Cigni di carta

Aprendo quella che potrebbe essere la mia prossima lettura – Distancia de rescate di Samanta Schweblin, comprato appena uscito sull’onda dell’amore ma non ancora letto malgrado nel frattempo sia stato tradotto in inglese e persino candidato al Man Booker Prize – ho ritrovato il cigno origami che uno dei ragazzini mi aveva inspiegabilmente lasciato sulla cattedra alla fine di una delle prime lezioni. L’effetto è stato più o meno lo stesso di allora: un wtf intenerito e molto confuso.

A volte mi chiedo se tornerò mai a insegnare; quando non ci sono possibilità all’orizzonte, mi illudo che il passaggio del tempo renda meno spaventosa la prospettiva. Poi capita qualcosa – tipo l’ennesima convocazione per graduatorie di terza fascia con il tuo nome al primo posto in un periodo in cui non sei proprio strapienissima di lavoro – e nonostante il mio animo da formica sogni la temporanea stabilità che offrirebbe, il solo pensiero di accettare mi strema. Continue reading “Cigni di carta”

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Disordini affettivi stagionali

È tutto il giorno che sento un blocco di ansia in mezzo allo sterno, senza riuscire a capire se abbia cause oggettive – troppo lavoro, poca scrittura, mal di gola che si trascina da una settimana in tutte le forme possibili, novità che tardano ad arrivare, altre che arrivano e ti schiaffeggiano in faccia, dubbi esistenziali di varia natura, inconcludenza – o se sia semplicemente qualche forma di disordine affettivo stagionale: ogni anno mi capita, in questo periodo. (L’unica cosa buona, al riguardo, è che Sam Sax ne ha scritto in modo agghiacciante e divino e, ogni volta che ci penso, il nodo alla gola un po’ cambia e diventa più commosso.)

Nell’ultimo mese e mezzo ho – di nuovo – lasciato indietro un po’ tutto: smesso di vedere gente, rimandato i post da scrivere, riorganizzato i libri in lettura in un ordine che assecondi meglio le esigenze di questi giorni, fantasticato su mille trame diverse e riaperto non so quanti manuali di scrittura, come sempre quando non ho tempo di lavorare a una storia in prima persona. Ho consegnato una traduzione meno di un mese fa, un’altra la settimana scorsa, e adesso ne sto portando avanti due in contemporanea – anche se mi ero ripromessa di non farlo più, perché a volte la testa sembra davvero esplodere con tutte le storie mie e non mie che vi galleggiano dentro a sprazzi di parole – e non so. Ci sono momenti di sconforto un po’ stanco. Altri in cui mi chiedo quanto la sindrome dell’impostore abbia influito su tutto il mio percorso, dalle conoscenze lasciate cadere nel vuoto a quelle evitate per senso di inadeguatezza, dai tentativi mai fatti di propormi a qualcuno o per qualcosa alla determinazione con cui scelgo ogni volta le strade secondarie. Tutto intrecciato, sempre, in un groviglio inscindibile che è parte di me e a cui sono troppo affezionata, anche, per tentare di scioglierlo. Che poi è il principale problema, immagino. Continue reading “Disordini affettivi stagionali”

Autoscritture

È da qualche giorno che mi chiedo cosa scrivere per chiudere questo anno così strano, che per certi versi sembra già finito da un secolo e per altri neanche a metà, appena cominciato. La realtà è che non sono in grado di fare bilanci, perché sono successe troppe cose contrastanti e il mio vissuto, in particolare, è stata un’altalena continua di alti e bassi, sprazzi di ottimismo seguiti da fasi più lunghe di assestamento, di demoralizzazione. Tensioni sotterranee.

Per certi versi credo di essere più serena del solito, in questi giorni, ma il resto – nelle sue grandezze e piccolezze – aleggia come un’ombra, si trascina su tutto. Non ho voglia di dargli un nome, è già troppo pervasivo.

O forse è solo la mancanza di una vacanza vera e propria, di uno stacco netto.

(Ho qualche sogno che accarezzo, per il prossimo anno. Persone che mi piacerebbe abbracciare, luoghi che vorrei rivedere. Decisioni da prendere. Non so se riuscirò a fare tutto, o anche solo una parte, ma il fatto stesso di pensarlo è già un passo avanti, presumo. Rispetto al solito.)

Avrei voluto produrre almeno una classifica di lettura, dato che la mia vita sta ruotando sempre più intorno ai libri, ma… continuo a scontrarmi con l’idea che non avrebbe senso. Se guardo su GR il riassunto delle letture di quest’anno, le prime mi sembrano così lontane che non posso quasi credere appartengano davvero al 2018, e ci sono cose troppo varie, troppi pochi punti fermi capaci di dare un senso all’operazione. Ho letto pochissime nuove uscite, e di quelle poche alcune non sono ancora tradotte. (Così, sparse: La festa nera di Violetta Bellocchio, di cui qui ho scritto qualche appunto fulmineo; La dimensione oscura di Nona Fernández; L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, di cui ormai ho parlato dovunque, e The Witch Tree di Tana French, che si conferma sempre di più l’autrice a cui vorrei davvero, davvero tanto somigliare).

Ma la verità è che più ci penso, più mi rendo conto che in termini di libri per me quest’anno è definito da Alexander Chee, e visto che ancora non ne ho parlato davvero ho deciso di farlo adesso, anche se non è ancora stato tradotto e parlare di cose pubblicate solo in inglese mi sembra sempre un esercizio di inutilità totale.

Ma lui lo merita. E meriteremmo di poterlo leggere tutti, in realtà.

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25 dicembre

– Secondo te, non avrei potuto capire quella lettera di Emily L.?
– Un altro amore, diverso da quello che vivevo per te, non avresti sopportato di capirlo.
– E a te, mancava quella contraddizione, di essere in un amore che ti appagava e invocarne un altro.
– Non esattamente… né di invocarne, né di sperarne. Solo di scriverne.

Pomeriggio, seduta nel fascio di luce che il sole riversa in cucina. Il vetro caldo della porta contro la schiena, nonostante sia inverno; le spalle un po’ doloranti per il fantasma di uno sforzo. La traiettoria bassa della luce, quasi irriconoscibile rispetto all’estate; l’arco che il sole traccia sulle pareti opposte. In soggiorno il lucernario lo proietta proprio in corrispondenza del computer, lavorare alla scrivania il primo pomeriggio è quasi impossibile. Oggi sono rimasta lontana più a lungo. Non ho proprio lavorato. Né tradotto né scritto.
Soltanto letto. Continue reading “25 dicembre”

Ottobre

È davvero… allarmante, la facilità con cui l’ansia distorce le cose. Oggi pomeriggio ho ricevuto un’e-mail lavorativa un po’ imprevista che ha magicamente cancellato almeno metà delle preoccupazioni relative a quest’ambito che mi hanno tormentato nell’ultimo mese – segno che, come sospettavo dall’inizio, erano paranoie che mi sarei potuta benissimo evitare – e il risultato è che la nebbia che ha aleggiato sul mio cervello per tutto ottobre si è alzata e di colpo io sono riuscita a vedere tutto con un po’ più di prospettiva. E mi sono accorta che, se soggettivamente ottobre è stato un po’ uno schifo, oggettivamente ha contenuto anche cose molto belle.

Quindi. Giusto perché ho passato l’ultima mezz’ora ad appuntarle mentalmente mentre mi lavavo e asciugavo i capelli e sono inspiegabilmente commossa dalla vita, un elenco random in dodici punti. Per ricordare a me stessa che in mezzo alla nebbia non si vede niente davvero, ma il mondo continua a esistere lo stesso. E magari anche per aggiornare chi passa di qui e insomma: negli ultimi tempi mi ha visto ancora meno del solito.  Continue reading “Ottobre”

Strange days*

Sono giorni strani. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare davvero un modo più preciso per definirli: sarà l’autunno che avanza, sarà l’estate non davvero vissuta, o l’inspiegabile – perché tutta mentale – nebbia che sento aleggiare sui prossimi mesi della mia vita, ma è tutta la settimana che riverso paranoie confuse nell’inbox di Sabrina, cercando di dipanare non capisco neanche bene quale matassa.

In parte credo c’entri il fatto che dovrei avere un grosso annuncio da fare, a breve, ma mi sono imposta di non parlarne pubblicamente finché non avrò la certezza pressoché matematica che non si riveli una bolla di sapone, e quindi la settimana si è trascinata nell’attesa di questa conferma non ancora pervenuta, e boh. Mi sento sospesa a metà, tra la felicità e l’ansia. Che, trattandosi di me, significa più che altro che sto appesa all’ansia chiedendomi perché non riesco a essere felice e basta. *rolls* Continue reading “Strange days*”

Dove finisce la pioggia

Ho passato cinque minuti a scrivere e cancellare l’inizio di questo post sconclusionato per scoprire che, in realtà, stavo solo inseguendo Murakami: «Chi può dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia?» scriveva, ne La ragazza dello Sputnik (che ovviamente ho letto da troppo tempo per averne un ricordo preciso, a parte questa frase indelebile e la bellezza che, con lui, è un po’ inevitabile). Ma è tutto il giorno che mi dibatto negli strascichi di un umore che ci si raccorda parecchio: perché il cielo è grigio e – per qualche strana ragione – non me l’aspettavo, perché ogni volta che riprende a piovere le gocce tamburellano sul lucernario esattamente sopra la mia testa e la luce scende, troppo fioca. E non riesco a capire se è quello, il problema, o il cavolo di romanzo stupidissimo che sto finendo di tradurre (seconda stesura, che è sempre la peggiore), o la nostalgia di Sabrina, costante (e che in giornate come queste punge particolarmente), o il fatto che sento di dover fare qualcosa, in mille direzioni diverse, ma non la so impostare. Da dove partire.

Credo che in parte il problema sia che è troppo tempo che scrivo da sola. Ho praticamente finito la prima stesura degli Aironi, ed è in assoluto la cosa più lunga che abbia mai scritto senza dividerla con Sabrina; mi mancano un paio di capitoli finali, in teoria, ma ho sospeso tutto perché mi sono accorta che stavo sostanzialmente buttando giù frasi un po’ a caso per il puro intento di raggiungere le 80k parole. Dato che mi conosco, e so che in quei casi metà delle volte esce fuori qualcosa di terribilmente anemico – per i miei standard, almeno – mentre nel finale dovrei tirare le fila di tutto, ho pensato fosse più produttivo cominciare a rileggere quello che avevo già scritto e vedere quando lavoro ci sarà da fare in fase di revisione e… Miracolosamente, direi non troppo. Ci sono parti da riscrivere, certo, e un sacco di introduzioni da tagliare e/o trasformare in qualcosa di più intenso, ma ci sono anche passaggi che a rileggerli ho adorato e anche se Nico e Blue sono parecchio, parecchio diversi dai personaggi che avevo creato a diciott’anni nel Nero – Blue soprattutto – nonostante il distacco dei primi mesi di lavoro in realtà adesso voglio bene a entrambi. Tanto. E sento un po’ di incanto anche io, per loro; per una storia che ha molta più luce di quanto mi aspettassi. Quindi insomma. Su quel versante, il bilancio è positivo. Continue reading “Dove finisce la pioggia”

SalTo 2018 – O quando ripeti da mesi che devi smaltire i libri già acquistati e torni a casa comunque con altri sei titoli

Salto2018(Copincollato da Facebook perché mi sono accorta a metà post che avevo bisogno di mostrare anche un paio di copertine. *rolls*)

Stavo fotografando gli acquisti di ieri per Stefania, ma mi sento logorroica e ho deciso di ottimizzare con un mini-post di segnalazioni. <3 Anche se ammetto che sono letture un tantino monotematiche. *rolls* Perché le mie fisse sono quelle.

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Il senso dei lillà

Il lillà sta fiorendo e ogni anno mi commuove; oggi l’ho fatto vedere a Maya che come sempre ha cercato di mangiarsi il grappolo – è la cosa più tenera del mondo, quella bambina, ogni volta che vede qualcosa che la emoziona apre la bocca come se sentisse un bisogno profondo di inglobarla – e intanto osservavo il viola pallido di quei fiorellini minuscoli, le mille sfumature come di cera dei petali. Quattro giorni d’estate – anche se fuori stagione – e tutto sta sboccando, finalmente, io stessa per prima.

Ogni volta con il freddo mi convinco che non è possibile, e ogni volta che arriva il caldo mi rendo conto, sempre, che non sono fatta fisicamente per le temperature basse, i nervi si tendono, la visione appassisce. Datemi cielo azzurro e sole intenso e fiori, ovunque, e ogni singola preoccupazione perde almeno l’ombra, diventa qualcosa di bidimensionale, una scritta su carta.

Il problema agli occhi? Archiviato. La stanchezza perenne? Mai esistita. L’apatia? Ho scritto qualcosa come diecimila parole solo questa settimana. E d’accordo, lunedì ho consegnato l’ultimo residuo delle infinite traduzioni invernali, entrando ufficialmente nella stagione degli incarichi primaverili (che, spero, saranno un po’ più bilanciati), ma non è solo quello, affatto. Soltanto la settimana scorsa bastava il pensiero a farmi sentire sulle spalle un macigno.

Oggi cammino per casa con i pantaloni di cotone colorato e la t-shirt più vecchia e morbida e lisa e amata che sia riuscita a pescare dall’armadio – venti taglie più grandi, maniche che scendono fin sotto al gomito – e mi sento scivolare nell’aria.

In qualche modo, appena arrivano queste temperature, mi trovo sempre a fare post del genere. Quest’anno è successo solo con un po’ di anticipo.

Se non mi concentro sui possibili significati geoclimatici di questo clima inaspettato, potrei anche considerarlo un regalo. Essere felice e nient’altro.

E domani con Robi andremo a vedere l’orto, e ne ho voglia davvero, cosa che solo un anno fa non avrei creduto; Sabrina sta leggendo gli Aironi scena dopo scena e miracolosamente non me ne ha ancora bocciata nessuna; io ho finalmente trovato, forse, la chiave per entrare in sintonia con Blue e Nico. Ho tutto il tempo della revisione, davanti, per raddrizzare ciò che finora ho seminato per sbaglio. E mi piace che la mia mente stia ragionando sempre più in termini di semi, e boccioli, e germogli; mi piace che Bellezza Selvaggia uscirà a maggio e io mi commuoverò come se fosse quasi un romanzo mio; mi piace che l’orchidea stia iniziando a far spuntare radici minuscole sotto le foglioline che ha fatto crescere l’autunno scorso. Che l’edera abbia retto all’inverno, e sia folta e robusta e abbia deciso di non abbandonarmi di nuovo. Che i limoni in cortile stiano già spandendo quel profumo dolcissimo. Che domenica vedrò Camilla, ed è primavera. Torino è piena d’alberi, stanno mettendo tutti foglie e fiori.

Io sto per compiere trent’anni, e la mia vita è diversissima da quella che credevo/temevo/immaginavo solo un paio d’anni fa, e sono felice così. Sto anche imparando, piano piano, a non aggiungere di continuo la precisazione “per il momento”. O a convincermi almeno che, se quello che faccio e vivo smetterà di soddisfarmi, troverò il modo di cambiare a quel punto. Senza dovermi costringere adesso in abiti che non ho voglia di indossare, soltanto perché “sarebbe giusto”. O perché temo che se non imparo per tempo, non saprò mai farlo.

Meglio vivere il presente.

Soprattutto quando il presente è, come adesso, questa dolcissima illusione d’estate.

 

Due aprile

Motivi di gratitudine #1:

  • Il sorriso di Maya ogni singola volta che scendo da mia sorella dopo essere stata via qualche ora
  • La voce di Tommy Pico nel podcast di Food4Thots
  • L’adorabile racconto di Mackenzie Lee nell’antologia All Out
  • Mirò acciambellato sul petto mentre riposo gli occhi sdraiata sul divano
  • Lo stendersi uniforme del lilla sullo scaffale che metterò in cucina
  • La serenità impagabile di certe conversazioni in cui sembra di tornare a casa