Di bilanci&ricordi

È una decina di giorni che cerco di scrivere qualcosa su questa fine, senza mai trovare il giusto attacco o la giusta voce: avrei voluto parlare dei libri che ho letto, di quelli che ho amato; delle cose che ho scritto e che ho in mente di scrivere; di ciò che ho tradotto, vissuto. Fare qualche bilancio. Ma mi sembra che esca tutto vuoto, noioso, troppo discorsivo, quindi… Ho deciso di darmi ai ricordi, dieci istantanee che fissino quest’anno. Per sommi capi, almeno. E in ordine sparsissimo.

(E mi rendo conto che è un post molto intimo, e sibillino, e avrei voluto poter fare gli auguri in modo più aperto e proiettato all’esterno, invece di chiudermi a sfogliare ricordi che hanno senso per pochi. Ma non sono sempre brava con gli abbracci, e l’introspezione è un’abitudine difficile da curare; il narcisismo ancora peggio. Questa è stata una settimana strana, raccolta e nervosa, e forse avevo bisogno di questo, più che tutto. Fissare. Dare un limite. Ma voglio bene a tutti, e vi abbraccio. E anche se non so bene come dirlo in modo che abbia peso sul serio, spero davvero che il prossimo anno sia bellissimo. E che porti a tutti l’avverarsi – o la nascita, che a volte è altrettanto importante – di qualche sogno.)

Più sotto, quindi – come dovere di cronaca alla me del futuro^^ – dieci istantanee di questo 2017.

Continue reading “Di bilanci&ricordi”

Advertisements

Nuovo

È strano, il modo in cui certe canzoni si intrecciano alla tua storia e alla tua vita – la prima volta che ho sentito “Nuovo” l’ultimo album di Gianmaria Testa era appena uscito, io vivevo a Siviglia e camminavo per quelle strade invase di luce commuovendomi di tutto: la bellezza, il fiume, calle san Jacinto. Testa era una voce familiare e al tempo stesso un augurio, il ricordo di casa e la speranza del futuro. E questa sera Ari l’ha rimessa, ed ero nel suo soggiorno col caminetto accesso, e la sua bimba appena nata addormentata accanto nel passeggino, ed è stato un brivido: ripensare a quel primo mattino, con gli auricolari nelle orecchie e la tenerezza in gola; ripensare a quell’altra passeggiata lunghissima, il dolore struggente di un bambino impossibile che sentivo di amare comunque con tutta me stessa. E adesso, sei anni dopo, Maya. 
Continue reading “Nuovo”

Di definizioni&consegne

Non so se è solo una conseguenza della mia totale incapacità di dire addio alle cose, ma consegnare una traduzione mi mette sempre addosso una strana nostalgia. È un misto di rimpianto per l’imperfezione inevitabile – dato che nulla è più perpetuamente perfettibile di una traduzione – e di malinconia per una storia che hai maneggiato per mesi, di solito, che hai dovuto fare tua a volte anche senza volerlo: alla fine concludi l’ultima rilettura, e se tutto va bene ti stupisci quasi di quanto scorra piacevolmente, soprattutto se la confronti al disastro della prima; sistemi la formattazione, fai qualche ultimo controllo a campione, soffochi la tentazione di cambiare per la centesima volta la stessa frase che ti rimbalzi in testa da una settimana, e carichi il file nell’e-mail.

Dovresti premere invio, dopo, ma esiti. Spesso.

(Nel momento in cui scrivo, il thriller che mi fa compagnia da circa metà ottobre sta aspettando in un’e-mail già conclusa, a cui devo soltanto aggiungere l’indirizzo; e questo bisogno di sospendere e rimandare è patologico, in fondo, lo so. Ma è difficile evitarlo.)

Continue reading “Di definizioni&consegne”

Buscando, entre dos olas…

Ero piccola, avrò avuto undici anni, forse dodici, la prima volta che – per qualche ragione che ho rimosso completamente – ho deciso – con la lucidità delle mie decisioni più stupide – che dovevo smettere di fantasticare sulle cose, o non si sarebbero mai realizzate.

Non so esattamente cosa significasse, quel pensiero; per anni ho creduto che in fondo non fosse neanche tanto assurdo. Ma qualche anno dopo, cresciuta, l’ho ritrovato espresso con bellezza lapidaria in un verso di Luis García Montero, che come spesso accade in poesia parlava in realtà di tutt’altra cosa: Porque los sueños se corrompen, he dejado los sueños. Che tradotto in prosa, a grandi linee, significa qualcosa come «dato che i sogni si corrompono, ho smesso di sognare».

È esattamente quello che ho fatto. Per anni, forse anche quelli più determinanti della mia vita. E ancora non credo di avere realizzato del tutto quanto questo mi abbia condizionata, nel tempo, perché quando certe idee si radicano nella testa estirparle diventa difficile, come se facessero il nido. Depongono le uova, e di colpo ti ritrovi infestato.

Continue reading “Buscando, entre dos olas…”

Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

Continue reading “Signore del gioco”

Fuochi

È un’angoscia sottile, l’odore di fumo nell’aria.
Quando questa mattina ho aperto la finestra mi sono detta che non potevano essere gli incendi nella Val di Susa, erano troppo distanti, probabilmente qualcuno stava solo bruciando delle foglie in un cortile. Ma sono passate le ore, l’odore non accenna a passare. E nel frattempo arrivano notizie di altri incendi, tutt’intorno: Ivrea, Castellamonte, Rivarolo. Il fumo diradato e invisibile che mi chiude un cerchio intorno alla testa da questa mattina è soltanto il fantasma di qualcosa che brucia più in alto, tra boschi e vallate.
Mi chiedo quanto debba essere forte, l’odore, là dove il fuoco si vede. Guardo il cielo, velato, ed è una minaccia discreta. Quasi in disparte.
È sempre strano, scoprirsi tanto impotenti di fronte a cose più grandi di noi. Ci penso ogni volta che si parla di un nuovo terremoto, un uragano, un’alluvione: terra e aria e acqua che si ribellano, o forse vanno semplicemente per la loro strada, e noi ci siamo in mezzo. Ma ciascun elemento si porta dietro un richiamo diverso, simbolico e astratto, e se l’acqua è ciò che rimane, ed erode, e nasconde, il fuoco ha una spietatezza feroce. E con il vento – secco, caldissimo per questi giorni di fine ottobre – diventa veloce, incontrollabile.
A parte quello in Val Susa – su cui, come ripete Wu Ming da giorni, c’è davvero un silenzio vergognoso – gli altri incendi sembrano essere limitati e stanno venendo soffocati in fretta. Ma non piove da mesi, e si sente nell’aria.
Non avrei mai pensato che, un giorno, addirittura io avrei sperato nella pioggia.

«Just need another season»

In questi giorni sto leggendo The crown ain’t worth much, di Hanif Willis-Abdurraqib, cercando di centellinarlo, in qualche modo, e continuando a meravigliarmi del talento.

Ultimamente mi sono capitati tra le mani tantissimi libri di poesia afro-americana ed è sempre un leggero disagio, in realtà, trovarsi a leggere (e amare) qualcosa che è così dichiaratamente non scritto per te. Come spiare dal buco della serratura, o apprezzare la bellezza di qualche sofferenza a te estranea. Ma sta proprio qui il talento incredibile di questi autori, credo: nel riuscire a far esplodere le parole con tanta forza – senza violare minimamente il lessico e la sintassi, ma potenziandoli soltanto – da lasciare senza fiato anche qualcuno che non ha esperienza diretta di ciò che denunciano, e senza scivolare mai nella retorica.

E poi adesso su Twitter sono incappata nella sua lettura di una delle poesie della seconda sezione, ed è un ritratto così spietato di cose così universali, in realtà, che non ho potuto fare a meno di condividerla anche qui. Perché è sempre strano, ritrovarsi così. Nelle parole di altri, per quanto lontani.

«(…) you may ask why I allow my face to
drown in less and less joy with each passing year and I will say
I just woke up one day and I was a still photo in everyone else’s
home but my own. or I will say I promise that my legs just need
another season, and then I will be who you fell in love with again.
and then I will probably just say I’m sorry that there was once a
tremendous blue sky and then a decade of hard, incessant rain

(da “When I Say That Loving Me Is Kind Of Like Being A Chicago Bulls Fan” di Hanif Willis-Abdurraqib)

La poesia completa – insieme a un’altra – si può trovare qui, sul vecchio sito di Drunk at a Midnight Choir, e merita. Qui sotto, invece, il video della sua – meravigliosa – lettura.