Il senso del raccogliere

Ieri sono andata nell’orto, dopo una decina di giorni che non ci tornavo. Mentre stavo china a raccogliere i fagiolini – per qualche ragione è una delle cose che preferisco, scostare le foglie in cerca dei baccelli, verde su verde in tonalità diverse, superfici lisce – pensavo alla gratitudine di quel momento: l’idea stessa di raccolto. Lavoro duro per mesi, sole estate e caldo, e poi, quando la stagione si ripiega su se stessa e la terra diventa più stanca, ritrovarti in mano i frutti. Le foglie enormi dei cavoli, le rape bianche e viola come poggiate sulla terra, le carote che aspettano, tranquille, con il loro ciuffo ormai un po’ ingiallito. I porri vecchi già grandi, quelli più nuovi ancora quasi solo dei fili. Le zucche ammucchiate in un angolo, scorze dure e bitorzolute o lisce e sfumate: ogni sfumatura dal verde all’arancione. E intorno la campagna ancora piena d’erba e di foglie, il cielo azzurro luminoso, solcato da scie bianche che sembrano splendere in trasparenza. Una rete serena, dolcissima.

Mi manca qualcosa del genere, credo. Il senso del raccogliere. La consapevolezza che, cataclismi a parte, vale la pena spaccarsi la schiena e sudare, affondare le mani e la vanga nella terra, prendersi il tempo e la cura di mettere a dimora ogni singola piantina, perché a parte la soddisfazione del gesto – a parte il valore terapeutico, e la stanchezza bellissima, e la comunione – sai che qualcosa ne uscirà e sarà bello, e si spera buono, o quantomeno nutritivo. Che quanto è cresciuto sotto le attenzioni tue e del mondo andrà in bocca a qualcuno, verrà gustato e inghiottito e assimilato, si trasformerà in forza ed energia e non resterà chiuso in se stesso. O forse mi manca solo il senso di comunità che aleggia, quasi metaforico, dietro qualunque azione troppo grande per essere a tuo uso esclusivo. Difficile capirlo. Continue reading “Il senso del raccogliere”

Di simboli e diavoli

A volte le suggestioni ricordano dei semi: si piantano nella mente, significato in potenza, e poi germogliano chissà come e chissà quando, in chissà che direzione. Ieri mattina ho assistito a una conferenza su Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, interessantissima, organizzata nell’ambito di Torino Spiritualità, ma tra tutte le analisi delle tavole e le parole legate alle implicazioni psicologiche e psicoanalitiche della storia, quella che più mi ha colpito è stata un’osservazione a latere, fatta quasi di sfuggita, sull’etimologia del termine “simbolo”. E “diavolo”. Che – e per qualche ragione il pensiero mi ha fulminato del tutto – sarebbero etimologicamente contrappopposti: “simbolo” deriva da sim-ballo, cioè “riunire”, “mettere insieme”, mentre “diavolo” da dia-ballo, cioè “mettere in mezzo”, “separare”. E non so.

Lo psichiatra che ne parlava ha proseguito riconducendo il concetto al proprio lavoro – se si intende il diavolo come scissione, lo schizofrenico ne è letteralmente abitato – e il pensiero mi ha inorridito e affascinato al contempo. Un po’ come ogni volta che penso al diavolo, in fondo, alle diverse cose che può simboleggiare, e non è un paradosso anche questo? O forse solo poesia. Il simbolo come fondamento della nostra vita mentale – e di tutte le sue rappresentazioni – e il diavolo, la sua negazione e il suo più ambiguo compimento. L’assenza di verità e senso, la loro separazione, il male che sta dentro e fuori di noi ma anche la sua mancanza di significato. Il terrore che provi quando cerchi di immaginarlo. E le deviazioni ribelli, che lo rivendicano come produttore di un senso diverso. Il coesistere di verità opposte nello stesso pensiero. Poesia, appunto.

È da ieri che ci penso, e ancora non sono riuscita a capire il motivo di questa illuminazione. Perché, a quel pensiero, il mio cervello si sia acceso e abbia continuato a elaborare quel concetto per tutto il tempo, come un programma in background, mentre parlavo e pensavo e riflettevo su altro. (Senza giungere ad alcuna conclusione, ovvio, a parte il rimpianto di non aver studiato greco e la consapevolezza che dovrei davvero trovare la voglia e il tempo di mettermi ad approfondire l’ambito dell’etimologia in generale. Spero nel seme, però. Il suo crescere silenzioso, discreto, nel buio della terra: mi ricorderò di dargli acqua? O dovrà arrangiarsi con quel poco che trova?) Continue reading “Di simboli e diavoli”

Vite tranquille

È stata un’estate strana.

Credo che l’ultimo mio post risalga a maggio: non ho voglia di controllare – l’imbarazzo è troppo, soprattutto dato che sono reduce dall’ennesimo approccio al tema “come tenere un blog” che parte dall’idea “la costanza è tutto” – ma immagino fosse espressione di un periodo sfibrato e stanco, alleviato dalla certezza che si andasse verso il bel tempo. Il che significava: sole, luce intensa, aria calda sulla pelle e corpo sciolto. Adesso settembre è alle porte, e l’intero agosto è stato in realtà un estenuante assaggio di autunno: il mio orologio biologico è sfasato da due settimane – ovvero, quando sarei andata tecnicamente in vacanza – oggi pioveva e sono stata sempre in casa, alternando letture e cazzeggio all’ultima revisione di una traduzione in consegna a fine mese, ma sento già sotto pelle la strana smania di fare che mi prende di solito in questo periodo. Non avere incarichi fissati per il prossimo futuro – cosa che mi ero imposta, per evitare di passare agosto a lavorare a pieno ritmo come l’anno scorso – mi spiazza. E sto cercando di concentrarmi sul mantenere le buone abitudini impostate nell’ultimo periodo: stare poco sui social, dove tanto lurko e basta; spegnere il portatile a fine giornata, prima di cena, per evitare la tentazione di restare davanti allo schermo fino all’una; investire il tempo libero in roba produttiva, tipo leggere o cucinare o stare con Maya. Non angosciarmi troppo se passo una settimana senza scrivere una riga. Continue reading “Vite tranquille”

Cigni di carta

Aprendo quella che potrebbe essere la mia prossima lettura – Distancia de rescate di Samanta Schweblin, comprato appena uscito sull’onda dell’amore ma non ancora letto malgrado nel frattempo sia stato tradotto in inglese e persino candidato al Man Booker Prize – ho ritrovato il cigno origami che uno dei ragazzini mi aveva inspiegabilmente lasciato sulla cattedra alla fine di una delle prime lezioni. L’effetto è stato più o meno lo stesso di allora: un wtf intenerito e molto confuso.

A volte mi chiedo se tornerò mai a insegnare; quando non ci sono possibilità all’orizzonte, mi illudo che il passaggio del tempo renda meno spaventosa la prospettiva. Poi capita qualcosa – tipo l’ennesima convocazione per graduatorie di terza fascia con il tuo nome al primo posto in un periodo in cui non sei proprio strapienissima di lavoro – e nonostante il mio animo da formica sogni la temporanea stabilità che offrirebbe, il solo pensiero di accettare mi strema. Continue reading “Cigni di carta”

By heart

Oggi – ieri forse, quando cliccherò invio – fanno vent’anni dalla prima pubblicazione di Q di Luther Blissett, e ho perso il conto ormai del numero di foto o citazioni o commenti  al riguardo che ho visto circolare da stamattina su Twitter. Sono finita a prendere in mano la mia copia anche io, cercando quello che era il mio capitolo preferito; mi sono messa a rileggerlo a bassa voce. Ed era strano il modo in cui le parole scivolavano l’una dietro l’altra, un po’ perché si chiamano in generale, come tutte le scritture buone, ma un po’ anche perché la voce – la lingua – erano allenate ad associarle. Come una memoria muscolare anche in quel caso: non solo per i gesti, o i passi, o le abitudini, ma le cose che mandi a memoria. O che ripeti così tante volte da trasformare la memoria in impronta.

Mi sono accorta che non sto più leggendo in quel modo, ora. Non mi capita più di fissarmi su un libro e tornarci sopra ancora e ancora, nel modo in cui lo facevo a sedici anni, almeno, quando davvero ogni cosa amata si trasformava in incantesimo, cantilena che ritracciava la tua identità stessa. Leggevo, e rileggevo soprattutto, e a ogni nuova rilettura le parole scivolavano più a fondo. In impronte che ancora adesso restano.

Mi è capitato con Q, in alcune parti. Mi è capitato con certi libri di Benni, Memorie di Adriano, Paula e tutte le poesie che ho imparato in italiano. Mi è capitato con Armand della Rice, persino, e con alcune delle original del web che hanno scolpito il mio immaginario. Mi capitava con le cose che scrivevo io.

Adesso è come se non ci fosse più tempo.

O ci fosse troppo.

Da leggere, vedere, scrivere di nuovo. L’ipotesi di soffermarsi più dello stretto necessario mi fa paura, quasi, perché il tempo di stare ferma per goderti quella bellezza e altre dieci cose imprescindibili ti passano accanto, si sommano e moltiplicano in qualche forma esponenziale. Solo che, per inseguirle, è come se te le lasciassi sfuggire.

Una forma di consumo anche quella. Che resta in superficie e non trasforma. Continue reading “By heart”

Autoscritture

È da qualche giorno che mi chiedo cosa scrivere per chiudere questo anno così strano, che per certi versi sembra già finito da un secolo e per altri neanche a metà, appena cominciato. La realtà è che non sono in grado di fare bilanci, perché sono successe troppe cose contrastanti e il mio vissuto, in particolare, è stata un’altalena continua di alti e bassi, sprazzi di ottimismo seguiti da fasi più lunghe di assestamento, di demoralizzazione. Tensioni sotterranee.

Per certi versi credo di essere più serena del solito, in questi giorni, ma il resto – nelle sue grandezze e piccolezze – aleggia come un’ombra, si trascina su tutto. Non ho voglia di dargli un nome, è già troppo pervasivo.

O forse è solo la mancanza di una vacanza vera e propria, di uno stacco netto.

(Ho qualche sogno che accarezzo, per il prossimo anno. Persone che mi piacerebbe abbracciare, luoghi che vorrei rivedere. Decisioni da prendere. Non so se riuscirò a fare tutto, o anche solo una parte, ma il fatto stesso di pensarlo è già un passo avanti, presumo. Rispetto al solito.)

Avrei voluto produrre almeno una classifica di lettura, dato che la mia vita sta ruotando sempre più intorno ai libri, ma… continuo a scontrarmi con l’idea che non avrebbe senso. Se guardo su GR il riassunto delle letture di quest’anno, le prime mi sembrano così lontane che non posso quasi credere appartengano davvero al 2018, e ci sono cose troppo varie, troppi pochi punti fermi capaci di dare un senso all’operazione. Ho letto pochissime nuove uscite, e di quelle poche alcune non sono ancora tradotte. (Così, sparse: La festa nera di Violetta Bellocchio, di cui qui ho scritto qualche appunto fulmineo; La dimensione oscura di Nona Fernández; L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, di cui ormai ho parlato dovunque, e The Witch Tree di Tana French, che si conferma sempre di più l’autrice a cui vorrei davvero, davvero tanto somigliare).

Ma la verità è che più ci penso, più mi rendo conto che in termini di libri per me quest’anno è definito da Alexander Chee, e visto che ancora non ne ho parlato davvero ho deciso di farlo adesso, anche se non è ancora stato tradotto e parlare di cose pubblicate solo in inglese mi sembra sempre un esercizio di inutilità totale.

Ma lui lo merita. E meriteremmo di poterlo leggere tutti, in realtà.

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25 dicembre

– Secondo te, non avrei potuto capire quella lettera di Emily L.?
– Un altro amore, diverso da quello che vivevo per te, non avresti sopportato di capirlo.
– E a te, mancava quella contraddizione, di essere in un amore che ti appagava e invocarne un altro.
– Non esattamente… né di invocarne, né di sperarne. Solo di scriverne.

Pomeriggio, seduta nel fascio di luce che il sole riversa in cucina. Il vetro caldo della porta contro la schiena, nonostante sia inverno; le spalle un po’ doloranti per il fantasma di uno sforzo. La traiettoria bassa della luce, quasi irriconoscibile rispetto all’estate; l’arco che il sole traccia sulle pareti opposte. In soggiorno il lucernario lo proietta proprio in corrispondenza del computer, lavorare alla scrivania il primo pomeriggio è quasi impossibile. Oggi sono rimasta lontana più a lungo. Non ho proprio lavorato. Né tradotto né scritto.
Soltanto letto. Continue reading “25 dicembre”

«It gets harder to say»

È un periodo che leggo&amo tantissimo un poeta americano che pubblica e vince premi da una ventina d’anni ma che io ho scoperto solo da qualche mese: Carl Phillips. Non ricordo neanche come, esattamente, solo che la sua prima poesia che ho trovato è Civilization e subito dopo averla letta – una due tre volte, credo – l’ho stampata e me la sono tenuta vicina per mesi quasi come una preghiera, perché non mi era mai capitato – mai – di trovare qualcuno che usasse una sintassi così spezzata e al tempo stesso armonica, e così in armonia *con me*. Come immagini e senso, o il senso che ci leggo io almeno. La stessa impressione di miracolo e luce soffusa che mi scopro a osservare incantata, giorno dopo giorno. E con un ritmo che sembrava avvitarsi sulla mia anima, o forse sciogliere nodi di cui non avevo neanche coscienza.

Oggi stavo sfogliando il libro da cui è tratta – non ho ancora finito di leggerlo, mi sono regalata la raccolta precedente per il compleanno ma questo è uscito dopo, ho dovuto comprarlo a parte e da quando è arrivato lo sto centellinando – e mi sono trovata davanti l’ennesima immagine perfetta.

I think
to be useless doesn’t have to mean
not somehow mattering. Years now, and

still I can’t stop collecting the strewn shells
of spent ammunitions where I come across them:
carefully, I hold each up toward what’s left of the light.

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Il senso dei lillà

Il lillà sta fiorendo e ogni anno mi commuove; oggi l’ho fatto vedere a Maya che come sempre ha cercato di mangiarsi il grappolo – è la cosa più tenera del mondo, quella bambina, ogni volta che vede qualcosa che la emoziona apre la bocca come se sentisse un bisogno profondo di inglobarla – e intanto osservavo il viola pallido di quei fiorellini minuscoli, le mille sfumature come di cera dei petali. Quattro giorni d’estate – anche se fuori stagione – e tutto sta sboccando, finalmente, io stessa per prima.

Ogni volta con il freddo mi convinco che non è possibile, e ogni volta che arriva il caldo mi rendo conto, sempre, che non sono fatta fisicamente per le temperature basse, i nervi si tendono, la visione appassisce. Datemi cielo azzurro e sole intenso e fiori, ovunque, e ogni singola preoccupazione perde almeno l’ombra, diventa qualcosa di bidimensionale, una scritta su carta.

Il problema agli occhi? Archiviato. La stanchezza perenne? Mai esistita. L’apatia? Ho scritto qualcosa come diecimila parole solo questa settimana. E d’accordo, lunedì ho consegnato l’ultimo residuo delle infinite traduzioni invernali, entrando ufficialmente nella stagione degli incarichi primaverili (che, spero, saranno un po’ più bilanciati), ma non è solo quello, affatto. Soltanto la settimana scorsa bastava il pensiero a farmi sentire sulle spalle un macigno.

Oggi cammino per casa con i pantaloni di cotone colorato e la t-shirt più vecchia e morbida e lisa e amata che sia riuscita a pescare dall’armadio – venti taglie più grandi, maniche che scendono fin sotto al gomito – e mi sento scivolare nell’aria.

In qualche modo, appena arrivano queste temperature, mi trovo sempre a fare post del genere. Quest’anno è successo solo con un po’ di anticipo.

Se non mi concentro sui possibili significati geoclimatici di questo clima inaspettato, potrei anche considerarlo un regalo. Essere felice e nient’altro.

E domani con Robi andremo a vedere l’orto, e ne ho voglia davvero, cosa che solo un anno fa non avrei creduto; Sabrina sta leggendo gli Aironi scena dopo scena e miracolosamente non me ne ha ancora bocciata nessuna; io ho finalmente trovato, forse, la chiave per entrare in sintonia con Blue e Nico. Ho tutto il tempo della revisione, davanti, per raddrizzare ciò che finora ho seminato per sbaglio. E mi piace che la mia mente stia ragionando sempre più in termini di semi, e boccioli, e germogli; mi piace che Bellezza Selvaggia uscirà a maggio e io mi commuoverò come se fosse quasi un romanzo mio; mi piace che l’orchidea stia iniziando a far spuntare radici minuscole sotto le foglioline che ha fatto crescere l’autunno scorso. Che l’edera abbia retto all’inverno, e sia folta e robusta e abbia deciso di non abbandonarmi di nuovo. Che i limoni in cortile stiano già spandendo quel profumo dolcissimo. Che domenica vedrò Camilla, ed è primavera. Torino è piena d’alberi, stanno mettendo tutti foglie e fiori.

Io sto per compiere trent’anni, e la mia vita è diversissima da quella che credevo/temevo/immaginavo solo un paio d’anni fa, e sono felice così. Sto anche imparando, piano piano, a non aggiungere di continuo la precisazione “per il momento”. O a convincermi almeno che, se quello che faccio e vivo smetterà di soddisfarmi, troverò il modo di cambiare a quel punto. Senza dovermi costringere adesso in abiti che non ho voglia di indossare, soltanto perché “sarebbe giusto”. O perché temo che se non imparo per tempo, non saprò mai farlo.

Meglio vivere il presente.

Soprattutto quando il presente è, come adesso, questa dolcissima illusione d’estate.

 

Due aprile

Motivi di gratitudine #1:

  • Il sorriso di Maya ogni singola volta che scendo da mia sorella dopo essere stata via qualche ora
  • La voce di Tommy Pico nel podcast di Food4Thots
  • L’adorabile racconto di Mackenzie Lee nell’antologia All Out
  • Mirò acciambellato sul petto mentre riposo gli occhi sdraiata sul divano
  • Lo stendersi uniforme del lilla sullo scaffale che metterò in cucina
  • La serenità impagabile di certe conversazioni in cui sembra di tornare a casa