Di definizioni&consegne

Non so se è solo una conseguenza della mia totale incapacità di dire addio alle cose, ma consegnare una traduzione mi mette sempre addosso una strana nostalgia. È un misto di rimpianto per l’imperfezione inevitabile – dato che nulla è più perpetuamente perfettibile di una traduzione – e di malinconia per una storia che hai maneggiato per mesi, di solito, che hai dovuto fare tua a volte anche senza volerlo: alla fine concludi l’ultima rilettura, e se tutto va bene ti stupisci quasi di quanto scorra piacevolmente, soprattutto se la confronti al disastro della prima; sistemi la formattazione, fai qualche ultimo controllo a campione, soffochi la tentazione di cambiare per la centesima volta la stessa frase che ti rimbalzi in testa da una settimana, e carichi il file nell’e-mail.

Dovresti premere invio, dopo, ma esiti. Spesso.

(Nel momento in cui scrivo, il thriller che mi fa compagnia da circa metà ottobre sta aspettando in un’e-mail già conclusa, a cui devo soltanto aggiungere l’indirizzo; e questo bisogno di sospendere e rimandare è patologico, in fondo, lo so. Ma è difficile evitarlo.)

Continue reading “Di definizioni&consegne”

Advertisements

Buscando, entre dos olas…

Ero piccola, avrò avuto undici anni, forse dodici, la prima volta che – per qualche ragione che ho rimosso completamente – ho deciso – con la lucidità delle mie decisioni più stupide – che dovevo smettere di fantasticare sulle cose, o non si sarebbero mai realizzate.

Non so esattamente cosa significasse, quel pensiero; per anni ho creduto che in fondo non fosse neanche tanto assurdo. Ma qualche anno dopo, cresciuta, l’ho ritrovato espresso con bellezza lapidaria in un verso di Luis García Montero, che come spesso accade in poesia parlava in realtà di tutt’altra cosa: Porque los sueños se corrompen, he dejado los sueños. Che tradotto in prosa, a grandi linee, significa qualcosa come «dato che i sogni si corrompono, ho smesso di sognare».

È esattamente quello che ho fatto. Per anni, forse anche quelli più determinanti della mia vita. E ancora non credo di avere realizzato del tutto quanto questo mi abbia condizionata, nel tempo, perché quando certe idee si radicano nella testa estirparle diventa difficile, come se facessero il nido. Depongono le uova, e di colpo ti ritrovi infestato.

Continue reading “Buscando, entre dos olas…”

Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

Continue reading “Signore del gioco”

(…)

È una sensazione diversa, comunque, scrivere perché non riesci letteralmente a farne a meno, perché vorresti leggerealtro&fare&nonfare eppure senti qualcosa dentro che preme e devi metterti davanti a un foglio e farlo uscire, non perché sia più bello del solito, o più importante, o qualunque altro termine assoluto, ma semplicemente perché è lì, come un respiro da prendere, o lasciar andare, e così smetti di tenere conto di tutto ciò che non è una parola incatenata all’altra, e il vissuto di un personaggio a cui entri dentro e con cui ti allinei al millimetro, anche se fa male il polso, e anche se sei certa che il risultato andrà rivisto al 90%, più di tutte le cose che hai mai scritto, e non scartato, e alla fine ti imponi di smettere quasi con violenza perché sai che è troppo, ma vorresti andare avanti comunque. Dopo più di 6500 parole tirate.

Era tantissimo che non mi succedeva e l’avevo quasi dimenticato. Cosa significa desiderarlo davvero, per te stessa e basta.

Nessuna altra preoccupazione che quella.

Scrivere.

Mettere parola su carta.

E Raven e Jude, ragazzini, e il cielo di giugno, e Boston, e il loro primo incontro, e l’incontro di ciascuno con se stesso.

Di abitudini & transiti & incostanze coerenti

L’altro giorno, su un gruppo a cui partecipo, si parlava dell’abitudine o meno di lavorare contemporaneamente a più storie. Ci sto ripensando oggi perché mi rendo conto che agosto si avvia verso la fine e io l’ho trascorso a scrivere una quantità assurda di cose, ma in maniera poco meno dispersiva di quando passavo il tempo a macinare libri sulla scrittura e plottare una trama diversa a settimana. E non so bene che pensare, di questa mia incostanza.

Forse, sto semplicemente cercando la storia giusto nello stesso modo in cui si cercherebbe un vestito: facendosi guidare da colori e tagli e modelli, provandone uno dopo l’altro per vedere quale sta meglio addosso. Con il dubbio costante di stare scegliendo quello sbagliato.

O potrebbe essere la disabitudine, anche. Ho passato mesi senza scrivere niente, e quelli prima lavorato più che altro di editing; non riesco neanche a ricordare esattamente qual è stata l’ultima cosa nuova che ho scritto, e quando. L’estate scorsa, forse, quando cercavo di accumulare gli ultimi capitoli della Rosa per non farmi venire l’ansia durante l’autunno. E poi Rowan, d’accordo. Ma Rowan è sempre un altro discorso.

Continue reading “Di abitudini & transiti & incostanze coerenti”

Corollario di un semi-trasloco

  1. Le librerie sono un po’ come la borsa di Mary Poppins: non hai la minima idea di quanti cavolo di libri contengano finché non devi trasferirli a bracciate per poterle spostare. Il mio appartamento era già più o meno costellato di cumuli di libri, ma al momento è davvero difficile accedere a certi spazi.
  2. Se sei in una situazione logisticamente complessa, con passaggi minuscoli in cui destreggiarsi e un sacco di roba da spostare, puoi stare sicura che tutti gli esseri viventi presenti nei dintorni si materializzeranno ad assistere in forme più o meno utili. Nell’ordine, mentre traslocavo i libri, sono saliti: mia mamma, a darmi una mano; mia sorella, a farmi compagnia dal divano (giustificata, considerato il suo stato di futura-madre-della-mia-già-amata-nipotina); Vento, a intralciarci allegramente con la sua adorabile mole da maremmano e la sua lingua penzoloni da cucciolo troppo cresciuto; Mirò, a controllare cosa diavolo stava facendo tutta quella gente nel suo appartamento (tendenzialmente buttato in ogni angolo a scrutarmi con aria offesa, almeno finché una pila di libri non gli è piombata addosso; credo non mi abbia ancora perdonato); sua madre, perché il mio appartamento rientra nella parte di casa che lei reputa sua e non poteva lasciar passare una cosa simile senza sorveglianza (e, obiettivamente, non c’è nulla di più inquietante che lavorare e alzare la testa per caso e imbattersi negli occhi gelidi di Katrina che ti fissa da sotto uno sgabello); Zoe, che si sentiva sola di sotto ed è venuta a sdraiarsi puntualmente in mezzo a ogni passaggio.
  3. Se hai poco spazio in cui accumulare la mole che devi togliere d’intralcio, e uno di questi pochi spazi è all’aperto, puoi stare sicuro che dopo giorni di siccità assurda proprio oggi il cielo si rannuvolerà e minaccerà pioggia. Chiaramente, il corollario di questo è che probabilmente non pioverà davvero finché non avrete finito il lavoro, limitandosi a opprimere l’atmosfera con una cappa d’afa irrespirabile.
  4. Tuo padre e J. – l’unico apparentemente in grado di fare il lavoro che bisogna fare – sono andati nell’orto alle nove e ti hanno intimato di sbaraccare tutto entro le dieci e mezza. Alle 11:32 non si sono ancora visti all’orizzonte e stai iniziando a sospettare che il lavoro di una mattinata si estenderà ben oltre il pomeriggio e ti toccherà dormire tra le montagnole di libri con cui hai circondato il letto. Il che, d’accordo. Potrebbe non essere poi così malaccio.

Continue reading “Corollario di un semi-trasloco”

The state of things

Facendo il punto della situazione.

Avevo quasi dimenticato cosa significa vivere senza scadenze che soffiano sul collo. Ho tutto agosto davanti – forse – per rimettermi in sesto e impostare il prossimo autunno: progetti e voglia di fare, come sempre in questa stagione, ma forse un po’ più tempo del solito per organizzarli in qualcosa di concreto.

Sto cercando di scrivere, finalmente: vorrei riuscire a mantenere un ritmo decente anche quando lavorerò di nuovo, ma avevo davvero bisogno, credo, di una finestra di tempo per guardare le cose con respiro più ampio. Ho passato gli ultimi mesi a sfornare un’idea dopo l’altra, ma al momento di concretizzarle sembravano tutti progetti troppo grossi o campati in aria per quel periodo strapieno.

Sto provando con Dormono gli Aironi, al momento. Nico e Blue, storie finite, archiviate, ferite ancora aperte. Finora sta venendo abbastanza, credo: ho scritto già intorno alle 7000 parole, la struttura è impostata, non prevedo enormi sorprese. Ho addirittura ben due triangoli che non dovrebbero sfociare in nessuna poly, il che per me è una specie di miracolo. Potrei farcela, se mi sforzo.

Continue reading “The state of things”