Confini

[Come altre volte, riprendo uno status postato su Facebook perché odio l’impermanenza del mezzo e sono una creatura d’archivio.]

È da qualche giorno che negli USA – o almeno, negli angoli che seguo io – si parla di uno scandalo che coinvolge il governo federale e, nello specifico, la ICE, l’agenzia federale che si occupa di immigrazione e frontiere, i quali, come si è da poco scoperto, negli ultimi anni hanno perso – letteralmente perso – traccia di più di 1500 bambini migranti sottratti alle famiglie che cercavano di superare il confine con il Messico. Bambini teoricamente affidati a famiglie e sponsor che, in seguito, sono scomparsi nel nulla. 1500. Su 7000. Tra cui anche piccoli di diciotto mesi.
Bambini che di certo sono stati ceduti in gran numero ai trafficanti di esseri umani e che, comunque, nel migliore di casi sono stati affidati a persone su cui non è stato fatto nessun tipo di controllo posteriore. (Sempre che ne siano stati fatti di pregressi, e questo nel contesto del sistema affidatario statunitense, che è così terribile per i minori che vi finiscono dentro da essere ormai un trope drammatico a tutti gli effetti.)

E non so. Probabilmente è anche che seguo tantissimi autori latinx su Twitter – che da due giorni non fanno che parlare di questo, straziati – e sto leggendo proprio in questi giorni La fila indiana di Antonio Ortuño che, affrontando il tema dell’immigrazione clandestina in Messico come via di passaggio obbligata dal Sud America agli USA, fa luce su una fase di quel percorso su cui non mi ero mai soffermata troppo, ma avevo bisogno di parlarne. Perché la sottrazione forzata dei bambini dalle famiglie di appartenenza è uno dei crimini a cui non si pensa molto – viene spesso presentato come un’azione umanitaria, o comunque un aiuto – e gli Stati Uniti hanno una storia atroce (verso nativi americani e schiavi africani, soprattutto) al riguardo, e boh. È un’arma di guerra vera e propria, usata dalle peggiori dittature. (E che i sudamericani, tra l’altro, storicamente conoscono fin troppo bene). E fa terribilmente effetto.

(Poi guardo Maya, che non è neanche mia figlia, e cerco di immaginare, ma lo sforzo è eccessivo e rende ancora più spaventoso l’abisso che si apre tra un orizzonte e l’altro. Che poi è quello tra le tante forme di inferno che ci vivono accanto senza che ce ne rendiamo conto, e il nostro universo privato. Più piccolo, e sicuro. E uno fatica a pensare, davvero.)

 

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Dove finisce la pioggia

Ho passato cinque minuti a scrivere e cancellare l’inizio di questo post sconclusionato per scoprire che, in realtà, stavo solo inseguendo Murakami: «Chi può dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia?» scriveva, ne La ragazza dello Sputnik (che ovviamente ho letto da troppo tempo per averne un ricordo preciso, a parte questa frase indelebile e la bellezza che, con lui, è un po’ inevitabile). Ma è tutto il giorno che mi dibatto negli strascichi di un umore che ci si raccorda parecchio: perché il cielo è grigio e – per qualche strana ragione – non me l’aspettavo, perché ogni volta che riprende a piovere le gocce tamburellano sul lucernario esattamente sopra la mia testa e la luce scende, troppo fioca. E non riesco a capire se è quello, il problema, o il cavolo di romanzo stupidissimo che sto finendo di tradurre (seconda stesura, che è sempre la peggiore), o la nostalgia di Sabrina, costante (e che in giornate come queste punge particolarmente), o il fatto che sento di dover fare qualcosa, in mille direzioni diverse, ma non la so impostare. Da dove partire.

Credo che in parte il problema sia che è troppo tempo che scrivo da sola. Ho praticamente finito la prima stesura degli Aironi, ed è in assoluto la cosa più lunga che abbia mai scritto senza dividerla con Sabrina; mi mancano un paio di capitoli finali, in teoria, ma ho sospeso tutto perché mi sono accorta che stavo sostanzialmente buttando giù frasi un po’ a caso per il puro intento di raggiungere le 80k parole. Dato che mi conosco, e so che in quei casi metà delle volte esce fuori qualcosa di terribilmente anemico – per i miei standard, almeno – mentre nel finale dovrei tirare le fila di tutto, ho pensato fosse più produttivo cominciare a rileggere quello che avevo già scritto e vedere quando lavoro ci sarà da fare in fase di revisione e… Miracolosamente, direi non troppo. Ci sono parti da riscrivere, certo, e un sacco di introduzioni da tagliare e/o trasformare in qualcosa di più intenso, ma ci sono anche passaggi che a rileggerli ho adorato e anche se Nico e Blue sono parecchio, parecchio diversi dai personaggi che avevo creato a diciott’anni nel Nero – Blue soprattutto – nonostante il distacco dei primi mesi di lavoro in realtà adesso voglio bene a entrambi. Tanto. E sento un po’ di incanto anche io, per loro; per una storia che ha molta più luce di quanto mi aspettassi. Quindi insomma. Su quel versante, il bilancio è positivo. Continue reading “Dove finisce la pioggia”

SalTo 2018 – O quando ripeti da mesi che devi smaltire i libri già acquistati e torni a casa comunque con altri sei titoli

Salto2018(Copincollato da Facebook perché mi sono accorta a metà post che avevo bisogno di mostrare anche un paio di copertine. *rolls*)

Stavo fotografando gli acquisti di ieri per Stefania, ma mi sento logorroica e ho deciso di ottimizzare con un mini-post di segnalazioni. <3 Anche se ammetto che sono letture un tantino monotematiche. *rolls* Perché le mie fisse sono quelle.

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#SharingBooks – Felicità

L’altro giorno su La siepe di more Baylee mi ha nominato in questo booktag adorabile di #sharingbooks sul tema della felicità.^^ (Che tra l’altro, mai visto nulla di più adatto di un hashtag che *condivide libri* accostato alla felicità.) Di solito sono una frana quando si tratta di svolgere queste cose in modo puntuale e ragionevole, ma questa volta mi sforzerò di seguire le regole. Cominciando con il postarle.^^

Per un mese, ogni lunedì viene scelto un tema e tutti i post della settimana devono riguardare quell’argomento.

  • Il post deve segnalare tre libri in tema con l’argomento del giorno e (opzione facoltativa) comprendere una citazione tratta da almeno uno dei libri.
  • Scrivere l’hashtag dell’evento, cioè #sharingbooks e il tema della settimana.
  • Taggare tre persone che a loro volta potranno, se lo desiderano, scrivere un post sullo stesso argomento con la stessa struttura. In ogni articolo uno dei libri dovrà essere ripreso dal post della persona che vi ha taggato, mentre gli altri due dovrete aggiungerli voi.

L’evento è iniziato lunedì 2 aprile, e terminerà il 29 aprile.

Come al solito, ho avuto un attimo di vuoto mentale al momento di trovare i libri da citare: mi venivano solo in mente cose drammaticissime o intense nella direzione sbagliata. Ma poi ho avuto l’illuminazione e mi sono goduta la possibilità di sfogliare di nuovo alcuni dei miei romanzi preferiti in assoluto.^^

comici spaventati guerrieriPrima di tutto: Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni, che oltre a essere stato l’Amore della mia adolescenza e conservare ancora tra le sue pagine un pezzetto del mio cuore – e oltre ad avere Lee, ed essere probabilmente responsabile di almeno alcune delle fisse per il poliamore che mi trascino dietro da non so neanche quanto tempo – contiene anche questo meraviglioso monologo che, secondo me, racchiude davvero il senso della felicità:

«Voglio vivere ancora duecentocinquanta anni.
Vivere da lucertola, strisciare sui muri al sole, sdraiarmi nel prato a zampe in su e pensare che il cielo non esiste, è un fazzoletto azzurro sugli occhi.
Voglio scappare da scuola, correre ancora nella biblioteca sotto i portici, a leggere libri che non dovevo leggere, i cui autori ringrazio.
Voglio rivedere le piazze piene di rabbia, e certe sere, seduti sui gradini, a perder tempo. Certe sere in cui sentivi che, in un paese lontano, una fucilata ammazzava uno come te.
Voglio rivedere tutti i miei amori anche quelli cosiddetti sbagliati. E tutti i miei amici in fila.
Voglio imparare a suonare il sassofono, studiare medicina, vedere i marziani. A settant’anni è il minimo.
Voglio sentire tutti in una volta i nodi con cui sono stato legato al mondo, ogni volta che la mia vita si è incrociata con un’altra. Crollare a terra sotto questo felice groviglio.
La felicità forse è un’altra cosa, ma quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non lo cambierei mai con niente. Se parte l’Arca, io non m’imbarco.»

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Estemporaneamente

Ho passato metà pomeriggio a tradurre un romanzo – chick lit, direi, più che romance in senso stretto – che è praticamente un condensato dei peggiori luoghi comuni sull’eterosessualità presentati come norma assoluta – e a tratti persino… ispirazione positiva? – e la metà successiva a cercare respiro in Food4Thot, che continua a confermarsi come la sintesi di tutto quello che ho sempre desiderato – sessualità&intersezionalità&letteratura, in una combinazione esaltante e spassosa – e non so. È una contrapposizione strana. Mi asciugavo i capelli al sole con le voci di quei quattro uomini brillanti nelle orecchie e intanto nel cervello avevo ancora l’impronta di quel piattume assoluto, quel senso di soffocamento. Pensavo di averlo superato, o almeno, di essermi lasciata alle spalle la fase del “cosa ho da spartire io con il resto del mondo”, ma evidentemente la positività aggressiva funziona solo fino a un certo punto.

E immagino sia difficile essere tolleranti davvero, quando quelle gabbie ti crescono intorno dappertutto e non sai neanche cosa potresti fare, per evitarle, se decidessi di uscire dal tuo guscio. Qualche salto ellittico, probabilmente, catapultarti in tutto un altro contesto. Come fanno, presumo, quelli che non escono sistematicamente 100% introversi in ogni test del MyersBriggs e hanno bisogno di attività sociali più di una volta a settimana a dir tanto. O che non aggiungono l’ansia sociale al cocktail, o tutte le altre variabili coincidenti che contribuiscono a fare di me la creatura asociale che sono da più di dieci anni.  Continue reading “Estemporaneamente”

Il senso dei lillà

Il lillà sta fiorendo e ogni anno mi commuove; oggi l’ho fatto vedere a Maya che come sempre ha cercato di mangiarsi il grappolo – è la cosa più tenera del mondo, quella bambina, ogni volta che vede qualcosa che la emoziona apre la bocca come se sentisse un bisogno profondo di inglobarla – e intanto osservavo il viola pallido di quei fiorellini minuscoli, le mille sfumature come di cera dei petali. Quattro giorni d’estate – anche se fuori stagione – e tutto sta sboccando, finalmente, io stessa per prima.

Ogni volta con il freddo mi convinco che non è possibile, e ogni volta che arriva il caldo mi rendo conto, sempre, che non sono fatta fisicamente per le temperature basse, i nervi si tendono, la visione appassisce. Datemi cielo azzurro e sole intenso e fiori, ovunque, e ogni singola preoccupazione perde almeno l’ombra, diventa qualcosa di bidimensionale, una scritta su carta.

Il problema agli occhi? Archiviato. La stanchezza perenne? Mai esistita. L’apatia? Ho scritto qualcosa come diecimila parole solo questa settimana. E d’accordo, lunedì ho consegnato l’ultimo residuo delle infinite traduzioni invernali, entrando ufficialmente nella stagione degli incarichi primaverili (che, spero, saranno un po’ più bilanciati), ma non è solo quello, affatto. Soltanto la settimana scorsa bastava il pensiero a farmi sentire sulle spalle un macigno.

Oggi cammino per casa con i pantaloni di cotone colorato e la t-shirt più vecchia e morbida e lisa e amata che sia riuscita a pescare dall’armadio – venti taglie più grandi, maniche che scendono fin sotto al gomito – e mi sento scivolare nell’aria.

In qualche modo, appena arrivano queste temperature, mi trovo sempre a fare post del genere. Quest’anno è successo solo con un po’ di anticipo.

Se non mi concentro sui possibili significati geoclimatici di questo clima inaspettato, potrei anche considerarlo un regalo. Essere felice e nient’altro.

E domani con Robi andremo a vedere l’orto, e ne ho voglia davvero, cosa che solo un anno fa non avrei creduto; Sabrina sta leggendo gli Aironi scena dopo scena e miracolosamente non me ne ha ancora bocciata nessuna; io ho finalmente trovato, forse, la chiave per entrare in sintonia con Blue e Nico. Ho tutto il tempo della revisione, davanti, per raddrizzare ciò che finora ho seminato per sbaglio. E mi piace che la mia mente stia ragionando sempre più in termini di semi, e boccioli, e germogli; mi piace che Bellezza Selvaggia uscirà a maggio e io mi commuoverò come se fosse quasi un romanzo mio; mi piace che l’orchidea stia iniziando a far spuntare radici minuscole sotto le foglioline che ha fatto crescere l’autunno scorso. Che l’edera abbia retto all’inverno, e sia folta e robusta e abbia deciso di non abbandonarmi di nuovo. Che i limoni in cortile stiano già spandendo quel profumo dolcissimo. Che domenica vedrò Camilla, ed è primavera. Torino è piena d’alberi, stanno mettendo tutti foglie e fiori.

Io sto per compiere trent’anni, e la mia vita è diversissima da quella che credevo/temevo/immaginavo solo un paio d’anni fa, e sono felice così. Sto anche imparando, piano piano, a non aggiungere di continuo la precisazione “per il momento”. O a convincermi almeno che, se quello che faccio e vivo smetterà di soddisfarmi, troverò il modo di cambiare a quel punto. Senza dovermi costringere adesso in abiti che non ho voglia di indossare, soltanto perché “sarebbe giusto”. O perché temo che se non imparo per tempo, non saprò mai farlo.

Meglio vivere il presente.

Soprattutto quando il presente è, come adesso, questa dolcissima illusione d’estate.

 

Due aprile

Motivi di gratitudine #1:

  • Il sorriso di Maya ogni singola volta che scendo da mia sorella dopo essere stata via qualche ora
  • La voce di Tommy Pico nel podcast di Food4Thots
  • L’adorabile racconto di Mackenzie Lee nell’antologia All Out
  • Mirò acciambellato sul petto mentre riposo gli occhi sdraiata sul divano
  • Lo stendersi uniforme del lilla sullo scaffale che metterò in cucina
  • La serenità impagabile di certe conversazioni in cui sembra di tornare a casa

Sympathetic little monster

«The first device that could record sound was
made from the ear of a stolen corpse. Like the
photograph, the phonograph is a technology of
ghosts – for the first time, the voice floats free of
the body it signifies. But go back far enough &
you’ll alway find a skeleton, a madhouse, a
strange girl thrown into the dark. The story of
modernity is a ghost story, after all. The dead
walk into the room, whisper in your ear: How do
you think we got here? How do you think it’s going to
end?»
Cameron Awkward-Rich

Una vita non mia

«Di lì a poco smisi praticamente di uscire di casa, e del resto, più tempo passava, meno mi sembrava necessario lasciare la mia stanza. Mi sentivo gli occhi annebbiati. Ogni parte del mio corpo mi sembrava estranea, come se attaccate al mio corpo ci fossero le mani di qualcun altro, e una strana sensazione aliena cominciò ad arrampicarsi lungo la spina dorsale finché non sentii di avere il cervello nella testa sbagliata. Perfino la pelle del viso mi sembrava di qualcun altro, come se avessi potuto pelarla via senza farmi male, come si toglie la cera delle candele che si è raffreddata sulle dita. Qualsiasi cosa facessi, mi sembrava di recitare la parte di me stessa.»

(…)

«Forse Nat pensò che la nostra discussione avrebbe chiuso con l’argomento. Quella generazione tende a ragionare in termini di princìpi e di finali. Non capiscono cosa si può fare con internet, o che non esiste una fine delle cose, una via d’uscita. Non capiscono che niente rimane privato e niente svanisce. È come l’onda: la parte di dietro si mangia quella davanti.»

(…)

«Osservando Silvia, avevo imparato che una delle cose peggiori della malattia è che quasi tutti trovano poco chiara la tua sofferenza. Con questa tristezza era diverso. Sentivo che avevo bisogno di prendermene cura e di proteggerla dalla comprensione altrui. Desideravo la compassione di Susy perché volevo essere rassicurata e sentirmi meno sola, ma al contempo non la volevo – non volevo che il mio dolore privato entrasse a far parte di qualcosa di universale.»

Olivia Sudjic, Una vita non mia, trad. Chiara Bafa

«This is still mine»

Piccolo delirio linguistico che credo illustri perché tradurre, per me, è sempre essenzialmente un esercizio di masochismo: nel libro che amoamo una delle protagoniste ha appena confessato qualche colpa atroce dei suoi antenati – le cui ripercussioni rappresentano di fatto la chiave del romanzo – e, quando le amiche le fanno notare che non è una responsabilità sua, non ultimo perché la famiglia l’ha diseredata, lei risponde: «I’m still a Briar. This is still mine.»
This is still mine.
La colpa, il peso, il passato. Il dolore seminato e raccolto. È ancora pur sempre mio. E non so esattamente cosa sia, in quell’espressione, a toccarmi tanto; non so esattamente cosa sia, a sembrarmi tanto sfuggente, ineffabile, intraducibile. Perché è tutto e niente. È quel “this” iniziale che raccoglie mille aspetti e non si lascia inglobare pienamente dal nostro “questo” (questa cosa, questo peso, questa verità: il privilegio dei nostri soggetti inespressi che circoscrive in modo molto più diretto i casi in cui scegliamo di usarli). È quello “still”, che è al tempo stesso temporale – il tempo passa, la colpa resta – e logico (nonostante questo, nonostante il loro rifiuto). Ed è quel “mine” che riconosce e rivendica e ammette tutto. E sfuma il possesso, invertendo quasi i termini del rapporto.
E boh. Non so bene perché ho sentito il bisogno di interrompere il lavoro per venire qui a sproloquiare a vuoto, ma mi sto scontrando con la difficoltà di rendere un’espressività scarna e densissima insieme, che è poi la stessa ragione per cui amo tantissimo la poesia contemporanea e ogni volta che mi permetto di sognare di tradurla il sogno si trasforma bruscamente in incubo. E ogni tanto sento il bisogno di soffermarmi su questi pensieri. Anche solo per diminuire un po’ il senso di colpa all’idea di non essere in grado di trovare una soluzione perfetta per ciascuna di queste trappole bellissime che costellano questa storia.
(Che, nel caso non si fosse ancora capito, secondo me è davvero, davvero bellissima.)