazianti (penso al finale di “it began right here”, per esempio). E poi, ancora, la delicatezza estrema – ma non per questo meno intensa o dolorosa – con cui si immagina un finale diverso, il miracolo di qualche dio più a misura d’uomo (o con una pelle diversa, forse, soltanto). Con così tanti rimandi – e così tante conversazioni aperte, nascoste – che sarebbero necessarie mille letture per iniziare a sviscerarli tutti.