(…)

È una sensazione diversa, comunque, scrivere perché non riesci letteralmente a farne a meno, perché vorresti leggerealtro&fare&nonfare eppure senti qualcosa dentro che preme e devi metterti davanti a un foglio e farlo uscire, non perché sia più bello del solito, o più importante, o qualunque altro termine assoluto, ma semplicemente perché è lì, come un respiro da prendere, o lasciar andare, e così smetti di tenere conto di tutto ciò che non è una parola incatenata all’altra, e il vissuto di un personaggio a cui entri dentro e con cui ti allinei al millimetro, anche se fa male il polso, e anche se sei certa che il risultato andrà rivisto al 90%, più di tutte le cose che hai mai scritto, e non scartato, e alla fine ti imponi di smettere quasi con violenza perché sai che è troppo, ma vorresti andare avanti comunque. Dopo più di 6500 parole tirate.

Era tantissimo che non mi succedeva e l’avevo quasi dimenticato. Cosa significa desiderarlo davvero, per te stessa e basta.

Nessuna altra preoccupazione che quella.

Scrivere.

Mettere parola su carta.

E Raven e Jude, ragazzini, e il cielo di giugno, e Boston, e il loro primo incontro, e l’incontro di ciascuno con se stesso.

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Corollario di un semi-trasloco

  1. Le librerie sono un po’ come la borsa di Mary Poppins: non hai la minima idea di quanti cavolo di libri contengano finché non devi trasferirli a bracciate per poterle spostare. Il mio appartamento era già più o meno costellato di cumuli di libri, ma al momento è davvero difficile accedere a certi spazi.
  2. Se sei in una situazione logisticamente complessa, con passaggi minuscoli in cui destreggiarsi e un sacco di roba da spostare, puoi stare sicura che tutti gli esseri viventi presenti nei dintorni si materializzeranno ad assistere in forme più o meno utili. Nell’ordine, mentre traslocavo i libri, sono saliti: mia mamma, a darmi una mano; mia sorella, a farmi compagnia dal divano (giustificata, considerato il suo stato di futura-madre-della-mia-già-amata-nipotina); Vento, a intralciarci allegramente con la sua adorabile mole da maremmano e la sua lingua penzoloni da cucciolo troppo cresciuto; Mirò, a controllare cosa diavolo stava facendo tutta quella gente nel suo appartamento (tendenzialmente buttato in ogni angolo a scrutarmi con aria offesa, almeno finché una pila di libri non gli è piombata addosso; credo non mi abbia ancora perdonato); sua madre, perché il mio appartamento rientra nella parte di casa che lei reputa sua e non poteva lasciar passare una cosa simile senza sorveglianza (e, obiettivamente, non c’è nulla di più inquietante che lavorare e alzare la testa per caso e imbattersi negli occhi gelidi di Katrina che ti fissa da sotto uno sgabello); Zoe, che si sentiva sola di sotto ed è venuta a sdraiarsi puntualmente in mezzo a ogni passaggio.
  3. Se hai poco spazio in cui accumulare la mole che devi togliere d’intralcio, e uno di questi pochi spazi è all’aperto, puoi stare sicuro che dopo giorni di siccità assurda proprio oggi il cielo si rannuvolerà e minaccerà pioggia. Chiaramente, il corollario di questo è che probabilmente non pioverà davvero finché non avrete finito il lavoro, limitandosi a opprimere l’atmosfera con una cappa d’afa irrespirabile.
  4. Tuo padre e J. – l’unico apparentemente in grado di fare il lavoro che bisogna fare – sono andati nell’orto alle nove e ti hanno intimato di sbaraccare tutto entro le dieci e mezza. Alle 11:32 non si sono ancora visti all’orizzonte e stai iniziando a sospettare che il lavoro di una mattinata si estenderà ben oltre il pomeriggio e ti toccherà dormire tra le montagnole di libri con cui hai circondato il letto. Il che, d’accordo. Potrebbe non essere poi così malaccio.

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