Metafore

Stamattina mi sono ritrovata ad ascoltare Leonard Cohen in cuffia, mentre andavo a Torino: fuori era autunno, nebbia sul fiume, cieli grigi sopra le strade. La sua voce nelle orecchie, calda: lontana anche, in qualche modo, nel tempo più che nello spazio. Pensavo alla Rosa, un po’ per S., perché è periodo, un po’ perché era dai tempi belli di quella storia che non mi capitava di ascoltare Cohen in viaggio e l’autunno di Torino mi fa pensare sempre ai vent’anni, l’università vissuta con la fretta di tornare a casa per rispettare un appuntamento, immergersi in una vita parallela.

It’s four in the morning, cantava lui, the end of december. Io stilavo una lista mentale delle mie canzoni preferite, e ogni volta che lui attaccava con quella successiva l’ordine cambiava. Arrivata a Porta Susa, sono scesa dall’autobus e ho continuato a gironzolare accompagnata da The Stranger Song – e Megan – finché non è stata ora di entrare dalla psicologa.

Mi chiedo se abbia senso pensare che, dopo un anno che vado, le cose stiano cominciando a smuoversi davvero solo perché sono due sedute di fila che mi ritrovo a parlare con gli occhi bagnati e il nodo alla gola – trattenendo le lacrime – mentre l’autunno scorso entravo e uscivo come per una commissione qualunque. O è solo il periodo, a influire?

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«Something was alway burning»

Settembre è stato un mese infinito: per me si è chiuso ieri, in qualche modo, insieme agli scampoli dell’inverno che mi trascinavo da marzo – ho avuto l’ultima lezione di un corso che la pandemia aveva congelato, il risultato di una prova che per fortuna è andata benissimo – e credo che sia questo a farmi inciampare nel pensiero, adesso, più che tutto. Il fatto che è concluso, ma quello che l’aveva reso così lungo e sfilacciato è ancora intatto, ho solo fatto l’abitudine a portarmelo dentro. O il tempo ne ha sbiadito l’impatto, non so. Riesco di nuovo a respirare, in qualche modo, ma ho l’impressione costante che sia soprattutto perché mi sto raccontando una storia diversa. Ho smesso di riflettere sul serio, di pensare.

Per sperare, essenzialmente. Per credere che tutto debba andare bene.

L’ottimismo è una declinazione così insolita del mio carattere che mi lascia sempre spiazzata, quando lo sento arrivare.

E come al solito quando c’è qualcosa di brutto da dire mi rifugio nell’ellissi ancora più del normale: non spiego niente e alludo, aggiro, qualunque cosa pur di evitare un discorso diretto. Vorrei avere un altro atteggiamento, di solito, ma questa volta quello che mi ha tramortito mi tocca in modo così indiretto – perché è un’altra persona che soffre, che resiste, che ha paura, io non vivo quel che sta accadendo ogni giorno, sono troppo lontana – che usare parole più chiare sarebbe un tradimento imperdonabile. Non riesco nemmeno a pentirmene: le ultime settimane sono state fatte di silenzio, non avevo voglia di parlare neanche con le persone che sapevano. Non avevo voglia di scrivere, persino leggere era diventato qualcosa di vuoto. Non ricordo che mi fosse mai capitato.

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Schegge di domenica

  • Le sei del mattino sveglia, senza motivi utili. Il buio nella stanza, la luce fioca fuori. Il romanzo che stai chiudendo fermo agli ultimi capitoli
  • Il treno a tarda mattina, la panchina al sole, voci sparse sotto gli alberi del viale. Il tragitto sul bus sostitutivo trascorso a studiare insieme menu a distanza. Curve di nausea e l’imbarazzo di ogni scelta
  • Il piacere strano di camminare in casa d’altri, scalza
  • La scivolosità deliziosa degli spaghetti di soia che non mangiavi da troppo, troppo tempo sulla lingua. Sapori nuovi, sapori conosciuti. Il cavolo cinese che sta crescendo (poco) nell’orto, quello che accompagnava i funghi neri che S. ti ha suggerito
  • La casa di S., l’ocra giallo intenso della parete di mattoni, le finestre aperte, il legno scuro dei soffitti, dei mobili, delle travi. Vasi di terracotta e piante dappertutto. Quadri
  • Gli ultimissimi minuti di una puntata di Brooklynn 99 sul portatile. Tenerezze comuni
  • Parlare di gatti&vita&decisioni sedute sul divano, a tavola, per strada nell’aria ancora calda che sa già d’autunno
  • Rientrare in libreria dopo troppi, troppi mesi. Le copertine bellissime, l’elenco sterminato di titoli da cui scegliere. Il senso di inadeguatezza come un’ombra, leggerissima: l’invidia, qualcosa che morde appena. Uscire con due cose che volevi nella borsa, e troppe altre indietro. Lasciate al futuro
  • La meccanicità estenuante di questo nuovo spostarsi. La metro semivuota. Il tragitto diverso dell’autobus, un parco sconosciuto visto con la coda dell’occhio, verde verde e in mezzo il fiume. La voglia di scendere. Il dubbio: l’avresti fatto, se ci fossero state fermate?
  • I tempi morti. Le coincidenze inesatte. Le attese
  • Scendere dal treno in mezzo al temporale, rientrare a casa fradicia, con i lucernari che vibrano per il battere della pioggia. Il gatto nascosto sotto la scrivania
  • Una piantina nuova portata a casa nella borsa. Il pensiero, dolce: “Quando smetterà di piovere, la metterò in un vaso.”  
  • Il peso della settimana sullo stomaco, ancora. Accorgersi che è più leggero di prima. Pensare che, forse, questo basta.

2 settembre

Qualche stralcio di pensiero per questi giorni fermi di cui non voglio dire nulla: ci sono dolori che vivono in una parte separata della coscienza – o dell’anima, o di qualunque nome si voglia dare a quella cosa – e non possono trovare voce perché quel silenzio, quel non nominare, non pensare, non guardare nel profondo è l’unica cosa che li trattenga nel confino e impedisca di tracimare in tutto il resto. È da sabato che mi porto dentro questa cosa senza nome e senza forma, un pensiero-nonpensiero vivo solo in potenza, o meglio vivo – è questo il punto – ma ancora asettico, impersonale, amorfo (ci sarebbero aggettivi più adatti, d’uso soprattutto metaforico, ma in questo caso la metafora coincide troppo con il referente perché la semplice idea di usarli non mi soffochi il fiato) e ho bisogno di metterlo in parola, credo, non per ricordarlo in futuro – non so se vorrò mai rileggere questo pezzo – ma perché una parte di me sente di doverglielo. Che ci sia bisogno di un rito anche per questo, e che se questo rito deve consumarsi tra riferimenti ambigui e frasi circolari così sia, resta comunque catartico. (Sto piangendo mentre scrivo.) E forse la catarsi non è neanche il punto, perché sarebbe troppo positivo: forse il senso è solo il sacrificio. Farsi male e basta, almeno un poco, perché qualche parte di me, di noi, della mia psiche dev’essere ancora la stessa che per millenni ha offerto sangue in cambio di qualunque richiesta vana, e il sangue è l’unico discorso che comprenda. (Questa è metafora, d’accordo. Per quanto riguarda me, almeno.) Continue reading “2 settembre”

Complicati atti d’amore

A un certo punto avevamo tanta vernice sui vestiti che abbiamo deciso di toglierceli. Ho lasciato che mi facesse degli strani geroglifici su tutto il corpo con un pennello di quelli grossi e io gli ho disegnato un bersaglio sul sedere. Poi abbiamo coperto con un telo di plastica il sedile davanti, siamo andati dove abita il Pettine d’Oro e ci siamo annaffiati con il gasolio viola per togliere la vernice. Travis mi ha inseguito un po’ con l’accendino minacciando di darmi fuoco. Poi siamo andati alla cave, ci siamo lavati via il gasolio viola con l’acqua che è diventata bellissima e siamo rimasti a mollo circondati da arcobaleni oleosi, per ore, parlando di un sacco di cose e dando fuoco al gasolio con l’accendino di Travis e sembrava di essere all’inferno. Arcobaleni di fuoco liquido nell’acqua, odore di stoppie bruciate, vento caldo, polli morenti, notte, la mia infanzia.

Come ci si ricorda di un paese che è nato per non esistere?

Miriam Toews, Un complicato atto d’amore, trad. di Monica Pareschi.

 

È sempre strano quando ti accorgi ti aver sbagliato il momento per leggere un libro: a volte rimando, soprattutto se è mio, altre volte mi costringo a proseguire con la consapevolezza che ogni impressione sarà sfalsata, e cerco di imprimermi nella memoria più il ricordo dell’esperienza che avrebbe potuto essere di quella che è stata davvero. Come promemoria per il futuro, magari. La promessa di riprovarci di nuovo.

Con Un complicato atto d’amore tutto questo l’ho sentito tantissimo. C’era una poesia palpabile che mi sfuggiva tra le dita, era tutto troppo sommesso e discreto, come un bisbiglio che non riuscivo a sentire abbastanza forte. Arrivavo in fondo a una scena e sapevo di non averla letta con l’attenzione che richiedeva – e meritava – sapevo che non aveva quel qualcosa di più che mi avrebbe costretto a prestare attenzione a prescindere dalla distrazione personale eppure continuavo a trascinare la lettura. Ho fatto pace, credo, con l’idea di essermelo bruciato, a questo giro almeno. Sono solo felice che non fosse il mio primo incontro con Toews, e che l’altro fosse avvenuto con un testo (Donne che parlano) in cui avevo trovato più semplice entrare – e in un momento migliore – perché almeno ho la certezza che sia solo un problema di sintonia temporanea.

Nonostante questo. Sa sempre un po’ di sconfitta.

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«Sunlight pouring across your skin»

Lezioni della giornata:

  • Ci sono cose che si risolvono da sole mentre fingi che non esistano: basta non guardarle, e con il tempo migliorano. Il mal bianco delle piante non è tra queste.
  • È meglio fare qualche ricerca sui rimedi possibili prima di amputare tre quarti di passiflora e qualche tralcio importante di gelsomino, perché se è vero che basta acqua e aceto a combatterlo hai distrutto mezzo terrazzo per niente.
  • (Tutto questo è una metafora così evidente della tua vita che pensarci è quasi imbarazzante.)
  • Sonnecchiare una decina di minuti nel pomeriggio è davvero una cura miracolosa per il malumore.
  • Poche cose sono più belle e vive di terra&cielo&sole il giorno dopo un grande temporale.
  • Niente dura per sempre. Nel bene e nel male.
  • Alla decima volta in pochi anni che ti ritrovi a pensare “Forse dovrei provare a […]”, magari è il caso di provare davvero, e non pensarci soltanto.
  • (Questa più che una lezione della giornata è una lezione per il futuro: vediamo se la colgo, stavolta.)
  • Non sei confinata su un’isola da cui non hai scampo. Qualunque cosa possa ripetere la voce che ti vive nel cervello.
  • Hai voglia di innamorarti di nuovo. Prenditi il tuo tempo – la tua estate, i tuoi dubbi, quella solitudine insieme preziosa e asfissiante – ma non dimenticarlo.
  • The light is no mystery,/the mystery is that there is something to keep the light/from passing through.

Pozze

Oggi guardavo l’acqua di una pozza: avresti potuto tuffarti, c’era gente che lo faceva. Era profonda, limpidissima, acqua di pietra che lasciava vedere il fondo, la vischiosità intatta, i pesciolini minuscoli – rari – che sgusciavano tra gli anfratti delle rocce. Aveva una trasparenza verde che forse era colpa delle alghe, forse delle foglie che frusciavano sopra le nostre teste. Davanti avevo la montagna: montagna vera, rocce puntute ed erba alta, secca, coriacea. Non il paesaggio dell’anima, esattamente, ma quello dell’infanzia. Che poi non è troppo diverso, forse: realtà invece che sogno. Tanto basta.

Ero con una ragazza che conosco da tutta la vita e un’altra conosciuta oggi pomeriggio. Avevo la testa pesante come ogni volta che con la psicologa mi trovo ad ammettere qualcosa di faticoso: una stanchezza rimandata, perché era la prima volta che tornavo da lei in presenza dopo febbraio – mentre raggiungevo il suo studio, stamattina, pensavo che l’ultima volta che avevo fatto quella strada non avevo ancora mai visto mio nipote, uno di quei pensieri che sono come una vertigine – e uscita da lì avevo commissioni da fare a Torino, non c’era tempo o spazio per accoglierla. Ce l’ho in testa anche adesso, come una nebbia. Foschia pulsante d’afa.

Il cielo era velato. A un certo punto ho alzato lo sguardo e ho visto il disco del sole dietro le nuvole, bianco incandescente e perfetto: come un’eclisse. Non mi ha neanche ferito gli occhi, non troppo.

In basso, l’acqua era ferma e insieme in movimento, come in quasi tutte le pozze di montagna. Corrente che c’è ma non si vede. Acqua viva.

Freddissima, ma meno di quanto mi aspettassi. A volte è doloroso persino immergere i piedi; oggi sentivi solo freddo. Dopo un po’ ti abituavi.

Non ero partita con l’idea di fare il bagno. C’era gente alle nostre spalle, troppa per i miei gusti. Sole sbiadito, nonostante il caldo. Neanche mi ero ancora tolta i pantaloni. 

Forse non l’avrei fatto proprio, se non fosse stato per R. Continue reading “Pozze”

Come una rondine

A volte penso che dovrei riprendere a usare il blog come diario vero, raccogliere istantanee che altrimenti sfuggirebbero dalla memoria. (La mia vita si fa nel narrarla e l’eterno ritorno alla dodicenne innamorata di Paula, convinta di aver trovato il suo posto in un mondo che il tempo ha scombinato, e perso in chissà che futuro.)

Ricordare il rumore della pioggia sulla serra mentre giri nel vivaio con tuo padre, accumulando piantini su piantini, l’aria pesante di umidità e calore, la mascherina che nasconde la bocca e nessuno sa se stai sorridendo o meno, è un segreto che mantieni con te stessa. Ricordare Maya che ti corre incontro in cortile, la mattina, e mamma che cita De André – e lei volò tra le sue braccia/come una rondine – e poi la stessa scena qualche ora dopo, nel prato grande dietro l’orto, lei che corre a perdifiato sull’erba e tu in ginocchio, le braccia aperte, pronta a stringertela al petto perché in quel momento preciso, condensato, solo quello conta: il suo volo. E poi l’erba alta, il fosso in secca, il tronco caduto, quell’ombra di bosco. Le mucche sdraiate nel prato oltre il recinto. Elia che ti fissa negli occhi, con quegli occhi grandissimi, scuri, profondi, e sorride dietro il ciuccio con la tartarughina disegnata, lentamente, in quel modo suo, come se la gioia gli sbocciasse dentro piano piano. Mirò che miagola, affacciato alla ringhiera, nero nella sera che scende, come sagoma ritagliata dallo sfondo, le zampette a penzoloni, la lingua rossa e gli occhi immensi, gialloverdi. Il sole alle spalle mentre siedi sul parapetto ad asciugare i capelli, perché è tardi e sul terrazzo c’è già l’ombra, le gambe incrociate, I vagabondi aperto alle ultime pagine sulle mattonelle di cotto, porose e ruvide, il rosa intenso della buganvillea al margine dello sguardo e il cielo sul lato opposto, quelle nuvole basse, sfumate, azzurre, più foschia che altro, ma abbastanza dense da nascondere le montagne. L’impressione di un’estate già agli sgoccioli, chissà poi perché. La voglia di regalare al mondo bocche di leone. Il ricordo di un fine settimana pieno di amicizia e di verde: quello della collina e dei parchi di Torino che si vedono da casa di C., della serenità di quel terrazzo, quello delle felci e degli alberi che cingono il torrente che ti scorreva accanto domenica, mentre parlavi con S., seduta su quelle pietre di fiume che senti tue come poche altre cose, con quella sensazione di porta che si schiude, spiraglio che si allarga, e chissà se oltre c’è luce. Chissà se ti deciderai a vedere.

Sono cose piccole. A misura di vita. Cieli, fiori, acqua, luce. Un bambino che ti si addormenta tra le braccia mentre lo culli dolcemente. La voce di De Gregori mentre muovi la sedia girevole e Maya seduta a occhi chiusi, concentrata sulla musica, sul movimento, il suo corpicino caldissimo appoggiato al petto, alla spalla, la pesantezza del sonno. L’abbandono. Non so se ha senso volere di più, non so se lo voglio davvero. Come aggiunta, forse, come alternativa non credo.

E nulla. Per oggi è tutto. Prima o poi tornerò con qualcosa di più sensato.

 

Di ricci&orti&stagioni improbabili

Siamo a metà primavera e il tempo sembra confondersi, il sentire del corpo e quello della mente si accavallano, non riesco a situarmi davvero nel presente (ma il presente mi sfugge sempre in generale) e anche lo spazio di giorno in giorno identico a se stesso dà quell’impressione strana di cambiamento in boccio, di stasi che è bozzolo, guscio in cui inizia forse – finalmente – a formarsi qualche crepa, uno spiraglio verso ciò che verrà. L’estate, che non è ancora qui nonostante l’inganno del sole, il riallacciarsi di qualche rapporto, il lavoro ancora nebuloso che accenna qualche vaga promessa di riassestamento.

Ho caldo e insieme freddo, di continuo. L’ombra e il sole – l’interno e l’esterno della casa, porta-finestra aperta o chiusa, felpa o maglietta – sono due estremi tra cui mi sposto e oscillo e non capisco se sia questa mia immobilità costante, a rendermi tanto sensibile ai mutamenti minimi di temperatura, di pressione nell’aria, di colore, se sia tutta un’impressione psicologica o ci sia qualche realtà fisica. Di notte, accumulo coperte su coperte ai lati del letto, un rito che sembra quasi metafora, manca solo il verso in cui incastrarla. Il tempo, lo spazio, l’attitudine emotiva.

Ieri sono tornata nell’orto, dopo mesi. L’ultima volta credo fosse ottobre – diverse vite fa, il tempo di una persona che, senza aver subito nessun trauma concreto, non sono più certa di riconoscere del tutto – ed è normale, in realtà, per me, non tornarci per tutto l’inverno, ma di solito a marzo cominciamo a pulire e vangare e preparare il terreno per i nuovi raccolti, mentre quest’anno ovviamente è slittato tutto di un paio di mesi. Ero convinta che mi avrebbe fatto più effetto. Uscire in generale, dico: l’ultima volta era stato il 28 febbraio, ero andata a Torino in treno dopo una notte insonne perché dimettevano mia sorella dall’ospedale con il bimbo appena nato e dopo mesi di ricovero non ci aspettavamo che succedesse già quel giorno e mio cognato era lì con lei dal pomeriggio prima e non aveva portato nulla con cui coprire il piccolo e io sentivo molto distintamente che se avessimo aspettato anche solo un’ora più del necessario qualcosa sarebbe crollato, in me, nel mondo. Avevo attraversato la città in cui già si intravedeva il blocco che sarebbe calato di lì a poco con la lucidità allucinata del cervello in riserva d’energia, stupidamente indifferente a tutto, ed è strano: dopo mesi, quello è uno degli ultimi ricordi vividi. Subito dopo è calato un velo: potrei dare la colpa al lockdown, ma anche la settimana nel mezzo è confusa. Ieri, con le mani finalmente di nuovo affondate nella terra, con il verde intorno, la consapevolezza dei boschi vicini, la gola asciugata dal caldo e dal sole e il corpo teso in quella fatica che tocca ogni singolo muscolo e che sai si tradurrà in un indolenzimento profondo e generale già poche ore dopo – oggi sono un dolore unico – mi sono sentita di nuovo lo sguardo un po’ più limpido. Come se certe cose fossero tornate vere, di colpo. Come se stessi tornando vera, piano piano, anche io. Continue reading “Di ricci&orti&stagioni improbabili”

Domenica, pare

È difficile trovare qualcosa da dire, in questo periodo. Sinceramente non sono sicura che ci avrei provato, se non mi fossi accorta che negli ultimi tempi sto tenendo d’occhio più del solito i social in cui lurko, e che vedere post – seri o scemi che siano – di persone che conosco tranquillizza qualche campanello d’allarme, mentre il silenzio di altre mi inquieta come una puntura di spillo: nulla di urgente, ma un piccolo dubbio sospeso. E ho pensato che forse non è davvero il momento migliore per eclissarmi, anche se non ho cose utili da dire, riflessioni o testimonianze o persino sfoghi che possano far sentire qualcuno più vicino, abbracciato o compreso. Vorrei riuscirci, davvero: le parole sono l’unica cosa che so di poter offrire, a tutti, vicini e sconosciuti, e nelle ultime settimane me le sento scivolare tra le dita, dalla mente, inciampo su ogni tono: mi sembra tutto troppo denso o troppo leggero, come se dessi levità a qualcuno che avrebbe bisogno di occhi lucidi e attenzione, o drammaticità eccessive a chi sta cercando nel suo piccolo di stemperare. Ogni volta che scrivo un messaggio, anche a persone che conosco, che sento o sentivo spesso, è un piccolo salto nel vuoto che non so come verrà inteso, con la paura che in quella vita magari sia arrivata un’ombra più densa, che le preoccupazioni siano più grandi e pesanti, che anche solo l’isolamento stia affondando i denti troppo forte.

E non so. Io sono qui, continuo la mia vita di sempre – con la stranezza costante che la mia vita di sempre somigli molto a questa quarantena forzata che sta facendo scricchiolare la nazione – e annaspo un po’ nell’impressione che le ansie più piccole abbiano perso peso e consistenza, senza lasciare al loro posto molto altro. Angoscia più che paura. Lontana, però, più cerebrale che fisica. E anche questo è un privilegio enorme, in questi giorni, qualcosa che sa di fortuna sfacciata. Continue reading “Domenica, pare”