«What I love and I leave»

I am running into a new year
and i beg what i love and
I leave to forgive me.

Lucille Clifton

Stamattina quando ho aperto le persiane nevicava: un nevischio leggero e sottile, che da lontano – da dentro – sembrava quasi polvere, quella dolce della neve asciutta. Mi sono chiesta se si sarebbe fermata. Qualche ora dopo è cominciato un picchiettare discreto sul vetro del lucernario, ho alzato lo sguardo e capito che era pioggia. La neve è già sparita del tutto, ora. In un altro momento mi sarebbe sembrato triste, quest’anno è distante anche questo: ogni segno, ogni presagio. Come se fosse tutto già accaduto, anche quello che aspetta nel futuro.

Di solito amo questo giorno dell’anno. Amo la fine e l’inizio, la demarcazione precisa tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere, tra ciò che hai fatto, giusto o sbagliato che fosse, e quello che dovrai abbozzare. Come aprire un quaderno nuovo e premere la penna in alto sulla prima pagina. Un foglio bianco. Una coltre di neve. Qualcosa da scrivere.

Quest’anno è diverso. La prima dolcezza, forse – malinconica, lieve –, è che non lo sia del tutto, che lo sia meno di quando mi sono messa a letto ieri sera e ho sentito lo sconcerto assoluto della demarcazione che mancava, di un finale che cadeva troppo vicino a un altro molto più vero e assoluto, di un inizio che non avrebbe potuto inaugurare niente, pensavo, anche se un po’ mi ero aggrappata alla data: stimolo più che promessa.


Ho smesso di credere nei segni, ho scritto ieri all’unica persona che sto sentendo in questi giorni. Ho smesso di credere al destino, e agli incontri che devono avere un senso, alle coincidenze dei percorsi, agli incroci dei tempi, all’idea di narrazione stessa, persino, all’affabulazione con cui ci convinciamo che ogni percorso sia un arco, puntato per forza verso qualche finale più o meno giusto. È un altro lutto, in fondo, piccolo e quasi meschino, in mezzo a tutto il resto, personale, brutto come tutte le cose che maceri da sola in silenzio. E in quel silenzio, in quel lutto – nella perdita di una traiettoria che neanche ti eri resa conto davvero formasse ancora la trama portante della tua vita – le linee di demarcazione si cancellano per forza, pensavo. Tutti i giorni finiscono per somigliarsi, si incollano l’uno sull’altro in un grumo che puoi anche masticare, forse, ma se provi a inghiottirlo ti soffoca e basta.

Lo penso ancora, credo. Anche oggi, dopo la neve e la pioggia. Dopo aver letto L’inconsolabile e pianto un po’ per lei, per Pavese, per quel destino e quelle stagioni e quel sangue. Ma al tempo stesso – e non so se è lei, se è Pavese, se il destino o le stagioni o la neve – c’è anche ancora la poesia.

Le parole e i simboli, se non i segni. Le impronte che lasci, se non gli archi compiuti.


Continuo a pensare ai versi di Lucille Clifton che Twitter mi ha regalato ieri sera. And I beg what I love and/ I leave to forgive me. Non credevo di avere bisogno di perdono, ma ogni volta che ci torno ricomincio a piangere e forse è davvero questo, il punto, forse è quello che sto cercando di fare dall’inizio. Chiedere perdono, a ciò che amo e che lascio. A lei che rimarrà in quell’anno che si è appena chiuso, come un fiore sfiorito, a tutte le vite che ho immaginato per noi nel tempo, a tutte quelle che non mi sono nemmeno mai concessa di immaginare. Alle illusioni che si sono infrante come pioggia, ai silenzi che hanno bagnato, alle cose che non le ho mai chiesto, a quelle che non dirò mai a nessuno. Alla promessa di andare avanti, persino, al modo implacabile in cui continua a sembrarmi un tradimento. Ciò che amo e che lascio. Inevitabilmente. Anche senza volerlo.

È un nodo così stretto e così intricato, di fili così impalpabili e cangianti, che forse soltanto la poesia può scioglierlo in qualche modo. Solo un rito, un simbolo. Un dato arbitrario.

Demarcazione tracciata nella neve, quando il cielo è gravido di pioggia e sai che qualunque cosa scriverai verrà cancellata presto.


Mi ero data dicembre per avvilupparmi nel bozzolo. Un mese in cui non pretendere nulla a parte le necessità inderogabili, per raccogliere quello che sono e non sentirmi costretta a metterlo in ordine, a dargli un senso, per non lasciare niente e tenerlo con me. Il resto a gennaio, pensavo, e adesso gennaio è qui, dopo quella demarcazione fittizia, e io sono la stessa di ieri, la stessa che sarò per chissà quanto altro tempo ancora.

Forse devo cominciare a fare pace con questa realtà.

Cominciare a capire chi sono io, davvero, da sola e non come parte del doppio che in tutti questi anni sul web ho sempre sentito di essere, con solo me stessa a cui rendere conto, solo me stessa da rappresentare. Cominciare a riprendere qualcosa, qualche filo, cominciare a intrecciarlo di nuovo. Un libro, un racconto, un pensiero. Una parola, un’immagine o un simbolo. Ritoccare lo scopo.

E forse ha senso scegliere il giorno in cui tutto comincia anche nel calendario, per farlo. Anche se quest’anno è più arbitrario del solito. Anche se chiuso il post ti rimetterai a letto con un altro libro. Anche se fuori è grigio, e fa freddo, o forse proprio per questo.  


Per gli auguri non ho ancora la forza. Sarebbero vuoti, retorici, e non voglio svilire il piccolo incantesimo di cui credo capaci le parole con un augurio privo di intento. Spero che stiate tutti bene, però – la speranza è un incanto più leggero -, che stiate prendendo dal presente tutto quello che può darvi. Che tutti i lutti che hanno costellato l’anno appena concluso – piccoli o grandi, reali o metaforici, terribili o sottili come i graffi di cui è capace la carta, quei dolori minuscoli – restino lì, come un brillare sempre più fioco. Al futuro non ho voglia di pensare, per il momento. Forse la vera lezione di questo tempo è che ha poco senso farlo. Forse neanche quello.

Forse ad avere poco senso è il bisogno di cercare lezioni in tutte le cose brutte che succedono.

E forse, come tutto, anche questo è relativo.

Chiudo.


(Non c’entra niente, ma mi ero ripromessa di farlo al primo post utile e perciò… M. Se passi di qui, volevo ringraziarti per il messaggio. Te l’avrei detto subito ma non avevo modo di contattarti, quindi lo scrivo qui a tradimento. Ti devo una risposta. Se vuoi farmi avere un indirizzo, ti mando quella che ho scritto prima di accorgermi che non potevo spedirla, o una sua versione aggiornata. Altrimenti, grazie e basta.^^)

One thought on “«What I love and I leave»

  1. Certo che passo 🙂. E certo che ti faccio avere un recapito (attraverso una persona terza su FB). Chiedo scusa se sono sparita senza dare l’occasione di rispondere, mi rendo conto che non è stato il massimo, ma ho pensato che in questi giorni fossero tutti un po’ presi da altro (non solo dalle feste, ma da qualsiasi cosa. È un periodo che inevitabilmente richiama certi dolori. Forse è per questo che tanti gli sono allergici invece di amarlo), e contemperare questa idea col mio pressante bisogno di fuga ha prodotto un infelice risultato: scrivere senza aspettare risposte. Non l’ho fatto per disinteresse, ovviamente, ma un po’ perché avevo davvero bisogno pressante di tagliare, un po’ perché pensavo che, se avessi aspettato risposta, l’altra parte – tu o chiunque – avrebbe potuto sentirsi in dovere di darmela, o sentirsi in imbarazzo, in qualche modo. Non volevo correre questi rischi. Volevo invece che passasse un messaggio, ossia che non c’era alcun interesse dietro quelle parole. Nessuna adulazione, nessuna pericolosa richiesta di amicizia. Volevo solo dare, in quel momento, dire cose che avevo in testa senza aspettarmi nulla. Forse l’ho fatto un po’ anche per addestrarmi proprio a fare questo: non aspettarmi nulla, non volerlo nemmeno. Quando non vuoi qualcosa, non puoi soffrire se non lo ottieni. Ecco, forse mi sto sforzando di imparare a fare questo, nonostante l’età, i manuali e il buon senso me lo abbiano insegnato da tempo. È che sapere come funziona è sempre diverso dall’accettarlo davvero.

    Mah, mi sono dilungata ad cavolum, come sempre.

    Una cosa è vera, però: è un periodo spartiacque, questo. Segnato da lutti, come hai detto, reali o simbolici, grandi e piccoli. Da, aggiungerei io, infiniti abbandoni. Che subiamo, che infliggiamo. Di sicuro un periodo di cambiamenti, forse irreversibili. Ma sai, va così e va bene che vada così. Ci si svuota un po’, lungo la strada. Me ne accorgo ogni giorno. Me lo dice la mia immagine allo specchio, il modo in cui adesso affronto le cose. Suppongo significhi crescere.
    Altrettanto concordo sul non voler pensare al futuro, proprio no, e su un’altra grande verità: inutile cercare lezioni nelle cose brutte. Spesso è mera retorica per dirci che ci hanno comunque lasciato qualcosa, per prenderle meglio. Ma la verità è che non ci credo poi tanto. A volte ci tolgono e basta, e bisogna avere il coraggio di dirlo. Basta infiocchettare, indorare, illudersi.
    Ci tolgono. E. Basta.
    Il dolore, a volte, fa solo questo. Inutile imputargli meriti a tutti i costi, che spesso non ha, solo per sopportarlo meglio.
    Beh, io posso solo dire che è una transizione, quella fra questi due anni, che mi ha aperto gli occhi su tante cose. Che, di sicuro, per me segna una svolta. Penso anche per te. Per chissà quante persone.

    Ci risentiamo presto. Stammi bene ❤️.

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