Il senso dei lillà

Il lillà sta fiorendo e ogni anno mi commuove; oggi l’ho fatto vedere a Maya che come sempre ha cercato di mangiarsi il grappolo – è la cosa più tenera del mondo, quella bambina, ogni volta che vede qualcosa che la emoziona apre la bocca come se sentisse un bisogno profondo di inglobarla – e intanto osservavo il viola pallido di quei fiorellini minuscoli, le mille sfumature come di cera dei petali. Quattro giorni d’estate – anche se fuori stagione – e tutto sta sboccando, finalmente, io stessa per prima.

Ogni volta con il freddo mi convinco che non è possibile, e ogni volta che arriva il caldo mi rendo conto, sempre, che non sono fatta fisicamente per le temperature basse, i nervi si tendono, la visione appassisce. Datemi cielo azzurro e sole intenso e fiori, ovunque, e ogni singola preoccupazione perde almeno l’ombra, diventa qualcosa di bidimensionale, una scritta su carta.

Il problema agli occhi? Archiviato. La stanchezza perenne? Mai esistita. L’apatia? Ho scritto qualcosa come diecimila parole solo questa settimana. E d’accordo, lunedì ho consegnato l’ultimo residuo delle infinite traduzioni invernali, entrando ufficialmente nella stagione degli incarichi primaverili (che, spero, saranno un po’ più bilanciati), ma non è solo quello, affatto. Soltanto la settimana scorsa bastava il pensiero a farmi sentire sulle spalle un macigno.

Oggi cammino per casa con i pantaloni di cotone colorato e la t-shirt più vecchia e morbida e lisa e amata che sia riuscita a pescare dall’armadio – venti taglie più grandi, maniche che scendono fin sotto al gomito – e mi sento scivolare nell’aria.

In qualche modo, appena arrivano queste temperature, mi trovo sempre a fare post del genere. Quest’anno è successo solo con un po’ di anticipo.

Se non mi concentro sui possibili significati geoclimatici di questo clima inaspettato, potrei anche considerarlo un regalo. Essere felice e nient’altro.

E domani con Robi andremo a vedere l’orto, e ne ho voglia davvero, cosa che solo un anno fa non avrei creduto; Sabrina sta leggendo gli Aironi scena dopo scena e miracolosamente non me ne ha ancora bocciata nessuna; io ho finalmente trovato, forse, la chiave per entrare in sintonia con Blue e Nico. Ho tutto il tempo della revisione, davanti, per raddrizzare ciò che finora ho seminato per sbaglio. E mi piace che la mia mente stia ragionando sempre più in termini di semi, e boccioli, e germogli; mi piace che Bellezza Selvaggia uscirà a maggio e io mi commuoverò come se fosse quasi un romanzo mio; mi piace che l’orchidea stia iniziando a far spuntare radici minuscole sotto le foglioline che ha fatto crescere l’autunno scorso. Che l’edera abbia retto all’inverno, e sia folta e robusta e abbia deciso di non abbandonarmi di nuovo. Che i limoni in cortile stiano già spandendo quel profumo dolcissimo. Che domenica vedrò Camilla, ed è primavera. Torino è piena d’alberi, stanno mettendo tutti foglie e fiori.

Io sto per compiere trent’anni, e la mia vita è diversissima da quella che credevo/temevo/immaginavo solo un paio d’anni fa, e sono felice così. Sto anche imparando, piano piano, a non aggiungere di continuo la precisazione “per il momento”. O a convincermi almeno che, se quello che faccio e vivo smetterà di soddisfarmi, troverò il modo di cambiare a quel punto. Senza dovermi costringere adesso in abiti che non ho voglia di indossare, soltanto perché “sarebbe giusto”. O perché temo che se non imparo per tempo, non saprò mai farlo.

Meglio vivere il presente.

Soprattutto quando il presente è, come adesso, questa dolcissima illusione d’estate.

 

Advertisements

Due aprile

Motivi di gratitudine #1:

  • Il sorriso di Maya ogni singola volta che scendo da mia sorella dopo essere stata via qualche ora
  • La voce di Tommy Pico nel podcast di Food4Thots
  • L’adorabile racconto di Mackenzie Lee nell’antologia All Out
  • Mirò acciambellato sul petto mentre riposo gli occhi sdraiata sul divano
  • Lo stendersi uniforme del lilla sullo scaffale che metterò in cucina
  • La serenità impagabile di certe conversazioni in cui sembra di tornare a casa

«This is still mine»

Piccolo delirio linguistico che credo illustri perché tradurre, per me, è sempre essenzialmente un esercizio di masochismo: nel libro che amoamo una delle protagoniste ha appena confessato qualche colpa atroce dei suoi antenati – le cui ripercussioni rappresentano di fatto la chiave del romanzo – e, quando le amiche le fanno notare che non è una responsabilità sua, non ultimo perché la famiglia l’ha diseredata, lei risponde: «I’m still a Briar. This is still mine.»
This is still mine.
La colpa, il peso, il passato. Il dolore seminato e raccolto. È ancora pur sempre mio. E non so esattamente cosa sia, in quell’espressione, a toccarmi tanto; non so esattamente cosa sia, a sembrarmi tanto sfuggente, ineffabile, intraducibile. Perché è tutto e niente. È quel “this” iniziale che raccoglie mille aspetti e non si lascia inglobare pienamente dal nostro “questo” (questa cosa, questo peso, questa verità: il privilegio dei nostri soggetti inespressi che circoscrive in modo molto più diretto i casi in cui scegliamo di usarli). È quello “still”, che è al tempo stesso temporale – il tempo passa, la colpa resta – e logico (nonostante questo, nonostante il loro rifiuto). Ed è quel “mine” che riconosce e rivendica e ammette tutto. E sfuma il possesso, invertendo quasi i termini del rapporto.
E boh. Non so bene perché ho sentito il bisogno di interrompere il lavoro per venire qui a sproloquiare a vuoto, ma mi sto scontrando con la difficoltà di rendere un’espressività scarna e densissima insieme, che è poi la stessa ragione per cui amo tantissimo la poesia contemporanea e ogni volta che mi permetto di sognare di tradurla il sogno si trasforma bruscamente in incubo. E ogni tanto sento il bisogno di soffermarmi su questi pensieri. Anche solo per diminuire un po’ il senso di colpa all’idea di non essere in grado di trovare una soluzione perfetta per ciascuna di queste trappole bellissime che costellano questa storia.
(Che, nel caso non si fosse ancora capito, secondo me è davvero, davvero bellissima.) 

Di bilanci&ricordi

È una decina di giorni che cerco di scrivere qualcosa su questa fine, senza mai trovare il giusto attacco o la giusta voce: avrei voluto parlare dei libri che ho letto, di quelli che ho amato; delle cose che ho scritto e che ho in mente di scrivere; di ciò che ho tradotto, vissuto. Fare qualche bilancio. Ma mi sembra che esca tutto vuoto, noioso, troppo discorsivo, quindi… Ho deciso di darmi ai ricordi, dieci istantanee che fissino quest’anno. Per sommi capi, almeno. E in ordine sparsissimo.

(E mi rendo conto che è un post molto intimo, e sibillino, e avrei voluto poter fare gli auguri in modo più aperto e proiettato all’esterno, invece di chiudermi a sfogliare ricordi che hanno senso per pochi. Ma non sono sempre brava con gli abbracci, e l’introspezione è un’abitudine difficile da curare; il narcisismo ancora peggio. Questa è stata una settimana strana, raccolta e nervosa, e forse avevo bisogno di questo, più che tutto. Fissare. Dare un limite. Ma voglio bene a tutti, e vi abbraccio. E anche se non so bene come dirlo in modo che abbia peso sul serio, spero davvero che il prossimo anno sia bellissimo. E che porti a tutti l’avverarsi – o la nascita, che a volte è altrettanto importante – di qualche sogno.)

Più sotto, quindi – come dovere di cronaca alla me del futuro^^ – dieci istantanee di questo 2017.

Continue reading “Di bilanci&ricordi”

Nuovo

È strano, il modo in cui certe canzoni si intrecciano alla tua storia e alla tua vita – la prima volta che ho sentito “Nuovo” l’ultimo album di Gianmaria Testa era appena uscito, io vivevo a Siviglia e camminavo per quelle strade invase di luce commuovendomi di tutto: la bellezza, il fiume, calle san Jacinto. Testa era una voce familiare e al tempo stesso un augurio, il ricordo di casa e la speranza del futuro. E questa sera Ari l’ha rimessa, ed ero nel suo soggiorno col caminetto accesso, e la sua bimba appena nata addormentata accanto nel passeggino, ed è stato un brivido: ripensare a quel primo mattino, con gli auricolari nelle orecchie e la tenerezza in gola; ripensare a quell’altra passeggiata lunghissima, il dolore struggente di un bambino impossibile che sentivo di amare comunque con tutta me stessa. E adesso, sei anni dopo, Maya. 
Continue reading “Nuovo”

Carry Me Like Water

carry me like waterThis immensely moving novel confronts divisions of race, gender, and class, fusing together the stories of people who come to recognize one another from former lives they didn’t know existed — or that they tried to forget. Diego, a deaf-mute, is barely surviving on the border in El Paso, Texas. Diego’s sister, Helen, who lives with her husband in the posh suburbs of San Francisco, long ago abandoned both her brother and her El Paso roots. Helen’s best friend, Lizzie, a nurse in an AIDS ward, begins to uncover her own buried past after a mystical encounter with a patient. With Carry Me Like Water, Benjamin Alire Sáenz unfolds a beautiful story about hope and forgiveness, unexpected reunions, an expanded definition of family, and, ultimately, what happens when the disparate worlds of pain and privilege collide.

Immaginavo che avrei amato questo romanzo, ma non avevo idea di *quanto*. Molto rapidamente, soltanto per fissare le idee, perché prima o poi dovrò scriverci qualcosa di compiuto: è come se fosse stato scritto apposta per me, quando ero bambina, e rimasto in attesa per anni che mi decidessi a prenderlo finalmente in mano. “Portami come acqua”, davvero – un titolo che è anche un simbolo e un motivo ricorrente e la prima cosa che mi ha attratto e quella che in qualche modo racchiude meglio l’effetto che mi ha fatto il romanzo. Che poi è il primo di Sáenz e sembra già racchiudere tutto: le sue famiglie di scelta, e di sangue – è un romanzo di fratelli, vivi e morti e feriti e perduti, e di sorelle che si scelgono da grandi, e di genitori orrendi e genitori bellissimi, e di amanti e amici e tutte le sfumature intermedie possibili – il deserto e la pioggia, il confine, El Paso come inizio e conclusione, e poi morte, tantissima, struggente e al tempo stesso leggera, un’occasione come un’altra di celebrare la vita, e spiriti che lasciano il corpo, candele accese per aiutare il passaggio, il silenzio in cui vive immerso Diego e i suoi bigliettini che lo infrangono, le lettere che Eddie e Jake si scrivono senza mai spedirle, affidandole a diari, conservando l’uno il ricordo dell’altro come un talismano che fa quasi spavento, e i mille modi diversi di affrontare il dolore, di riscrivere il passato. Il passato che ritorna, sempre, e a volte non è neanche cattivo. E un coro meraviglioso di personaggi che si intrecciano e si incrociano e si amano, teneramente, come acqua, davvero.
Era tutto quello che desideravo.

 

Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

Continue reading “Signore del gioco”

The Inexplicable Logic of My Life

Inexplicable LogicA warmly humane look at universal questions of belonging, infused with humour, from the bestselling author of Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe.

Sal used to know his place with his adoptive gay father, their loving Mexican American family, and his best friend, Samantha. But it’s senior year, and suddenly Sal is throwing punches, questioning everything, and realizing he no longer knows himself. If Sal’s not who he thought he was, who is he?

Una storia importante sull’amore e la famiglia – quella di sangue, quella di scelta. E anche sulle difficoltà della vita, a volte troppo grosse per l’età dei protagonisti ma proprio per questo, purtroppo, reali. La scrittura è semplice – più di quanto sono abituata a trovare in YA più d’evasione e più anche di quanto mi aspettassi dall’autore – ma non per questo meno bella: è limpida e riflessiva, un po’ come il protagonista narratore. E come lui, nasconde rimandi e segreti e complessità interne. Più che tutto, però, davvero: raramente ho letto una storia che abbracciasse in modo più completo ed elastico il concetto di famiglia: figli naturali e adottivi, amici e fratelli, omogenitorialità e storie d’amore che non si esauriscono esclusivamente in un rapporto sessuale e romantico, e l’impatto della cultura in cui cresci come definizione di vita. E quanto la biologia sia, davvero, poca cosa.

(…)

È una sensazione diversa, comunque, scrivere perché non riesci letteralmente a farne a meno, perché vorresti leggerealtro&fare&nonfare eppure senti qualcosa dentro che preme e devi metterti davanti a un foglio e farlo uscire, non perché sia più bello del solito, o più importante, o qualunque altro termine assoluto, ma semplicemente perché è lì, come un respiro da prendere, o lasciar andare, e così smetti di tenere conto di tutto ciò che non è una parola incatenata all’altra, e il vissuto di un personaggio a cui entri dentro e con cui ti allinei al millimetro, anche se fa male il polso, e anche se sei certa che il risultato andrà rivisto al 90%, più di tutte le cose che hai mai scritto, e non scartato, e alla fine ti imponi di smettere quasi con violenza perché sai che è troppo, ma vorresti andare avanti comunque. Dopo più di 6500 parole tirate.

Era tantissimo che non mi succedeva e l’avevo quasi dimenticato. Cosa significa desiderarlo davvero, per te stessa e basta.

Nessuna altra preoccupazione che quella.

Scrivere.

Mettere parola su carta.

E Raven e Jude, ragazzini, e il cielo di giugno, e Boston, e il loro primo incontro, e l’incontro di ciascuno con se stesso.

Corollario di un semi-trasloco

  1. Le librerie sono un po’ come la borsa di Mary Poppins: non hai la minima idea di quanti cavolo di libri contengano finché non devi trasferirli a bracciate per poterle spostare. Il mio appartamento era già più o meno costellato di cumuli di libri, ma al momento è davvero difficile accedere a certi spazi.
  2. Se sei in una situazione logisticamente complessa, con passaggi minuscoli in cui destreggiarsi e un sacco di roba da spostare, puoi stare sicura che tutti gli esseri viventi presenti nei dintorni si materializzeranno ad assistere in forme più o meno utili. Nell’ordine, mentre traslocavo i libri, sono saliti: mia mamma, a darmi una mano; mia sorella, a farmi compagnia dal divano (giustificata, considerato il suo stato di futura-madre-della-mia-già-amata-nipotina); Vento, a intralciarci allegramente con la sua adorabile mole da maremmano e la sua lingua penzoloni da cucciolo troppo cresciuto; Mirò, a controllare cosa diavolo stava facendo tutta quella gente nel suo appartamento (tendenzialmente buttato in ogni angolo a scrutarmi con aria offesa, almeno finché una pila di libri non gli è piombata addosso; credo non mi abbia ancora perdonato); sua madre, perché il mio appartamento rientra nella parte di casa che lei reputa sua e non poteva lasciar passare una cosa simile senza sorveglianza (e, obiettivamente, non c’è nulla di più inquietante che lavorare e alzare la testa per caso e imbattersi negli occhi gelidi di Katrina che ti fissa da sotto uno sgabello); Zoe, che si sentiva sola di sotto ed è venuta a sdraiarsi puntualmente in mezzo a ogni passaggio.
  3. Se hai poco spazio in cui accumulare la mole che devi togliere d’intralcio, e uno di questi pochi spazi è all’aperto, puoi stare sicuro che dopo giorni di siccità assurda proprio oggi il cielo si rannuvolerà e minaccerà pioggia. Chiaramente, il corollario di questo è che probabilmente non pioverà davvero finché non avrete finito il lavoro, limitandosi a opprimere l’atmosfera con una cappa d’afa irrespirabile.
  4. Tuo padre e J. – l’unico apparentemente in grado di fare il lavoro che bisogna fare – sono andati nell’orto alle nove e ti hanno intimato di sbaraccare tutto entro le dieci e mezza. Alle 11:32 non si sono ancora visti all’orizzonte e stai iniziando a sospettare che il lavoro di una mattinata si estenderà ben oltre il pomeriggio e ti toccherà dormire tra le montagnole di libri con cui hai circondato il letto. Il che, d’accordo. Potrebbe non essere poi così malaccio.

Continue reading “Corollario di un semi-trasloco”