Domenica, pare

È difficile trovare qualcosa da dire, in questo periodo. Sinceramente non sono sicura che ci avrei provato, se non mi fossi accorta che negli ultimi tempi sto tenendo d’occhio più del solito i social in cui lurko, e che vedere post – seri o scemi che siano – di persone che conosco tranquillizza qualche campanello d’allarme, mentre il silenzio di altre mi inquieta come una puntura di spillo: nulla di urgente, ma un piccolo dubbio sospeso. E ho pensato che forse non è davvero il momento migliore per eclissarmi, anche se non ho cose utili da dire, riflessioni o testimonianze o persino sfoghi che possano far sentire qualcuno più vicino, abbracciato o compreso. Vorrei riuscirci, davvero: le parole sono l’unica cosa che so di poter offrire, a tutti, vicini e sconosciuti, e nelle ultime settimane me le sento scivolare tra le dita, dalla mente, inciampo su ogni tono: mi sembra tutto troppo denso o troppo leggero, come se dessi levità a qualcuno che avrebbe bisogno di occhi lucidi e attenzione, o drammaticità eccessive a chi sta cercando nel suo piccolo di stemperare. Ogni volta che scrivo un messaggio, anche a persone che conosco, che sento o sentivo spesso, è un piccolo salto nel vuoto che non so come verrà inteso, con la paura che in quella vita magari sia arrivata un’ombra più densa, che le preoccupazioni siano più grandi e pesanti, che anche solo l’isolamento stia affondando i denti troppo forte.

E non so. Io sono qui, continuo la mia vita di sempre – con la stranezza costante che la mia vita di sempre somigli molto a questa quarantena forzata che sta facendo scricchiolare la nazione – e annaspo un po’ nell’impressione che le ansie più piccole abbiano perso peso e consistenza, senza lasciare al loro posto molto altro. Angoscia più che paura. Lontana, però, più cerebrale che fisica. E anche questo è un privilegio enorme, in questi giorni, qualcosa che sa di fortuna sfacciata. Continue reading “Domenica, pare”

Update, più o meno…

Forse è il caso di dare qualche segnale di vita un po’ più articolato di semplici “mi piace” sotto post altrui: a volte controllo le statistiche del blog, vedo che qualcuno è passato di qui e mi accorgo che le settimane sono trascorse senza che dicessi una parola. Mi dispiace. Non so neanche quanto questo senso di colpa abbia motivo di esistere, in realtà, ma mi rendo conto di aver lasciato perdere un sacco di cose nelle ultime settimane – cose che in realtà stavo appena iniziando a riannodare – e so che è la mia reazione tipica nei momenti di emergenza, ma boh. Oggi ho particolarmente l’ansia, ed è possibile che questo silenzio contribuisca. Quindi, proviamo a fare un attimo il punto.

Mia sorella è tornata in ospedale dieci giorni fa, per un tempo indefinito – nel senso, sperano di lasciarla uscire o trasferirla almeno più vicino prima del parto, a metà marzo, ma al momento non è sicuro neanche questo (neanche che arrivi al termine, affatto) – e io non so quanto sia normale, onestamente, ma da allora mi sembra di vivere in modalità riserva di energie. Le prime due settimane del mese ho scritto tantissimo, preso impegni, abbozzato iniziative – volevo cercare di impostare qualcosa per febbraio, almeno, accompagnare l’uscita del primo romanzo della Rosa con qualche scaletta un minimo progettata – e poi è arrivato il messaggio del ricovero e il mio cervello si è spento. La parte impegnata in attività non fondamentali, almeno. Non scrivo una riga da allora (oggi mi ero concessa mezz’ora per provare a riprendere le fila della poly e l’unica cosa che ho ottenuto nel quarto d’ora che gli ho dedicato di fatto è stata la tentazione fortissima di cestinare tutto e rimandare la storia a data da destinarsi) e sto dividendo il tempo tra il lavoro e Maya, con l’impressione strisciante che il tempo in realtà ristagni in angoli che non vedo, come se l’ansia creasse anse buie in cui non lo vedi scorrere, scopri che è passato soltanto quando guardi l’ora, lo senti riaffiorare. Continue reading “Update, più o meno…”

cinque gennaio

Non ricordo di preciso in quale dei millemila libri sulla scrittura l’abbia letto – forse non era neppure un libro sulla scrittura, ma su mindfulness/ansia/equilibrio – ma una lezione che sto più o meno imparando, in questi anni di lavoro concentrato sullo scrivere un po’ più sul serio, è che davvero il segreto, spesso – la chiave, perfino – è concentrarsi sul dettaglio. Scivolare nel piccolo. Smettere di pensare a dove stai andando, e quanta strada manca, e come farai ad arrivarci, ma guardare solo il piccolo passo che devi aggiungere al piccolo passo che hai già fatto: e quello che gli sta intorno. I colori, i rumori, gli odori se hai un olfatto in grado di sentirli.

In questi giorni sto scrivendo parecchio, dopo aver cestinato qualcosa come 10.000 parole che non mi facevano neanche schifo, perché Sabrina ha letto il primo capitolo e detto “ehm, scusa, ma perché ti sei già bruciata mezzo romanzo?” chiarendo, come sempre, con quella precisione che immagino nasca dai milioni di parole che mi ha corretto negli anni, quale fosse la ragione per cui, anche se le frasi di per sé mi suonavano, non mi tornava nulla lo stesso. E mi sono accorta che davvero, avevo fretta di arrivare alla fine – o al centro, forse, alla parte di storia che più mi preme raccontare e che forse invece slitterà a un altro romanzo perfino, perché non puoi forzare personaggi&direzioni e questo è ancora un altro discorso – e che quella fretta mi stava trascinando su strade troppo ampie, mi tentava con pennellate grossolane, e non puoi combinare nulla di buono in quel modo. Nulla di resistente, più o meno duraturo. Solo una mezza piattaforma pronta a sfasciarsi al minimo peso.

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Chiusure

Avrei voluto scrivere qualcosa di diverso, credo. Ero convinta di farlo. Sono due mesi che ritardo un aggiornamento del blog, praticamente – novembre è passato in una nebbia di lavoro e se ci sto ancora pensando è solo perché dicembre mi è scivolato tra le dita senza che quasi me ne rendessi conto – e continuavo ad aspettare qualche cambiamento, perché odio scrivere cose deprimenti o angosciose, soprattutto quando siamo in periodo di festa e vorrei che tutti fossero un po’ più felici, ma domani è l’ultimo giorno dell’anno, e l’ultimo giorno del decennio, e il tempo perché gli astri si riallineino slitterà quasi sicuramente ormai al prossimo. (Spero.) Sentivo di dover dire qualcosa, comunque, fosse anche solo perché, a differenza del Natale, di cui non me n’è mai importato granché, il passaggio da un anno all’altro l’ho sempre sentito come uno spartiacque importante.

Vorrei riuscire a figurarmelo anche questa volta, invece di essere intrappolata in questo non-tempo strano, che un po’ è nato da sfighe concrete – questo è stato il Natale peggiore che ricordi nella mia famiglia, con l’eccezione di quelli in cui stavamo guardando in faccia la perdita – ma un po’ è anche dovuto a qualcosa di più profondo e mio, immagino. E il fatto che non ci sia una ragione grave e precisa per questo peso che sento sul petto, per questa stretta continua allo stomaco e la pesantezza sugli occhi e la vischiosità dell’aria, potrebbe rendere tutto ancora più difficile. (Forse. Uno dei pensieri ossessivi di questi giorni è: se sto così male quando non succede niente, cosa farò quando qualche disgrazia vera mi si abbatterà sulla testa? Come sopporterò le cose che, statisticamente e inevitabilmente, prima o poi dovrò affrontare? E so che è un terrore scavato dall’ansia, e che quest’ansia ha radici profonde e confuse e ha sobbollito lentamente in un periodo di lavoro eccessivo e preoccupazioni più o meno correlate, per poi essere incendiata in modo del tutto imprevisto da qualcosa di concreto proprio quando pensavo di poterla finalmente mettere a riposo, ma questo non cambia di molto la percezione sfalsata di una bruttura che non potrà fare altro che peggiorare.) Continue reading “Chiusure”

dodici dodici

… e poi a volte senti il peso dell’ansia, e fa freddo, e dai lucernari sopra la testa filtra una luce debole e lattiginosa e l’unica cosa che riesci a fare – in quella non-vita che sono giornate come questa, fatte tutte d’attesa&debolezza, attesa&vergogna – è infilare la testa in parole già scritte da altri, volgerle in un abbozzo di lingua da cui farti cullare, perché è un’azione meccanica, nella sua fase più bruta, e la tua soggettività sparisce, smussata, il tempo si stringe in una parentesi chiusa. Passa e non te ne accorgi, e quando si sarà consumato del tutto sarà arrivata la sera, l’attesa sarà ridotta di un’altra giornata, andrai a dormire e resterà da passare un giorno solo ancora che potrai ingannare con la stessa strategia. E poi verrà il weekend, quello che devi fare, il confronto con la figura implacabile che proietti su ogni parete, e poi sarà finito anche quello e una settimana nuova comincerà da capo e un mese intero ti si aprirà davanti come una vacanza infinita, anche se lavorerai più di prima, solo senza il peso dell’ansia. E c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, qualunque dubbio potessi avere al riguardo è ormai del tutto dissolto, ma non puoi fare nient’altro. Solo trovare il modo per ammortizzare minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, secondo dopo secondo. Probabilmente potrebbe andare molto peggio. Continue reading “dodici dodici”

Novembre

È sempre un po’ surreale quando succede qualcosa di brutto e la tua reazione più profonda, e durevole, è una sorta di sollievo. Non credo capiti con le cose brutte sul serio, ovvio – le disgrazie che ti schiacciano del tutto, ti strappano un amore, un affetto, un bisogno primario – ma quando si tratta di colpi di vento imprevisti che spazzano via la mappa che stringevi tra le dita cercando disperatamente di orientarti… forse non è poi così strano. A me, almeno, è già accaduto spesso, e se le prime volte credevo fosse una delle tante strategie del mio cervello per non farmi riconoscere la sconfitta – una sorta di uva acerba metaforica, insomma – più passa il tempo più penso che forse è soltanto che qualcosa dentro di te si riallinea. Che in realtà ti eri già accorta prima che la mappa che artigliavi era scritta in un alfabeto incomprensibile, o si riferiva a una strada diversa da quella che cercavi di percorrere, e forse averla persa non è poi così male. Puoi smettere di pensare solo a quello e respirare di nuovo. Tracciarti un percorso da sola, o boh. Procurarti una cartina decente. Chiedere consiglio.

Qualche giorno fa ho scoperto una cosa piuttosto brutta – in un modo decisamente sgradevole, che in realtà credo sia stato l’aspetto peggiore – e la prima reazione è stata quella più ovvia e automatica: amarezza, delusione, sconcerto. Rabbia, soprattutto, per boh. La mancanza di rispetto e serietà, credo. Non sono il tipo di persona che reagisce bene quando si sente presa in giro e in qualche modo tendo a ricondurre anche questo all’umiliazione, che nel mio ecosistema emotivo è davvero, davvero, davvero letale. Ho scritto a un paio di persone per informarle dell’accaduto, raccolto le loro reazioni costernate, mi sono fatta consolare un poco. Ho provato a immaginare qualche alternativa, pensato che insomma. Magari era la volta buona che mollavo tutto sul serio. E poi, piano piano, come una marea che sale lentamente, e ti avvolge: il sollievo. Quando Sabrina mi ha scritto per sapere cosa stava succedendo cominciavo già a galleggiare nello strano stato di libertà che provoca scoprire che qualcosa che sentivi bloccato si sta rompendo del tutto, e non devi più tormentarti con l’idea che forse è tutta una tua invenzione, che forse certe impressioni sono solo paranoie, paure, e meglio stringere i denti, aspettare. Tutto è in superficie e puoi squadrarlo per bene, riconoscerlo, valutare. Non per forza decidere – passerà ancora un po’ prima che debba fare qualcosa, credo, dato che evito il conflitto ancora più dell’umiliazione e davvero, al momento non ho voglia di preoccuparmene – ma quantomeno cominciare a scrutare l’orizzonte in cerca delle alternative che prima, quando ti ostinavi a studiare la mappa sbagliata, neanche pensavi di cercare.

Paradossalmente, è una bella sensazione.

Mi è quasi tornata la voglia di fare.

A volte boh. È proprio la vita a decidere. Continue reading “Novembre”

(Im)perfezioni illusorie

In questi giorni mi trovo nella situazione bizzarra di aspettare l’esito del test di ingresso a un corso che non sono del tutto sicura di voler fare – per il costo non indifferente, soprattutto – ma il cui superamento (o meno) potrebbe influire parecchio sulla mia prospettiva mentale. Se non lo supero, immagino, sarà una delusione cocente, ma potrebbe aiutarmi a mettere il cuore in pace: della serie, era destino che la mia vita non andasse in quella direzione. Sarebbe quasi liberatorio, in un certo senso, non fosse che ho il dubbio che questa fatalità sia più che altro lo stratagemma scelto dal mio cervello per prepararmi all’eventuale sconfitta.

(Ho sempre avuto modi strani di ammortizzare queste cose, mi concentro il più possibile sul mettere in salvo dalla vergogna il lato che ritengo più importante – l’argomento, per dire, o in generale l’amore – e mi accorgo magari dopo anni di aver trascurato un altro risvolto fondamentale: è come camminare tranquilli su una piattaforma che di colpo cede, e scopri che marciva da anni, e se va bene ti storci solo la caviglia, se va male precipiti e chissà che trovi sotto. Potrebbe esserci una fossa di serpenti, oppure soltanto acqua. A volte, è sufficiente la caduta stessa.)

È anche per questo, credo, che mi sono ritrovata a pensare più spesso del solito a quel che sto facendo, e a quel che vorrei fare; a quale sia l’equilibrio vero tra le spinte opposte che mi sento dentro e che negli ultimi mesi mi hanno scombussolato tanto. Ho l’impressione che siano tutte cose in qualche modo collegate, perché si tratta di me, certo, ma anche perché le radici, per quanto labirintiche e insondabili, sembrano affondare in un terreno comune: il rapporto con gli altri, e il modo in cui l’immagine mentale di me stessa viene formata/distorta/messa in discussione da tutti quegli specchi. E non so. È narcisismo, in parte, e continuo a pensare al post di aminuscolo sul rapporto che instaura con la depressione: sto cercando di affrontarlo da punti di vista diversi. Ma la cosa più strana, in tutto questo, è accorgermi di come il campo in cui ho scelto di lavorare esasperi e al tempo stesso attenui, per me, buona parte di questa confusione, perché… In qualche modo, il fatto che sia diventata la mia quotidianità sembra un’assurdità totale. Continue reading “(Im)perfezioni illusorie”

«The light of autumn»

Sarà il tempo – piove, poco freddo ma la mente non ci crede – ma è da stamattina alle otto e mezza, quando si è presentato miagolando dietro la porta, che Mirò non mi si schioda di dosso, sempre in braccio, caldo e fuseggiante, se non quasi molesto, o acciambellato sulla mia felpa vicino alla stufa, un occhio socchiuso a non perdermi di vista. È buffo perché fa tutto da solo, va e viene e sparisce a piacimento, ma quando passa qualche giorno senza entrare in casa mi tratta come se fossi stata io, ad andarmene per chissà quanto. Ansia d’abbandono del tutto gratuito. Sempre più sottile. Quasi umano.

(A volte lo guardo e penso ai gatti delle streghe. Nero lucido e musi affilati, occhi giallo-verdi e canini lunghissimi. Così intelligenti e leali, a loro modo. Diabolici, se scegli di dare al termine tutt’altro significato.)

Sono giorni un po’ ripiegati su se stessi. La presentazione di sabato scorso è stata una bella esperienza – ne ho parlato altrove, mi sembra già anche troppo, quindi eviterei di tornarci – ma mi ha lasciato addosso uno strascico strano, voglia di fare, in parte, ma soprattutto di tornare indietro. Un po’ me l’aspettavo. Un po’ non voglio permetterlo del tutto. E quindi sono tornata alle sintesi, alle sinossi, a tutte le storie lasciate in sospeso negli anni: lunedì ho avuto un’illuminazione per Keith, mercoledì ero quasi sicura di riprendere in mano Jude e Raven ragazzini, giovedì è arrivata una notizia potenzialmente molto positiva e adesso ho in testa Mark, di nuovo, vivo e smarrito. Ho Helene che gli parla, tutti gli altri che cercano di superarlo, e non so come fare a scrivere la sua storia perché di tutte quelle che ho in mente è senz’altro la meno ordinata. Trame convergenti o parallele, incroci, qualcosa che avrebbe bisogno di spazio e respiro. Io invece riesco a pensare solo in termini di strutture, al momento, gabbie che sostengono la trama e la incanalano, misure fisse. E non è neppure così, che funziona, non credo, dovresti lasciarti il tempo di esplorare. Non so perché continuo a pensare che il tempo scarseggi, invece; forse mi ha contagiato Sabrina. O forse dovrei evitare di dare colpe ad altri, perché in fondo a complicarmi la vita sono sempre stata molto brava da sola. Continue reading “«The light of autumn»”

8/10/2019

Ci sono giorni in cui tutto è pesantezza, e fatica – perché è autunno, e il cielo è grigio, e fa freddo e tu hai dormito pochissimo e non capisci se il malessere che ti trascini addosso è nato da quello o il preannuncio di altro – ma poi arriva una notizia, che notizia non è neppure, non del tutto, solo un precisarsi di qualcosa che già sapevi, e stavi aspettando, e tutto cambia di colpo. Come se la vita riprendesse di colpo la sua dimensione vera e quotidiana, invece di quella amorfa e vischiosa che ti avviluppa, e al suo confronto le cose che tanto ti preoccupavano si lisciassero, increspature di stoffa, realtà simboliche in cui stai immersa ma che non fanno il tuo sangue, non definiranno in alcun modo la tua esistenza. Non dureranno più del tempo che le ospita.

Stavo lì, nello studio del ginecologo di mia sorella, gli occhi fissi sul monitor in cui lui inseguiva la vita che le sta crescendo piano nel ventre – vita vera, quella, ossa e carne e sangue che si formano un po’ di più ogni giorno, pulsione che cresce e si espande – e ascoltavo il ritmo rapidissimo di un cuore, il suo cuore, del bambino che tra qualche mese potrò prendere in braccio e cullare come ho cullato sua sorella, di cui scoprirò il colore degli occhi, la forma della nuca, il tono della risata, e pensavo al suo nome, quel nome appena scoperto, perché finora nella mia testa era solo Chiarelia, un miscuglio di possibilità troppo vaste per essere concrete, e di colpo invece eccolo lì, davvero lui, anche se solo in potenza: girato di spalle, l’abbozzo di viso nascosto dalle mani abbozzate, undici centimetri che sfuggono a ogni comprensione, e aveva un nome, e in quel nome c’era già un pezzetto di storia, e tutto il resto di colpo sembrava soltanto… ansia vuota. Rumore bianco che sporca l’essenza. Continue reading “8/10/2019”

Il senso del raccogliere

Ieri sono andata nell’orto, dopo una decina di giorni che non ci tornavo. Mentre stavo china a raccogliere i fagiolini – per qualche ragione è una delle cose che preferisco, scostare le foglie in cerca dei baccelli, verde su verde in tonalità diverse, superfici lisce – pensavo alla gratitudine di quel momento: l’idea stessa di raccolto. Lavoro duro per mesi, sole estate e caldo, e poi, quando la stagione si ripiega su se stessa e la terra diventa più stanca, ritrovarti in mano i frutti. Le foglie enormi dei cavoli, le rape bianche e viola come poggiate sulla terra, le carote che aspettano, tranquille, con il loro ciuffo ormai un po’ ingiallito. I porri vecchi già grandi, quelli più nuovi ancora quasi solo dei fili. Le zucche ammucchiate in un angolo, scorze dure e bitorzolute o lisce e sfumate: ogni sfumatura dal verde all’arancione. E intorno la campagna ancora piena d’erba e di foglie, il cielo azzurro luminoso, solcato da scie bianche che sembrano splendere in trasparenza. Una rete serena, dolcissima.

Mi manca qualcosa del genere, credo. Il senso del raccogliere. La consapevolezza che, cataclismi a parte, vale la pena spaccarsi la schiena e sudare, affondare le mani e la vanga nella terra, prendersi il tempo e la cura di mettere a dimora ogni singola piantina, perché a parte la soddisfazione del gesto – a parte il valore terapeutico, e la stanchezza bellissima, e la comunione – sai che qualcosa ne uscirà e sarà bello, e si spera buono, o quantomeno nutritivo. Che quanto è cresciuto sotto le attenzioni tue e del mondo andrà in bocca a qualcuno, verrà gustato e inghiottito e assimilato, si trasformerà in forza ed energia e non resterà chiuso in se stesso. O forse mi manca solo il senso di comunità che aleggia, quasi metaforico, dietro qualunque azione troppo grande per essere a tuo uso esclusivo. Difficile capirlo. Continue reading “Il senso del raccogliere”