«Sometimes you’ll believe it»

È un po’ un inciampo anche questo: che ogni cosa nuova che accade, bella o brutta – ma soprattutto bella, va detto -, si infranga contro il bisogno di raccontarla a lei, quell’istinto affinato negli anni e ora inutile, cavo, automatismo svuotato di senso. Dolore fantasma.


Oggi sarebbe stato il suo compleanno. È tutto il mese che ci penso, in qualche modo – tutto il mese che sguazzo in un’apatia simile a quella di dicembre, una palude in cui ristagnano le cose che non vanno e quelle che potrebbero andare, forse, le piccole gioie, una frase bella che hai letto, il fatto che la primavera sia qui, finalmente. In cortile il lillà è sbocciato e sfiorito e ogni volta che ci passo davanti lo penso: non sono riuscita ad amarlo neanche un giorno. Lo guardavo e pensavo che il tempo stava passando, presto non sarebbe più stato così bello e avrei dovuto aspettare un altro anno per rivederlo di nuovo in boccio, ma era come qualcosa di già scritto. Inevitabile, scontato.

Forse è abbastanza normale, in realtà: è il secondo anno che la primavera arriva in mezzo a questo incantesimo. A questo giro fa anche freddo. Negli altri sento frustrazione e stanchezza, e le comprendo, ma io ho più che altro l’ansia che tra non molto si potrà tornare nell’orto e non ho voglia di fare neanche quello. Mettere le mani nella terra, immergermi nel verde. Piantare fiori in terrazza e camminare al sole. Sentire l’aria sulla pelle. Sembra tutto impossibile.

Non spaventoso, sbagliato, ansiogeno. Soltanto… irreale.

Una storia raccontata da altri, a cui credi per loro, ma da una distanza immisurabile.

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«as many as you could»

È da mesi che ho questa sensazione di vivere in compartimenti stagni. Nella testa, più che nella realtà – la realtà è un acquario da un anno ma vabbè, ci sono abituata, in qualche modo ci sto anche meglio -, come se avessi dentro delle barriere di vetro infrangibili che permettono alle cose di scorrere parallele senza mai mischiarsi. Senza toccarsi nemmeno, ma così: in una separazione invisibile.

Quasi tutte le sere, quando mi metto a letto e spengo la luce, è come se per una frazione di secondo almeno in qualcuna di quelle barriere si aprisse una chiusa. Posso affacciarmi nella corrente sottostante, immergerci una mano, sentirne la temperatura. E non so esattamente come sia possibile che faccia così male tutto, in quel momento – come possa diventare cosciente di ogni singola cosa, in una specie di epifania assoluta, perché non è soltanto la morte di Sabrina a diventare chiarissima in quegli istanti di contatto, ma anche tutte le altre cose che il nostro cervello è incapace di comprendere: il fatto che moriranno i miei genitori, che morirò io, che morirà mia nipote e ogni essere vivente ancora non nato, che la nostra vita è quasi tutta finzione a parte quello, che il sempre è reale e il tempo infinito e che entrambi sono comunque un paradosso –, e che subito dopo l’istante si chiuda e l’apertura con lui, la barriera torni di quella trasparenza inscalfibile, ma succede, sera dopo sera. Ormai è diventata un’abitudine, e a volte ho la sensazione che sia persino più radicata: che l’intera mia vita dall’inizio dell’adolescenza in poi sia stata vissuta dietro a quella barriera che separa dal dolore ma anche dal piacere, da tutto l’imprevedibile. L’ingovernabile. Dentro e fuori, come se fossero una stessa cosa. Mi chiedo dove sia io, in tutto questo. Nella topografia dell’anima, dove si è arroccata la mia coscienza?

(Ogni volta che faccio questi pensieri – e li faccio spessissimo, da anni e anni – mi tornano in mente i versi di Alejandra Pizarnik che scrivevo ovunque a diciott’anni: Vida, mi vida, déjate caer, déjate doler, mi vida. Come una preghiera costantemente disattesa, come un’invocazione ossessiva a qualcosa di cui non avevo ancora preso coscienza perché pensavo fosse prodotto delle circostanze, incanto che si sarebbe spezzato appena fossi uscita nel mondo. Invece ero io, e basta. Più sinceramente della parte sognante che vagheggiava un’intensità che tutto il resto di me rifiutava a ogni giro di boa, fino a trasformarla in semplice astrazione.)

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«What I love and I leave»

I am running into a new year
and i beg what i love and
I leave to forgive me.

Lucille Clifton

Stamattina quando ho aperto le persiane nevicava: un nevischio leggero e sottile, che da lontano – da dentro – sembrava quasi polvere, quella dolce della neve asciutta. Mi sono chiesta se si sarebbe fermata. Qualche ora dopo è cominciato un picchiettare discreto sul vetro del lucernario, ho alzato lo sguardo e capito che era pioggia. La neve è già sparita del tutto, ora. In un altro momento mi sarebbe sembrato triste, quest’anno è distante anche questo: ogni segno, ogni presagio. Come se fosse tutto già accaduto, anche quello che aspetta nel futuro.

Di solito amo questo giorno dell’anno. Amo la fine e l’inizio, la demarcazione precisa tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere, tra ciò che hai fatto, giusto o sbagliato che fosse, e quello che dovrai abbozzare. Come aprire un quaderno nuovo e premere la penna in alto sulla prima pagina. Un foglio bianco. Una coltre di neve. Qualcosa da scrivere.

Quest’anno è diverso. La prima dolcezza, forse – malinconica, lieve –, è che non lo sia del tutto, che lo sia meno di quando mi sono messa a letto ieri sera e ho sentito lo sconcerto assoluto della demarcazione che mancava, di un finale che cadeva troppo vicino a un altro molto più vero e assoluto, di un inizio che non avrebbe potuto inaugurare niente, pensavo, anche se un po’ mi ero aggrappata alla data: stimolo più che promessa.

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Della notte

I think you can never know what you can live without. I think you can never know what you will live through. Only when the disaster arrives and you are there does the depth of your real inner resources reveal itself, e not a moment before.

The disaster was here.

(Alexander Chee, The Queen of the Night)

[Giorni un po’ fermi, un po’ perduti. Sto sentendo letteralmente una sola persona con costanza, tutte le altre interazioni scivolano nelle crepe, nell’incapacità di trovare qualcosa da dire e la fatica di concentrarsi su quello che succede agli altri, nelle notizie che leggi e belle o brutte quasi non le assimili. Sono successe cose che in altre settimane avrebbero meritato annunci importanti e adesso non so neanche metterle in parole. Cose belle che dovrebbero fare da stimolo e io riesco a pensare solo al loro tempismo orrido – la prima email, il giorno prima, la prima conferma forzata, tutte le altre a seguire come in apnea – solo alla coincidenza assurda che le ha impigliate allo spuntone che ha perforato la bolla in cui vivevo racchiusa. In cui viveva anche lei, in cui ha vissuto per anni. Ogni giorno rileggo qualcuno dei messaggi che ci scrivevamo, con cui scrivevamo noi stesse, e sembra impossibile tutto. Che sia successo, che sia finito. Che fossimo noi davvero, allora, che siamo state noi alla fine, che siamo state, punto. Con tutti i nomi diversi, tutte le diverse età, tutti i volti. L’illusione che dovesse esserci un senso, che la vita fosse una storia, il destino un ago magnetico che cuciva e ricamava e dava direzione.

L’unica cosa che faccio: leggo. Come sempre. Anche se non c’è più lei a cui ricopiare un passaggio, o dare una citazione, a cui spacciare storie di altri quando le nostre venivano a mancare – anche se erano anni che non succedeva più comunque. L’ultimo è stato proprio Chee, credo, neanche ricordo se Edinburgh o i saggi. E non è per questo che appunto lui oggi, anche se questo ha contribuito: è più che oggi si è superata una soglia che mi ero concessa di aspettare, e ho fatto una cosa che in un’altra vita sarei corsa a riferirle, e ieri ho finito questo romanzo che mi aspettava dai tempi in cui le avevo raccontato gli altri due e in un passaggio si parla di dèi e di destino, e io ho in mente Edward e Rowan da un mese, almeno, e nell’altro di disastri da affrontare e mi ci sono fermata, leggendo. Ho fatto l’orecchia alla pagina, lì e in qualche altro punto. Sono stata un po’ in compagnia di Sam, di quel pensiero.

In un’altra vita l’avrei scritto a lei, perché lui le stava dentro. Adesso gli sto facendo posto in me, però, e non ce n’è neanche bisogno. È un modo meno brutto di pensarlo.

Falso, forse. Ma consolante lo stesso.]

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«With enough practice»

Negli ultimi giorni ho ripreso a scrivere. Erano più o meno due mesi che non lo facevo – l’ultima volta era stato per riscrivere l’epilogo di Ultimo oceano che Ste mi aveva cassato in prima battuta – e una parte di me si sta chiedendo se non sarebbe stato meglio aspettare ancora, perché non sono in vena, ma l’altra parte si chiede se non sarebbe stato lo stesso a prescindere, se questa cosa che vivo come mancanza di ispirazione non è semplicemente un riflesso di tutto quello che sto ignorando e lasciando macerare.

Probabilmente sarebbe stato meglio se lunedì in coda alla consegna dell’ultima traduzione me ne fosse arrivata subito un’altra. O se quella bellissima che devo consegnare a gennaio non fosse già al punto in cui devo lasciarla riposare qualche settimana prima di poterla rileggere per forse l’ultima volta con occhi puliti, se avessi la possibilità di prendere altri lavori piccoli, da incastrare negli spazi vuoti e un po’ amorfi che costellano il mio calendario. Se l’idea di lavorare su proposte di traduzione non mi facesse venire la nausea per l’ansia da prestazione e la sindrome dell’impostore e tutte quelle simpatiche barriere mentali che non sai mai se sono lì per segnalarti che più avanti la strada è accidentata e non sei pronta o soltanto perché in fondo dentro di te c’è la peggiore nemica di te stessa.

La realtà è che ho qualche giorno di pausa, però. E a parte cominciare un’altra traduzione bellissima con la consegna davvero lontana nel tempo, sto cercando di rispettare almeno qualche promessa. A me stessa, a S., a tutta quella storia. Non riesco a capire se sia per questo che arranco, in realtà. Perché non c’è ispirazione vera. Non capisco neanche se l’ispirazione davvero manca, perché c’è una parte di me che è sempre stata così in sintonia con Helene che scivolare nella sua voce è un po’ come usare sempre la mia, e perché la storia che avevo in mente all’inizio, l’attacco, lo sfondo, tutto è già saltato in aria per accomodare la realtà mentale che mi trovo a vivere, per prestare a lei alcune delle cose che non posso raccontare. Trafugare dubbi, paure. Quel silenzio che hai dentro, quando non puoi più sentire qualcuno che ti ha dato la voce. Quel senso di usurpazione verso un dolore che non ti spetta di diritto, che non riesci a incasellare perché il rapporto stesso da cui nasce sfuggiva a ogni definizione. Perché le cose ambigue e vaghe e liquide sono belle e vive ma stanno comunque dentro un argine, e quando l’argine si piega, o si rompe – quando sparisce –, ti ritrovi con una distesa d’acqua intorno. Corrente impietosa e orizzonte invisibile, e la sensazione scomoda di non stare puntando i piedi abbastanza forte contro un fondo che non riesci a trovare. La responsabilità di un annegamento che non è tua, ma un po’ lo sembra comunque.

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Metafore

Stamattina mi sono ritrovata ad ascoltare Leonard Cohen in cuffia, mentre andavo a Torino: fuori era autunno, nebbia sul fiume, cieli grigi sopra le strade. La sua voce nelle orecchie, calda: lontana anche, in qualche modo, nel tempo più che nello spazio. Pensavo alla Rosa, un po’ per S., perché è periodo, un po’ perché era dai tempi belli di quella storia che non mi capitava di ascoltare Cohen in viaggio e l’autunno di Torino mi fa pensare sempre ai vent’anni, l’università vissuta con la fretta di tornare a casa per rispettare un appuntamento, immergersi in una vita parallela.

It’s four in the morning, cantava lui, the end of december. Io stilavo una lista mentale delle mie canzoni preferite, e ogni volta che lui attaccava con quella successiva l’ordine cambiava. Arrivata a Porta Susa, sono scesa dall’autobus e ho continuato a gironzolare accompagnata da The Stranger Song – e Megan – finché non è stata ora di entrare dalla psicologa.

Mi chiedo se abbia senso pensare che, dopo un anno che vado, le cose stiano cominciando a smuoversi davvero solo perché sono due sedute di fila che mi ritrovo a parlare con gli occhi bagnati e il nodo alla gola – trattenendo le lacrime – mentre l’autunno scorso entravo e uscivo come per una commissione qualunque. O è solo il periodo, a influire?

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«Something was alway burning»

Settembre è stato un mese infinito: per me si è chiuso ieri, in qualche modo, insieme agli scampoli dell’inverno che mi trascinavo da marzo – ho avuto l’ultima lezione di un corso che la pandemia aveva congelato, il risultato di una prova che per fortuna è andata benissimo – e credo che sia questo a farmi inciampare nel pensiero, adesso, più che tutto. Il fatto che è concluso, ma quello che l’aveva reso così lungo e sfilacciato è ancora intatto, ho solo fatto l’abitudine a portarmelo dentro. O il tempo ne ha sbiadito l’impatto, non so. Riesco di nuovo a respirare, in qualche modo, ma ho l’impressione costante che sia soprattutto perché mi sto raccontando una storia diversa. Ho smesso di riflettere sul serio, di pensare.

Per sperare, essenzialmente. Per credere che tutto debba andare bene.

L’ottimismo è una declinazione così insolita del mio carattere che mi lascia sempre spiazzata, quando lo sento arrivare.

E come al solito quando c’è qualcosa di brutto da dire mi rifugio nell’ellissi ancora più del normale: non spiego niente e alludo, aggiro, qualunque cosa pur di evitare un discorso diretto. Vorrei avere un altro atteggiamento, di solito, ma questa volta quello che mi ha tramortito mi tocca in modo così indiretto – perché è un’altra persona che soffre, che resiste, che ha paura, io non vivo quel che sta accadendo ogni giorno, sono troppo lontana – che usare parole più chiare sarebbe un tradimento imperdonabile. Non riesco nemmeno a pentirmene: le ultime settimane sono state fatte di silenzio, non avevo voglia di parlare neanche con le persone che sapevano. Non avevo voglia di scrivere, persino leggere era diventato qualcosa di vuoto. Non ricordo che mi fosse mai capitato.

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Schegge di domenica

  • Le sei del mattino sveglia, senza motivi utili. Il buio nella stanza, la luce fioca fuori. Il romanzo che stai chiudendo fermo agli ultimi capitoli
  • Il treno a tarda mattina, la panchina al sole, voci sparse sotto gli alberi del viale. Il tragitto sul bus sostitutivo trascorso a studiare insieme menu a distanza. Curve di nausea e l’imbarazzo di ogni scelta
  • Il piacere strano di camminare in casa d’altri, scalza
  • La scivolosità deliziosa degli spaghetti di soia che non mangiavi da troppo, troppo tempo sulla lingua. Sapori nuovi, sapori conosciuti. Il cavolo cinese che sta crescendo (poco) nell’orto, quello che accompagnava i funghi neri che S. ti ha suggerito
  • La casa di S., l’ocra giallo intenso della parete di mattoni, le finestre aperte, il legno scuro dei soffitti, dei mobili, delle travi. Vasi di terracotta e piante dappertutto. Quadri
  • Gli ultimissimi minuti di una puntata di Brooklynn 99 sul portatile. Tenerezze comuni
  • Parlare di gatti&vita&decisioni sedute sul divano, a tavola, per strada nell’aria ancora calda che sa già d’autunno
  • Rientrare in libreria dopo troppi, troppi mesi. Le copertine bellissime, l’elenco sterminato di titoli da cui scegliere. Il senso di inadeguatezza come un’ombra, leggerissima: l’invidia, qualcosa che morde appena. Uscire con due cose che volevi nella borsa, e troppe altre indietro. Lasciate al futuro
  • La meccanicità estenuante di questo nuovo spostarsi. La metro semivuota. Il tragitto diverso dell’autobus, un parco sconosciuto visto con la coda dell’occhio, verde verde e in mezzo il fiume. La voglia di scendere. Il dubbio: l’avresti fatto, se ci fossero state fermate?
  • I tempi morti. Le coincidenze inesatte. Le attese
  • Scendere dal treno in mezzo al temporale, rientrare a casa fradicia, con i lucernari che vibrano per il battere della pioggia. Il gatto nascosto sotto la scrivania
  • Una piantina nuova portata a casa nella borsa. Il pensiero, dolce: “Quando smetterà di piovere, la metterò in un vaso.”  
  • Il peso della settimana sullo stomaco, ancora. Accorgersi che è più leggero di prima. Pensare che, forse, questo basta.

2 settembre

Qualche stralcio di pensiero per questi giorni fermi di cui non voglio dire nulla: ci sono dolori che vivono in una parte separata della coscienza – o dell’anima, o di qualunque nome si voglia dare a quella cosa – e non possono trovare voce perché quel silenzio, quel non nominare, non pensare, non guardare nel profondo è l’unica cosa che li trattenga nel confino e impedisca di tracimare in tutto il resto. È da sabato che mi porto dentro questa cosa senza nome e senza forma, un pensiero-nonpensiero vivo solo in potenza, o meglio vivo – è questo il punto – ma ancora asettico, impersonale, amorfo (ci sarebbero aggettivi più adatti, d’uso soprattutto metaforico, ma in questo caso la metafora coincide troppo con il referente perché la semplice idea di usarli non mi soffochi il fiato) e ho bisogno di metterlo in parola, credo, non per ricordarlo in futuro – non so se vorrò mai rileggere questo pezzo – ma perché una parte di me sente di doverglielo. Che ci sia bisogno di un rito anche per questo, e che se questo rito deve consumarsi tra riferimenti ambigui e frasi circolari così sia, resta comunque catartico. (Sto piangendo mentre scrivo.) E forse la catarsi non è neanche il punto, perché sarebbe troppo positivo: forse il senso è solo il sacrificio. Farsi male e basta, almeno un poco, perché qualche parte di me, di noi, della mia psiche dev’essere ancora la stessa che per millenni ha offerto sangue in cambio di qualunque richiesta vana, e il sangue è l’unico discorso che comprenda. (Questa è metafora, d’accordo. Per quanto riguarda me, almeno.) Continue reading “2 settembre”

Complicati atti d’amore

A un certo punto avevamo tanta vernice sui vestiti che abbiamo deciso di toglierceli. Ho lasciato che mi facesse degli strani geroglifici su tutto il corpo con un pennello di quelli grossi e io gli ho disegnato un bersaglio sul sedere. Poi abbiamo coperto con un telo di plastica il sedile davanti, siamo andati dove abita il Pettine d’Oro e ci siamo annaffiati con il gasolio viola per togliere la vernice. Travis mi ha inseguito un po’ con l’accendino minacciando di darmi fuoco. Poi siamo andati alla cave, ci siamo lavati via il gasolio viola con l’acqua che è diventata bellissima e siamo rimasti a mollo circondati da arcobaleni oleosi, per ore, parlando di un sacco di cose e dando fuoco al gasolio con l’accendino di Travis e sembrava di essere all’inferno. Arcobaleni di fuoco liquido nell’acqua, odore di stoppie bruciate, vento caldo, polli morenti, notte, la mia infanzia.

Come ci si ricorda di un paese che è nato per non esistere?

Miriam Toews, Un complicato atto d’amore, trad. di Monica Pareschi.

 

È sempre strano quando ti accorgi ti aver sbagliato il momento per leggere un libro: a volte rimando, soprattutto se è mio, altre volte mi costringo a proseguire con la consapevolezza che ogni impressione sarà sfalsata, e cerco di imprimermi nella memoria più il ricordo dell’esperienza che avrebbe potuto essere di quella che è stata davvero. Come promemoria per il futuro, magari. La promessa di riprovarci di nuovo.

Con Un complicato atto d’amore tutto questo l’ho sentito tantissimo. C’era una poesia palpabile che mi sfuggiva tra le dita, era tutto troppo sommesso e discreto, come un bisbiglio che non riuscivo a sentire abbastanza forte. Arrivavo in fondo a una scena e sapevo di non averla letta con l’attenzione che richiedeva – e meritava – sapevo che non aveva quel qualcosa di più che mi avrebbe costretto a prestare attenzione a prescindere dalla distrazione personale eppure continuavo a trascinare la lettura. Ho fatto pace, credo, con l’idea di essermelo bruciato, a questo giro almeno. Sono solo felice che non fosse il mio primo incontro con Toews, e che l’altro fosse avvenuto con un testo (Donne che parlano) in cui avevo trovato più semplice entrare – e in un momento migliore – perché almeno ho la certezza che sia solo un problema di sintonia temporanea.

Nonostante questo. Sa sempre un po’ di sconfitta.

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