Dove finisce la pioggia

Ho passato cinque minuti a scrivere e cancellare l’inizio di questo post sconclusionato per scoprire che, in realtà, stavo solo inseguendo Murakami: «Chi può dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia?» scriveva, ne La ragazza dello Sputnik (che ovviamente ho letto da troppo tempo per averne un ricordo preciso, a parte questa frase indelebile e la bellezza che, con lui, è un po’ inevitabile). Ma è tutto il giorno che mi dibatto negli strascichi di un umore che ci si raccorda parecchio: perché il cielo è grigio e – per qualche strana ragione – non me l’aspettavo, perché ogni volta che riprende a piovere le gocce tamburellano sul lucernario esattamente sopra la mia testa e la luce scende, troppo fioca. E non riesco a capire se è quello, il problema, o il cavolo di romanzo stupidissimo che sto finendo di tradurre (seconda stesura, che è sempre la peggiore), o la nostalgia di Sabrina, costante (e che in giornate come queste punge particolarmente), o il fatto che sento di dover fare qualcosa, in mille direzioni diverse, ma non la so impostare. Da dove partire.

Credo che in parte il problema sia che è troppo tempo che scrivo da sola. Ho praticamente finito la prima stesura degli Aironi, ed è in assoluto la cosa più lunga che abbia mai scritto senza dividerla con Sabrina; mi mancano un paio di capitoli finali, in teoria, ma ho sospeso tutto perché mi sono accorta che stavo sostanzialmente buttando giù frasi un po’ a caso per il puro intento di raggiungere le 80k parole. Dato che mi conosco, e so che in quei casi metà delle volte esce fuori qualcosa di terribilmente anemico – per i miei standard, almeno – mentre nel finale dovrei tirare le fila di tutto, ho pensato fosse più produttivo cominciare a rileggere quello che avevo già scritto e vedere quando lavoro ci sarà da fare in fase di revisione e… Miracolosamente, direi non troppo. Ci sono parti da riscrivere, certo, e un sacco di introduzioni da tagliare e/o trasformare in qualcosa di più intenso, ma ci sono anche passaggi che a rileggerli ho adorato e anche se Nico e Blue sono parecchio, parecchio diversi dai personaggi che avevo creato a diciott’anni nel Nero – Blue soprattutto – nonostante il distacco dei primi mesi di lavoro in realtà adesso voglio bene a entrambi. Tanto. E sento un po’ di incanto anche io, per loro; per una storia che ha molta più luce di quanto mi aspettassi. Quindi insomma. Su quel versante, il bilancio è positivo. Continue reading “Dove finisce la pioggia”

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SalTo 2018 – O quando ripeti da mesi che devi smaltire i libri già acquistati e torni a casa comunque con altri sei titoli

Salto2018(Copincollato da Facebook perché mi sono accorta a metà post che avevo bisogno di mostrare anche un paio di copertine. *rolls*)

Stavo fotografando gli acquisti di ieri per Stefania, ma mi sento logorroica e ho deciso di ottimizzare con un mini-post di segnalazioni. <3 Anche se ammetto che sono letture un tantino monotematiche. *rolls* Perché le mie fisse sono quelle.

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Il senso dei lillà

Il lillà sta fiorendo e ogni anno mi commuove; oggi l’ho fatto vedere a Maya che come sempre ha cercato di mangiarsi il grappolo – è la cosa più tenera del mondo, quella bambina, ogni volta che vede qualcosa che la emoziona apre la bocca come se sentisse un bisogno profondo di inglobarla – e intanto osservavo il viola pallido di quei fiorellini minuscoli, le mille sfumature come di cera dei petali. Quattro giorni d’estate – anche se fuori stagione – e tutto sta sboccando, finalmente, io stessa per prima.

Ogni volta con il freddo mi convinco che non è possibile, e ogni volta che arriva il caldo mi rendo conto, sempre, che non sono fatta fisicamente per le temperature basse, i nervi si tendono, la visione appassisce. Datemi cielo azzurro e sole intenso e fiori, ovunque, e ogni singola preoccupazione perde almeno l’ombra, diventa qualcosa di bidimensionale, una scritta su carta.

Il problema agli occhi? Archiviato. La stanchezza perenne? Mai esistita. L’apatia? Ho scritto qualcosa come diecimila parole solo questa settimana. E d’accordo, lunedì ho consegnato l’ultimo residuo delle infinite traduzioni invernali, entrando ufficialmente nella stagione degli incarichi primaverili (che, spero, saranno un po’ più bilanciati), ma non è solo quello, affatto. Soltanto la settimana scorsa bastava il pensiero a farmi sentire sulle spalle un macigno.

Oggi cammino per casa con i pantaloni di cotone colorato e la t-shirt più vecchia e morbida e lisa e amata che sia riuscita a pescare dall’armadio – venti taglie più grandi, maniche che scendono fin sotto al gomito – e mi sento scivolare nell’aria.

In qualche modo, appena arrivano queste temperature, mi trovo sempre a fare post del genere. Quest’anno è successo solo con un po’ di anticipo.

Se non mi concentro sui possibili significati geoclimatici di questo clima inaspettato, potrei anche considerarlo un regalo. Essere felice e nient’altro.

E domani con Robi andremo a vedere l’orto, e ne ho voglia davvero, cosa che solo un anno fa non avrei creduto; Sabrina sta leggendo gli Aironi scena dopo scena e miracolosamente non me ne ha ancora bocciata nessuna; io ho finalmente trovato, forse, la chiave per entrare in sintonia con Blue e Nico. Ho tutto il tempo della revisione, davanti, per raddrizzare ciò che finora ho seminato per sbaglio. E mi piace che la mia mente stia ragionando sempre più in termini di semi, e boccioli, e germogli; mi piace che Bellezza Selvaggia uscirà a maggio e io mi commuoverò come se fosse quasi un romanzo mio; mi piace che l’orchidea stia iniziando a far spuntare radici minuscole sotto le foglioline che ha fatto crescere l’autunno scorso. Che l’edera abbia retto all’inverno, e sia folta e robusta e abbia deciso di non abbandonarmi di nuovo. Che i limoni in cortile stiano già spandendo quel profumo dolcissimo. Che domenica vedrò Camilla, ed è primavera. Torino è piena d’alberi, stanno mettendo tutti foglie e fiori.

Io sto per compiere trent’anni, e la mia vita è diversissima da quella che credevo/temevo/immaginavo solo un paio d’anni fa, e sono felice così. Sto anche imparando, piano piano, a non aggiungere di continuo la precisazione “per il momento”. O a convincermi almeno che, se quello che faccio e vivo smetterà di soddisfarmi, troverò il modo di cambiare a quel punto. Senza dovermi costringere adesso in abiti che non ho voglia di indossare, soltanto perché “sarebbe giusto”. O perché temo che se non imparo per tempo, non saprò mai farlo.

Meglio vivere il presente.

Soprattutto quando il presente è, come adesso, questa dolcissima illusione d’estate.

 

Due aprile

Motivi di gratitudine #1:

  • Il sorriso di Maya ogni singola volta che scendo da mia sorella dopo essere stata via qualche ora
  • La voce di Tommy Pico nel podcast di Food4Thots
  • L’adorabile racconto di Mackenzie Lee nell’antologia All Out
  • Mirò acciambellato sul petto mentre riposo gli occhi sdraiata sul divano
  • Lo stendersi uniforme del lilla sullo scaffale che metterò in cucina
  • La serenità impagabile di certe conversazioni in cui sembra di tornare a casa

«This is still mine»

Piccolo delirio linguistico che credo illustri perché tradurre, per me, è sempre essenzialmente un esercizio di masochismo: nel libro che amoamo una delle protagoniste ha appena confessato qualche colpa atroce dei suoi antenati – le cui ripercussioni rappresentano di fatto la chiave del romanzo – e, quando le amiche le fanno notare che non è una responsabilità sua, non ultimo perché la famiglia l’ha diseredata, lei risponde: «I’m still a Briar. This is still mine.»
This is still mine.
La colpa, il peso, il passato. Il dolore seminato e raccolto. È ancora pur sempre mio. E non so esattamente cosa sia, in quell’espressione, a toccarmi tanto; non so esattamente cosa sia, a sembrarmi tanto sfuggente, ineffabile, intraducibile. Perché è tutto e niente. È quel “this” iniziale che raccoglie mille aspetti e non si lascia inglobare pienamente dal nostro “questo” (questa cosa, questo peso, questa verità: il privilegio dei nostri soggetti inespressi che circoscrive in modo molto più diretto i casi in cui scegliamo di usarli). È quello “still”, che è al tempo stesso temporale – il tempo passa, la colpa resta – e logico (nonostante questo, nonostante il loro rifiuto). Ed è quel “mine” che riconosce e rivendica e ammette tutto. E sfuma il possesso, invertendo quasi i termini del rapporto.
E boh. Non so bene perché ho sentito il bisogno di interrompere il lavoro per venire qui a sproloquiare a vuoto, ma mi sto scontrando con la difficoltà di rendere un’espressività scarna e densissima insieme, che è poi la stessa ragione per cui amo tantissimo la poesia contemporanea e ogni volta che mi permetto di sognare di tradurla il sogno si trasforma bruscamente in incubo. E ogni tanto sento il bisogno di soffermarmi su questi pensieri. Anche solo per diminuire un po’ il senso di colpa all’idea di non essere in grado di trovare una soluzione perfetta per ciascuna di queste trappole bellissime che costellano questa storia.
(Che, nel caso non si fosse ancora capito, secondo me è davvero, davvero bellissima.) 

Di bilanci&ricordi

È una decina di giorni che cerco di scrivere qualcosa su questa fine, senza mai trovare il giusto attacco o la giusta voce: avrei voluto parlare dei libri che ho letto, di quelli che ho amato; delle cose che ho scritto e che ho in mente di scrivere; di ciò che ho tradotto, vissuto. Fare qualche bilancio. Ma mi sembra che esca tutto vuoto, noioso, troppo discorsivo, quindi… Ho deciso di darmi ai ricordi, dieci istantanee che fissino quest’anno. Per sommi capi, almeno. E in ordine sparsissimo.

(E mi rendo conto che è un post molto intimo, e sibillino, e avrei voluto poter fare gli auguri in modo più aperto e proiettato all’esterno, invece di chiudermi a sfogliare ricordi che hanno senso per pochi. Ma non sono sempre brava con gli abbracci, e l’introspezione è un’abitudine difficile da curare; il narcisismo ancora peggio. Questa è stata una settimana strana, raccolta e nervosa, e forse avevo bisogno di questo, più che tutto. Fissare. Dare un limite. Ma voglio bene a tutti, e vi abbraccio. E anche se non so bene come dirlo in modo che abbia peso sul serio, spero davvero che il prossimo anno sia bellissimo. E che porti a tutti l’avverarsi – o la nascita, che a volte è altrettanto importante – di qualche sogno.)

Più sotto, quindi – come dovere di cronaca alla me del futuro^^ – dieci istantanee di questo 2017.

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Nuovo

È strano, il modo in cui certe canzoni si intrecciano alla tua storia e alla tua vita – la prima volta che ho sentito “Nuovo” l’ultimo album di Gianmaria Testa era appena uscito, io vivevo a Siviglia e camminavo per quelle strade invase di luce commuovendomi di tutto: la bellezza, il fiume, calle san Jacinto. Testa era una voce familiare e al tempo stesso un augurio, il ricordo di casa e la speranza del futuro. E questa sera Ari l’ha rimessa, ed ero nel suo soggiorno col caminetto accesso, e la sua bimba appena nata addormentata accanto nel passeggino, ed è stato un brivido: ripensare a quel primo mattino, con gli auricolari nelle orecchie e la tenerezza in gola; ripensare a quell’altra passeggiata lunghissima, il dolore struggente di un bambino impossibile che sentivo di amare comunque con tutta me stessa. E adesso, sei anni dopo, Maya. 
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Di definizioni&consegne

Non so se è solo una conseguenza della mia totale incapacità di dire addio alle cose, ma consegnare una traduzione mi mette sempre addosso una strana nostalgia. È un misto di rimpianto per l’imperfezione inevitabile – dato che nulla è più perpetuamente perfettibile di una traduzione – e di malinconia per una storia che hai maneggiato per mesi, di solito, che hai dovuto fare tua a volte anche senza volerlo: alla fine concludi l’ultima rilettura, e se tutto va bene ti stupisci quasi di quanto scorra piacevolmente, soprattutto se la confronti al disastro della prima; sistemi la formattazione, fai qualche ultimo controllo a campione, soffochi la tentazione di cambiare per la centesima volta la stessa frase che ti rimbalzi in testa da una settimana, e carichi il file nell’e-mail.

Dovresti premere invio, dopo, ma esiti. Spesso.

(Nel momento in cui scrivo, il thriller che mi fa compagnia da circa metà ottobre sta aspettando in un’e-mail già conclusa, a cui devo soltanto aggiungere l’indirizzo; e questo bisogno di sospendere e rimandare è patologico, in fondo, lo so. Ma è difficile evitarlo.)

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Buscando, entre dos olas…

Ero piccola, avrò avuto undici anni, forse dodici, la prima volta che – per qualche ragione che ho rimosso completamente – ho deciso – con la lucidità delle mie decisioni più stupide – che dovevo smettere di fantasticare sulle cose, o non si sarebbero mai realizzate.

Non so esattamente cosa significasse, quel pensiero; per anni ho creduto che in fondo non fosse neanche tanto assurdo. Ma qualche anno dopo, cresciuta, l’ho ritrovato espresso con bellezza lapidaria in un verso di Luis García Montero, che come spesso accade in poesia parlava in realtà di tutt’altra cosa: Porque los sueños se corrompen, he dejado los sueños. Che tradotto in prosa, a grandi linee, significa qualcosa come «dato che i sogni si corrompono, ho smesso di sognare».

È esattamente quello che ho fatto. Per anni, forse anche quelli più determinanti della mia vita. E ancora non credo di avere realizzato del tutto quanto questo mi abbia condizionata, nel tempo, perché quando certe idee si radicano nella testa estirparle diventa difficile, come se facessero il nido. Depongono le uova, e di colpo ti ritrovi infestato.

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Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

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