Cigni di carta

Aprendo quella che potrebbe essere la mia prossima lettura – Distancia de rescate di Samanta Schweblin, comprato appena uscito sull’onda dell’amore ma non ancora letto malgrado nel frattempo sia stato tradotto in inglese e persino candidato al Man Booker Prize – ho ritrovato il cigno origami che uno dei ragazzini mi aveva inspiegabilmente lasciato sulla cattedra alla fine di una delle prime lezioni. L’effetto è stato più o meno lo stesso di allora: un wtf intenerito e molto confuso.

A volte mi chiedo se tornerò mai a insegnare; quando non ci sono possibilità all’orizzonte, mi illudo che il passaggio del tempo renda meno spaventosa la prospettiva. Poi capita qualcosa – tipo l’ennesima convocazione per graduatorie di terza fascia con il tuo nome al primo posto in un periodo in cui non sei proprio strapienissima di lavoro – e nonostante il mio animo da formica sogni la temporanea stabilità che offrirebbe, il solo pensiero di accettare mi strema. Continue reading “Cigni di carta”

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By heart

Oggi – ieri forse, quando cliccherò invio – fanno vent’anni dalla prima pubblicazione di Q di Luther Blissett, e ho perso il conto ormai del numero di foto o citazioni o commenti  al riguardo che ho visto circolare da stamattina su Twitter. Sono finita a prendere in mano la mia copia anche io, cercando quello che era il mio capitolo preferito; mi sono messa a rileggerlo a bassa voce. Ed era strano il modo in cui le parole scivolavano l’una dietro l’altra, un po’ perché si chiamano in generale, come tutte le scritture buone, ma un po’ anche perché la voce – la lingua – erano allenate ad associarle. Come una memoria muscolare anche in quel caso: non solo per i gesti, o i passi, o le abitudini, ma le cose che mandi a memoria. O che ripeti così tante volte da trasformare la memoria in impronta.

Mi sono accorta che non sto più leggendo in quel modo, ora. Non mi capita più di fissarmi su un libro e tornarci sopra ancora e ancora, nel modo in cui lo facevo a sedici anni, almeno, quando davvero ogni cosa amata si trasformava in incantesimo, cantilena che ritracciava la tua identità stessa. Leggevo, e rileggevo soprattutto, e a ogni nuova rilettura le parole scivolavano più a fondo. In impronte che ancora adesso restano.

Mi è capitato con Q, in alcune parti. Mi è capitato con certi libri di Benni, Memorie di Adriano, Paula e tutte le poesie che ho imparato in italiano. Mi è capitato con Armand della Rice, persino, e con alcune delle original del web che hanno scolpito il mio immaginario. Mi capitava con le cose che scrivevo io.

Adesso è come se non ci fosse più tempo.

O ci fosse troppo.

Da leggere, vedere, scrivere di nuovo. L’ipotesi di soffermarsi più dello stretto necessario mi fa paura, quasi, perché il tempo di stare ferma per goderti quella bellezza e altre dieci cose imprescindibili ti passano accanto, si sommano e moltiplicano in qualche forma esponenziale. Solo che, per inseguirle, è come se te le lasciassi sfuggire.

Una forma di consumo anche quella. Che resta in superficie e non trasforma. Continue reading “By heart”

Autoscritture

È da qualche giorno che mi chiedo cosa scrivere per chiudere questo anno così strano, che per certi versi sembra già finito da un secolo e per altri neanche a metà, appena cominciato. La realtà è che non sono in grado di fare bilanci, perché sono successe troppe cose contrastanti e il mio vissuto, in particolare, è stata un’altalena continua di alti e bassi, sprazzi di ottimismo seguiti da fasi più lunghe di assestamento, di demoralizzazione. Tensioni sotterranee.

Per certi versi credo di essere più serena del solito, in questi giorni, ma il resto – nelle sue grandezze e piccolezze – aleggia come un’ombra, si trascina su tutto. Non ho voglia di dargli un nome, è già troppo pervasivo.

O forse è solo la mancanza di una vacanza vera e propria, di uno stacco netto.

(Ho qualche sogno che accarezzo, per il prossimo anno. Persone che mi piacerebbe abbracciare, luoghi che vorrei rivedere. Decisioni da prendere. Non so se riuscirò a fare tutto, o anche solo una parte, ma il fatto stesso di pensarlo è già un passo avanti, presumo. Rispetto al solito.)

Avrei voluto produrre almeno una classifica di lettura, dato che la mia vita sta ruotando sempre più intorno ai libri, ma… continuo a scontrarmi con l’idea che non avrebbe senso. Se guardo su GR il riassunto delle letture di quest’anno, le prime mi sembrano così lontane che non posso quasi credere appartengano davvero al 2018, e ci sono cose troppo varie, troppi pochi punti fermi capaci di dare un senso all’operazione. Ho letto pochissime nuove uscite, e di quelle poche alcune non sono ancora tradotte. (Così, sparse: La festa nera di Violetta Bellocchio, di cui qui ho scritto qualche appunto fulmineo; La dimensione oscura di Nona Fernández; L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, di cui ormai ho parlato dovunque, e The Witch Tree di Tana French, che si conferma sempre di più l’autrice a cui vorrei davvero, davvero tanto somigliare).

Ma la verità è che più ci penso, più mi rendo conto che in termini di libri per me quest’anno è definito da Alexander Chee, e visto che ancora non ne ho parlato davvero ho deciso di farlo adesso, anche se non è ancora stato tradotto e parlare di cose pubblicate solo in inglese mi sembra sempre un esercizio di inutilità totale.

Ma lui lo merita. E meriteremmo di poterlo leggere tutti, in realtà.

Continue reading “Autoscritture”

25 dicembre

– Secondo te, non avrei potuto capire quella lettera di Emily L.?
– Un altro amore, diverso da quello che vivevo per te, non avresti sopportato di capirlo.
– E a te, mancava quella contraddizione, di essere in un amore che ti appagava e invocarne un altro.
– Non esattamente… né di invocarne, né di sperarne. Solo di scriverne.

Pomeriggio, seduta nel fascio di luce che il sole riversa in cucina. Il vetro caldo della porta contro la schiena, nonostante sia inverno; le spalle un po’ doloranti per il fantasma di uno sforzo. La traiettoria bassa della luce, quasi irriconoscibile rispetto all’estate; l’arco che il sole traccia sulle pareti opposte. In soggiorno il lucernario lo proietta proprio in corrispondenza del computer, lavorare alla scrivania il primo pomeriggio è quasi impossibile. Oggi sono rimasta lontana più a lungo. Non ho proprio lavorato. Né tradotto né scritto.
Soltanto letto. Continue reading “25 dicembre”

Ottobre

È davvero… allarmante, la facilità con cui l’ansia distorce le cose. Oggi pomeriggio ho ricevuto un’e-mail lavorativa un po’ imprevista che ha magicamente cancellato almeno metà delle preoccupazioni relative a quest’ambito che mi hanno tormentato nell’ultimo mese – segno che, come sospettavo dall’inizio, erano paranoie che mi sarei potuta benissimo evitare – e il risultato è che la nebbia che ha aleggiato sul mio cervello per tutto ottobre si è alzata e di colpo io sono riuscita a vedere tutto con un po’ più di prospettiva. E mi sono accorta che, se soggettivamente ottobre è stato un po’ uno schifo, oggettivamente ha contenuto anche cose molto belle.

Quindi. Giusto perché ho passato l’ultima mezz’ora ad appuntarle mentalmente mentre mi lavavo e asciugavo i capelli e sono inspiegabilmente commossa dalla vita, un elenco random in dodici punti. Per ricordare a me stessa che in mezzo alla nebbia non si vede niente davvero, ma il mondo continua a esistere lo stesso. E magari anche per aggiornare chi passa di qui e insomma: negli ultimi tempi mi ha visto ancora meno del solito.  Continue reading “Ottobre”

Strange days*

Sono giorni strani. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare davvero un modo più preciso per definirli: sarà l’autunno che avanza, sarà l’estate non davvero vissuta, o l’inspiegabile – perché tutta mentale – nebbia che sento aleggiare sui prossimi mesi della mia vita, ma è tutta la settimana che riverso paranoie confuse nell’inbox di Sabrina, cercando di dipanare non capisco neanche bene quale matassa.

In parte credo c’entri il fatto che dovrei avere un grosso annuncio da fare, a breve, ma mi sono imposta di non parlarne pubblicamente finché non avrò la certezza pressoché matematica che non si riveli una bolla di sapone, e quindi la settimana si è trascinata nell’attesa di questa conferma non ancora pervenuta, e boh. Mi sento sospesa a metà, tra la felicità e l’ansia. Che, trattandosi di me, significa più che altro che sto appesa all’ansia chiedendomi perché non riesco a essere felice e basta. *rolls* Continue reading “Strange days*”

Attesa

Questo è tempo di lampi senza tuono,
Questo è tempo di voci non intese,
Di sonni inquieti e di vigilie vane.
Compagna, non dimenticare i giorni
Dei lunghi facili silenzi,
Delle notturne amiche strade,
Delle meditazioni serene,
Prima che cadano le foglie,
Prima che il cielo si richiuda,
Prima che nuovamente ci desti,
Noto, davanti alle nostre porte,
II percuotere di passi ferrati.

Perché oggi è il compleanno di Levi e io avevo in testa un’altra sua poesia – una delle poche d’amore, in realtà, “11 febbraio 1946”, che mi riempie sempre di una tenerezza difficile da spiegare – ma quando ho aperto Ad ora incerta per rileggerla lo sguardo mi è caduto su questa – “Attesa” – ed è stato un po’ davvero uno schiaffo.

L’ultima volta che l’ho letta, l’inquietudine che richiamava era vaga, distante; presente com’è sempre presente l’orrore, in ogni tempo umano, ma non immediata. Adesso, è un monito che sembra arrivare già troppo tardi, a orecchie sorde. O mani incapaci, comunque.

E nulla.

Condividerla non serve a nulla, ma mi sembra giusto comunque

(Anche perché di Levi poeta non si parla abbastanza spesso, e lui probabilmente avrebbe apprezzato il silenzio, ma io sono troppo legata alla sua voce, nonostante tutto. O forse proprio per quello.)

«It gets harder to say»

È un periodo che leggo&amo tantissimo un poeta americano che pubblica e vince premi da una ventina d’anni ma che io ho scoperto solo da qualche mese: Carl Phillips. Non ricordo neanche come, esattamente, solo che la sua prima poesia che ho trovato è Civilization e subito dopo averla letta – una due tre volte, credo – l’ho stampata e me la sono tenuta vicina per mesi quasi come una preghiera, perché non mi era mai capitato – mai – di trovare qualcuno che usasse una sintassi così spezzata e al tempo stesso armonica, e così in armonia *con me*. Come immagini e senso, o il senso che ci leggo io almeno. La stessa impressione di miracolo e luce soffusa che mi scopro a osservare incantata, giorno dopo giorno. E con un ritmo che sembrava avvitarsi sulla mia anima, o forse sciogliere nodi di cui non avevo neanche coscienza.

Oggi stavo sfogliando il libro da cui è tratta – non ho ancora finito di leggerlo, mi sono regalata la raccolta precedente per il compleanno ma questo è uscito dopo, ho dovuto comprarlo a parte e da quando è arrivato lo sto centellinando – e mi sono trovata davanti l’ennesima immagine perfetta.

I think
to be useless doesn’t have to mean
not somehow mattering. Years now, and

still I can’t stop collecting the strewn shells
of spent ammunitions where I come across them:
carefully, I hold each up toward what’s left of the light.

Continue reading “«It gets harder to say»”

Dove finisce la pioggia

Ho passato cinque minuti a scrivere e cancellare l’inizio di questo post sconclusionato per scoprire che, in realtà, stavo solo inseguendo Murakami: «Chi può dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia?» scriveva, ne La ragazza dello Sputnik (che ovviamente ho letto da troppo tempo per averne un ricordo preciso, a parte questa frase indelebile e la bellezza che, con lui, è un po’ inevitabile). Ma è tutto il giorno che mi dibatto negli strascichi di un umore che ci si raccorda parecchio: perché il cielo è grigio e – per qualche strana ragione – non me l’aspettavo, perché ogni volta che riprende a piovere le gocce tamburellano sul lucernario esattamente sopra la mia testa e la luce scende, troppo fioca. E non riesco a capire se è quello, il problema, o il cavolo di romanzo stupidissimo che sto finendo di tradurre (seconda stesura, che è sempre la peggiore), o la nostalgia di Sabrina, costante (e che in giornate come queste punge particolarmente), o il fatto che sento di dover fare qualcosa, in mille direzioni diverse, ma non la so impostare. Da dove partire.

Credo che in parte il problema sia che è troppo tempo che scrivo da sola. Ho praticamente finito la prima stesura degli Aironi, ed è in assoluto la cosa più lunga che abbia mai scritto senza dividerla con Sabrina; mi mancano un paio di capitoli finali, in teoria, ma ho sospeso tutto perché mi sono accorta che stavo sostanzialmente buttando giù frasi un po’ a caso per il puro intento di raggiungere le 80k parole. Dato che mi conosco, e so che in quei casi metà delle volte esce fuori qualcosa di terribilmente anemico – per i miei standard, almeno – mentre nel finale dovrei tirare le fila di tutto, ho pensato fosse più produttivo cominciare a rileggere quello che avevo già scritto e vedere quando lavoro ci sarà da fare in fase di revisione e… Miracolosamente, direi non troppo. Ci sono parti da riscrivere, certo, e un sacco di introduzioni da tagliare e/o trasformare in qualcosa di più intenso, ma ci sono anche passaggi che a rileggerli ho adorato e anche se Nico e Blue sono parecchio, parecchio diversi dai personaggi che avevo creato a diciott’anni nel Nero – Blue soprattutto – nonostante il distacco dei primi mesi di lavoro in realtà adesso voglio bene a entrambi. Tanto. E sento un po’ di incanto anche io, per loro; per una storia che ha molta più luce di quanto mi aspettassi. Quindi insomma. Su quel versante, il bilancio è positivo. Continue reading “Dove finisce la pioggia”

SalTo 2018 – O quando ripeti da mesi che devi smaltire i libri già acquistati e torni a casa comunque con altri sei titoli

Salto2018(Copincollato da Facebook perché mi sono accorta a metà post che avevo bisogno di mostrare anche un paio di copertine. *rolls*)

Stavo fotografando gli acquisti di ieri per Stefania, ma mi sento logorroica e ho deciso di ottimizzare con un mini-post di segnalazioni. <3 Anche se ammetto che sono letture un tantino monotematiche. *rolls* Perché le mie fisse sono quelle.

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