Novembre

È sempre un po’ surreale quando succede qualcosa di brutto e la tua reazione più profonda, e durevole, è una sorta di sollievo. Non credo capiti con le cose brutte sul serio, ovvio – le disgrazie che ti schiacciano del tutto, ti strappano un amore, un affetto, un bisogno primario – ma quando si tratta di colpi di vento imprevisti che spazzano via la mappa che stringevi tra le dita cercando disperatamente di orientarti… forse non è poi così strano. A me, almeno, è già accaduto spesso, e se le prime volte credevo fosse una delle tante strategie del mio cervello per non farmi riconoscere la sconfitta – una sorta di uva acerba metaforica, insomma – più passa il tempo più penso che forse è soltanto che qualcosa dentro di te si riallinea. Che in realtà ti eri già accorta prima che la mappa che artigliavi era scritta in un alfabeto incomprensibile, o si riferiva a una strada diversa da quella che cercavi di percorrere, e forse averla persa non è poi così male. Puoi smettere di pensare solo a quello e respirare di nuovo. Tracciarti un percorso da sola, o boh. Procurarti una cartina decente. Chiedere consiglio.

Qualche giorno fa ho scoperto una cosa piuttosto brutta – in un modo decisamente sgradevole, che in realtà credo sia stato l’aspetto peggiore – e la prima reazione è stata quella più ovvia e automatica: amarezza, delusione, sconcerto. Rabbia, soprattutto, per boh. La mancanza di rispetto e serietà, credo. Non sono il tipo di persona che reagisce bene quando si sente presa in giro e in qualche modo tendo a ricondurre anche questo all’umiliazione, che nel mio ecosistema emotivo è davvero, davvero, davvero letale. Ho scritto a un paio di persone per informarle dell’accaduto, raccolto le loro reazioni costernate, mi sono fatta consolare un poco. Ho provato a immaginare qualche alternativa, pensato che insomma. Magari era la volta buona che mollavo tutto sul serio. E poi, piano piano, come una marea che sale lentamente, e ti avvolge: il sollievo. Quando Sabrina mi ha scritto per sapere cosa stava succedendo cominciavo già a galleggiare nello strano stato di libertà che provoca scoprire che qualcosa che sentivi bloccato si sta rompendo del tutto, e non devi più tormentarti con l’idea che forse è tutta una tua invenzione, che forse certe impressioni sono solo paranoie, paure, e meglio stringere i denti, aspettare. Tutto è in superficie e puoi squadrarlo per bene, riconoscerlo, valutare. Non per forza decidere – passerà ancora un po’ prima che debba fare qualcosa, credo, dato che evito il conflitto ancora più dell’umiliazione e davvero, al momento non ho voglia di preoccuparmene – ma quantomeno cominciare a scrutare l’orizzonte in cerca delle alternative che prima, quando ti ostinavi a studiare la mappa sbagliata, neanche pensavi di cercare.

Paradossalmente, è una bella sensazione.

Mi è quasi tornata la voglia di fare.

A volte boh. È proprio la vita a decidere. Continue reading “Novembre”

(Im)perfezioni illusorie

In questi giorni mi trovo nella situazione bizzarra di aspettare l’esito del test di ingresso a un corso che non sono del tutto sicura di voler fare – per il costo non indifferente, soprattutto – ma il cui superamento (o meno) potrebbe influire parecchio sulla mia prospettiva mentale. Se non lo supero, immagino, sarà una delusione cocente, ma potrebbe aiutarmi a mettere il cuore in pace: della serie, era destino che la mia vita non andasse in quella direzione. Sarebbe quasi liberatorio, in un certo senso, non fosse che ho il dubbio che questa fatalità sia più che altro lo stratagemma scelto dal mio cervello per prepararmi all’eventuale sconfitta.

(Ho sempre avuto modi strani di ammortizzare queste cose, mi concentro il più possibile sul mettere in salvo dalla vergogna il lato che ritengo più importante – l’argomento, per dire, o in generale l’amore – e mi accorgo magari dopo anni di aver trascurato un altro risvolto fondamentale: è come camminare tranquilli su una piattaforma che di colpo cede, e scopri che marciva da anni, e se va bene ti storci solo la caviglia, se va male precipiti e chissà che trovi sotto. Potrebbe esserci una fossa di serpenti, oppure soltanto acqua. A volte, è sufficiente la caduta stessa.)

È anche per questo, credo, che mi sono ritrovata a pensare più spesso del solito a quel che sto facendo, e a quel che vorrei fare; a quale sia l’equilibrio vero tra le spinte opposte che mi sento dentro e che negli ultimi mesi mi hanno scombussolato tanto. Ho l’impressione che siano tutte cose in qualche modo collegate, perché si tratta di me, certo, ma anche perché le radici, per quanto labirintiche e insondabili, sembrano affondare in un terreno comune: il rapporto con gli altri, e il modo in cui l’immagine mentale di me stessa viene formata/distorta/messa in discussione da tutti quegli specchi. E non so. È narcisismo, in parte, e continuo a pensare al post di aminuscolo sul rapporto che instaura con la depressione: sto cercando di affrontarlo da punti di vista diversi. Ma la cosa più strana, in tutto questo, è accorgermi di come il campo in cui ho scelto di lavorare esasperi e al tempo stesso attenui, per me, buona parte di questa confusione, perché… In qualche modo, il fatto che sia diventata la mia quotidianità sembra un’assurdità totale. Continue reading “(Im)perfezioni illusorie”

«The light of autumn»

Sarà il tempo – piove, poco freddo ma la mente non ci crede – ma è da stamattina alle otto e mezza, quando si è presentato miagolando dietro la porta, che Mirò non mi si schioda di dosso, sempre in braccio, caldo e fuseggiante, se non quasi molesto, o acciambellato sulla mia felpa vicino alla stufa, un occhio socchiuso a non perdermi di vista. È buffo perché fa tutto da solo, va e viene e sparisce a piacimento, ma quando passa qualche giorno senza entrare in casa mi tratta come se fossi stata io, ad andarmene per chissà quanto. Ansia d’abbandono del tutto gratuito. Sempre più sottile. Quasi umano.

(A volte lo guardo e penso ai gatti delle streghe. Nero lucido e musi affilati, occhi giallo-verdi e canini lunghissimi. Così intelligenti e leali, a loro modo. Diabolici, se scegli di dare al termine tutt’altro significato.)

Sono giorni un po’ ripiegati su se stessi. La presentazione di sabato scorso è stata una bella esperienza – ne ho parlato altrove, mi sembra già anche troppo, quindi eviterei di tornarci – ma mi ha lasciato addosso uno strascico strano, voglia di fare, in parte, ma soprattutto di tornare indietro. Un po’ me l’aspettavo. Un po’ non voglio permetterlo del tutto. E quindi sono tornata alle sintesi, alle sinossi, a tutte le storie lasciate in sospeso negli anni: lunedì ho avuto un’illuminazione per Keith, mercoledì ero quasi sicura di riprendere in mano Jude e Raven ragazzini, giovedì è arrivata una notizia potenzialmente molto positiva e adesso ho in testa Mark, di nuovo, vivo e smarrito. Ho Helene che gli parla, tutti gli altri che cercano di superarlo, e non so come fare a scrivere la sua storia perché di tutte quelle che ho in mente è senz’altro la meno ordinata. Trame convergenti o parallele, incroci, qualcosa che avrebbe bisogno di spazio e respiro. Io invece riesco a pensare solo in termini di strutture, al momento, gabbie che sostengono la trama e la incanalano, misure fisse. E non è neppure così, che funziona, non credo, dovresti lasciarti il tempo di esplorare. Non so perché continuo a pensare che il tempo scarseggi, invece; forse mi ha contagiato Sabrina. O forse dovrei evitare di dare colpe ad altri, perché in fondo a complicarmi la vita sono sempre stata molto brava da sola. Continue reading “«The light of autumn»”

Il senso del raccogliere

Ieri sono andata nell’orto, dopo una decina di giorni che non ci tornavo. Mentre stavo china a raccogliere i fagiolini – per qualche ragione è una delle cose che preferisco, scostare le foglie in cerca dei baccelli, verde su verde in tonalità diverse, superfici lisce – pensavo alla gratitudine di quel momento: l’idea stessa di raccolto. Lavoro duro per mesi, sole estate e caldo, e poi, quando la stagione si ripiega su se stessa e la terra diventa più stanca, ritrovarti in mano i frutti. Le foglie enormi dei cavoli, le rape bianche e viola come poggiate sulla terra, le carote che aspettano, tranquille, con il loro ciuffo ormai un po’ ingiallito. I porri vecchi già grandi, quelli più nuovi ancora quasi solo dei fili. Le zucche ammucchiate in un angolo, scorze dure e bitorzolute o lisce e sfumate: ogni sfumatura dal verde all’arancione. E intorno la campagna ancora piena d’erba e di foglie, il cielo azzurro luminoso, solcato da scie bianche che sembrano splendere in trasparenza. Una rete serena, dolcissima.

Mi manca qualcosa del genere, credo. Il senso del raccogliere. La consapevolezza che, cataclismi a parte, vale la pena spaccarsi la schiena e sudare, affondare le mani e la vanga nella terra, prendersi il tempo e la cura di mettere a dimora ogni singola piantina, perché a parte la soddisfazione del gesto – a parte il valore terapeutico, e la stanchezza bellissima, e la comunione – sai che qualcosa ne uscirà e sarà bello, e si spera buono, o quantomeno nutritivo. Che quanto è cresciuto sotto le attenzioni tue e del mondo andrà in bocca a qualcuno, verrà gustato e inghiottito e assimilato, si trasformerà in forza ed energia e non resterà chiuso in se stesso. O forse mi manca solo il senso di comunità che aleggia, quasi metaforico, dietro qualunque azione troppo grande per essere a tuo uso esclusivo. Difficile capirlo. Continue reading “Il senso del raccogliere”

Di simboli e diavoli

A volte le suggestioni ricordano dei semi: si piantano nella mente, significato in potenza, e poi germogliano chissà come e chissà quando, in chissà che direzione. Ieri mattina ho assistito a una conferenza su Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, interessantissima, organizzata nell’ambito di Torino Spiritualità, ma tra tutte le analisi delle tavole e le parole legate alle implicazioni psicologiche e psicoanalitiche della storia, quella che più mi ha colpito è stata un’osservazione a latere, fatta quasi di sfuggita, sull’etimologia del termine “simbolo”. E “diavolo”. Che – e per qualche ragione il pensiero mi ha fulminato del tutto – sarebbero etimologicamente contrappopposti: “simbolo” deriva da sim-ballo, cioè “riunire”, “mettere insieme”, mentre “diavolo” da dia-ballo, cioè “mettere in mezzo”, “separare”. E non so.

Lo psichiatra che ne parlava ha proseguito riconducendo il concetto al proprio lavoro – se si intende il diavolo come scissione, lo schizofrenico ne è letteralmente abitato – e il pensiero mi ha inorridito e affascinato al contempo. Un po’ come ogni volta che penso al diavolo, in fondo, alle diverse cose che può simboleggiare, e non è un paradosso anche questo? O forse solo poesia. Il simbolo come fondamento della nostra vita mentale – e di tutte le sue rappresentazioni – e il diavolo, la sua negazione e il suo più ambiguo compimento. L’assenza di verità e senso, la loro separazione, il male che sta dentro e fuori di noi ma anche la sua mancanza di significato. Il terrore che provi quando cerchi di immaginarlo. E le deviazioni ribelli, che lo rivendicano come produttore di un senso diverso. Il coesistere di verità opposte nello stesso pensiero. Poesia, appunto.

È da ieri che ci penso, e ancora non sono riuscita a capire il motivo di questa illuminazione. Perché, a quel pensiero, il mio cervello si sia acceso e abbia continuato a elaborare quel concetto per tutto il tempo, come un programma in background, mentre parlavo e pensavo e riflettevo su altro. (Senza giungere ad alcuna conclusione, ovvio, a parte il rimpianto di non aver studiato greco e la consapevolezza che dovrei davvero trovare la voglia e il tempo di mettermi ad approfondire l’ambito dell’etimologia in generale. Spero nel seme, però. Il suo crescere silenzioso, discreto, nel buio della terra: mi ricorderò di dargli acqua? O dovrà arrangiarsi con quel poco che trova?) Continue reading “Di simboli e diavoli”

22 settembre

È sempre strana la dimensione interiore del tempo: il modo in cui certi periodi sembrano infiniti e non ti lasciano spazio, il calendario pare scritto in un alfabeto diverso e tu cambi con esso, giorno dopo giorno, senza riuscire a capacitarti di essere già arrivata a un momento che sembrava lontanissimo e al tempo stesso sentendo che ciascuno degli istanti vissuti ti ha impresso addosso qualcosa, a fondo.

Questa settimana è stata stranissima, altalenante e coerente insieme: come se, mentre la vita scorre, fossi riuscita finalmente ad afferrare uno dei bandoli della matassa che mi ingarbuglia e lo stessi piano piano tirando, risalendo verso l’origine. Ho appena iniziato, forse è solo un’illusione. Forse lascerò la presa domani, stasera stessa, forse non ritroverò più quel bandolo e dovrò annaspare in cerca di qualche altro filo. Per adesso è qui, però, né molle né teso. Posato nel palmo. Come se bastasse chiudere le dita per sentirlo. Meglio di niente, credo.

(Prima o poi la finirò con questi riferimenti ambigui, giuro. Adesso non ci riesco. È una dimensione strana anche questa, in realtà, quella di un blog che non vuole essere un diario intimo, perché non sono il tipo che riesce a darsi in pasto al pubblico senza prima cambiare nome e possibilmente anche volto, ma al tempo stesso torna e ritorna sempre sullo stesso io. Un bisogno di privacy e intimità e segretezza che fa a pugni con la necessità di trascrivere tutto in una narrazione approssimata, perché alla fine sono ancora la ragazzina che la mia vita si fa nel narrarla, anche quando non succede nulla. O nulla di concreto ed esterno, almeno, solo un’altalena interiore che non riesco a fissare. Sto puntando un po’ tutto sull’abitudine.) Continue reading “22 settembre”

Dimensioni oscure

L’ossessione per il Cile e l’orrore del suo passato recente risale ai miei dodici anni, credo: prima del 2001, perché l’11 settembre nella mia testa è sempre quello del ’73, fuori tempo e fuori fuoco rispetto alla portata devastante della data, alle conseguenze a lungo raggio che avrebbe avuto e scontiamo tuttora. Ogni anno ci penso, in qualche modo: è uno dei pochi appuntamenti fissi con il calendario, privato e un po’ schizofrenico. Forse è per non perdere del tutto il contatto con la ragazzina che ricopiava citazioni di Isabel Allende su qualunque foglio le capitasse a tiro, che inseguiva gli strazi di un continente tra saggi e versi di poesie. (Perché nosotros, los de entonces, ya no somos lo mismo, e questo vale per tutto e tutti, sempre, con mille sfumature e declinazioni diverse.) Forse è perché l’ombra lunga di quella storia un po’ torna sempre, nascosta e in sordina, in spazi e tempi insospettabili, e mi fa paura il modo in cui la memoria si cancella e si sbriciola. In cui dietro a ogni storia si aprono squarci che la trasformano in facciata, ma la voglia di guardarvi dentro è inversamente proporzionale alla loro vicinanza emotiva.

Come puoi scrivere – scrivere davvero, intendo, scrivere nel profondo – senza interrogare le cicatrici della tua epoca, della tua terra, senza entrarci in contrasto e plasmarla, ritrovarla tua? A volte me lo chiedo. Spesso, in realtà; ogni volta che cedo e imbastisco una trama che sta invece tutta nella mia testa, che gioca con i miei fantasmi ma lascia in pace quelli che si aggirano per strada. Non saprei come cominciare, a fare in modo diverso. Dove guardare, come. Quasi fossero tutte storie non mie. (È un atto di violenza anche questo, per quanto morbido e apparentemente sereno? La depurazione delle asperità, la riduzione delle conflittualità a un passato omogeneo su cui passare le dita. Ed è una violenza che subisco dal tempo o che faccio a me stessa? So di esserne complice, ma in quale misura?) Continue reading “Dimensioni oscure”

Spazi transizionali

Oggi il cielo era strano, in terrazza: la metà destra bianca, lattiginosa, coperta da quelle nuvole spesse che sembrano pesarti addosso e rallentare il cervello; al centro, una grossa nuvola grigia si sfilacciava in un azzurro perfettamente settembrino. E intanto da sinistra – nascosto dal tetto – il sole picchiava come se fosse ancora estate (dimentico sempre che per il calendario di fatto ancora lo è), forte, acceso e bruciante. Avevo voglia di rientrare, restavo lì perché l’autunno e il grigio sono alle porte e devo godermi la luce ma intanto pensavo che sembrava la metafora di qualcosa – che in fondo vuol dire che sembrava la metafora della mia vita – e poi inciampavo su quel pensiero stesso perché non so neanche più che senso abbia.

Ho passato gli ultimi giorni a piangere per nulla: un gesto di Maya, uno sguardo di mia madre che non riuscivo a sostenere, un pensiero invasivo a cui non credevo del tutto ma mi parlava lo stesso. Di nascosto, ovviamente, perché se qualcuno se ne fosse accorto avrei dovuto inventarmi una balla o ammettere verità troppo imbarazzanti per essere dette ad alta voce. Tipo che in fondo l’unica cosa che vuoi davvero è sentirti dire che sei brava, e che ancora più in fondo potrebbero ripetertelo in mille e tu ancora staresti a dar retta alla sola voce fuori dal coro perché è ovvio che è lei, l’unica ad aver visto giusto. Chiedi sincerità ma poi non sai accettarla, e ogni critica diventa amplificata, e a volte pensi che la soluzione vera sarebbe non lavorare sul costruirti un’autostima più fondata, ma raderla al suolo del tutto: così basta aspettative e basta delusioni, basta senso di colpa per la persona che avresti potuto essere se avessi fatto altre scelte, rischiato di più o forse solo meglio, messo impegno nel fare invece di sfinirti di paranoie. Solo accettazione, dei tuoi limiti e del tuo essere. È così riposante. Continue reading “Spazi transizionali”

Vite tranquille

È stata un’estate strana.

Credo che l’ultimo mio post risalga a maggio: non ho voglia di controllare – l’imbarazzo è troppo, soprattutto dato che sono reduce dall’ennesimo approccio al tema “come tenere un blog” che parte dall’idea “la costanza è tutto” – ma immagino fosse espressione di un periodo sfibrato e stanco, alleviato dalla certezza che si andasse verso il bel tempo. Il che significava: sole, luce intensa, aria calda sulla pelle e corpo sciolto. Adesso settembre è alle porte, e l’intero agosto è stato in realtà un estenuante assaggio di autunno: il mio orologio biologico è sfasato da due settimane – ovvero, quando sarei andata tecnicamente in vacanza – oggi pioveva e sono stata sempre in casa, alternando letture e cazzeggio all’ultima revisione di una traduzione in consegna a fine mese, ma sento già sotto pelle la strana smania di fare che mi prende di solito in questo periodo. Non avere incarichi fissati per il prossimo futuro – cosa che mi ero imposta, per evitare di passare agosto a lavorare a pieno ritmo come l’anno scorso – mi spiazza. E sto cercando di concentrarmi sul mantenere le buone abitudini impostate nell’ultimo periodo: stare poco sui social, dove tanto lurko e basta; spegnere il portatile a fine giornata, prima di cena, per evitare la tentazione di restare davanti allo schermo fino all’una; investire il tempo libero in roba produttiva, tipo leggere o cucinare o stare con Maya. Non angosciarmi troppo se passo una settimana senza scrivere una riga. Continue reading “Vite tranquille”

Cigni di carta

Aprendo quella che potrebbe essere la mia prossima lettura – Distancia de rescate di Samanta Schweblin, comprato appena uscito sull’onda dell’amore ma non ancora letto malgrado nel frattempo sia stato tradotto in inglese e persino candidato al Man Booker Prize – ho ritrovato il cigno origami che uno dei ragazzini mi aveva inspiegabilmente lasciato sulla cattedra alla fine di una delle prime lezioni. L’effetto è stato più o meno lo stesso di allora: un wtf intenerito e molto confuso.

A volte mi chiedo se tornerò mai a insegnare; quando non ci sono possibilità all’orizzonte, mi illudo che il passaggio del tempo renda meno spaventosa la prospettiva. Poi capita qualcosa – tipo l’ennesima convocazione per graduatorie di terza fascia con il tuo nome al primo posto in un periodo in cui non sei proprio strapienissima di lavoro – e nonostante il mio animo da formica sogni la temporanea stabilità che offrirebbe, il solo pensiero di accettare mi strema. Continue reading “Cigni di carta”