Dimensioni oscure

L’ossessione per il Cile e l’orrore del suo passato recente risale ai miei dodici anni, credo: prima del 2001, perché l’11 settembre nella mia testa è sempre quello del ’73, fuori tempo e fuori fuoco rispetto alla portata devastante della data, alle conseguenze a lungo raggio che avrebbe avuto e scontiamo tuttora. Ogni anno ci penso, in qualche modo: è uno dei pochi appuntamenti fissi con il calendario, privato e un po’ schizofrenico. Forse è per non perdere del tutto il contatto con la ragazzina che ricopiava citazioni di Isabel Allende su qualunque foglio le capitasse a tiro, che inseguiva gli strazi di un continente tra saggi e versi di poesie. (Perché nosotros, los de entonces, ya no somos lo mismo, e questo vale per tutto e tutti, sempre, con mille sfumature e declinazioni diverse.) Forse è perché l’ombra lunga di quella storia un po’ torna sempre, nascosta e in sordina, in spazi e tempi insospettabili, e mi fa paura il modo in cui la memoria si cancella e si sbriciola. In cui dietro a ogni storia si aprono squarci che la trasformano in facciata, ma la voglia di guardarvi dentro è inversamente proporzionale alla loro vicinanza emotiva.

Come puoi scrivere – scrivere davvero, intendo, scrivere nel profondo – senza interrogare le cicatrici della tua epoca, della tua terra, senza entrarci in contrasto e plasmarla, ritrovarla tua? A volte me lo chiedo. Spesso, in realtà; ogni volta che cedo e imbastisco una trama che sta invece tutta nella mia testa, che gioca con i miei fantasmi ma lascia in pace quelli che si aggirano per strada. Non saprei come cominciare, a fare in modo diverso. Dove guardare, come. Quasi fossero tutte storie non mie. (È un atto di violenza anche questo, per quanto morbido e apparentemente sereno? La depurazione delle asperità, la riduzione delle conflittualità a un passato omogeneo su cui passare le dita. Ed è una violenza che subisco dal tempo o che faccio a me stessa? So di esserne complice, ma in quale misura?) Continue reading “Dimensioni oscure”

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Spazi transizionali

Oggi il cielo era strano, in terrazza: la metà destra bianca, lattiginosa, coperta da quelle nuvole spesse che sembrano pesarti addosso e rallentare il cervello; al centro, una grossa nuvola grigia si sfilacciava in un azzurro perfettamente settembrino. E intanto da sinistra – nascosto dal tetto – il sole picchiava come se fosse ancora estate (dimentico sempre che per il calendario di fatto ancora lo è), forte, acceso e bruciante. Avevo voglia di rientrare, restavo lì perché l’autunno e il grigio sono alle porte e devo godermi la luce ma intanto pensavo che sembrava la metafora di qualcosa – che in fondo vuol dire che sembrava la metafora della mia vita – e poi inciampavo su quel pensiero stesso perché non so neanche più che senso abbia.

Ho passato gli ultimi giorni a piangere per nulla: un gesto di Maya, uno sguardo di mia madre che non riuscivo a sostenere, un pensiero invasivo a cui non credevo del tutto ma mi parlava lo stesso. Di nascosto, ovviamente, perché se qualcuno se ne fosse accorto avrei dovuto inventarmi una balla o ammettere verità troppo imbarazzanti per essere dette ad alta voce. Tipo che in fondo l’unica cosa che vuoi davvero è sentirti dire che sei brava, e che ancora più in fondo potrebbero ripetertelo in mille e tu ancora staresti a dar retta alla sola voce fuori dal coro perché è ovvio che è lei, l’unica ad aver visto giusto. Chiedi sincerità ma poi non sai accettarla, e ogni critica diventa amplificata, e a volte pensi che la soluzione vera sarebbe non lavorare sul costruirti un’autostima più fondata, ma raderla al suolo del tutto: così basta aspettative e basta delusioni, basta senso di colpa per la persona che avresti potuto essere se avessi fatto altre scelte, rischiato di più o forse solo meglio, messo impegno nel fare invece di sfinirti di paranoie. Solo accettazione, dei tuoi limiti e del tuo essere. È così riposante. Continue reading “Spazi transizionali”

Autoscritture

È da qualche giorno che mi chiedo cosa scrivere per chiudere questo anno così strano, che per certi versi sembra già finito da un secolo e per altri neanche a metà, appena cominciato. La realtà è che non sono in grado di fare bilanci, perché sono successe troppe cose contrastanti e il mio vissuto, in particolare, è stata un’altalena continua di alti e bassi, sprazzi di ottimismo seguiti da fasi più lunghe di assestamento, di demoralizzazione. Tensioni sotterranee.

Per certi versi credo di essere più serena del solito, in questi giorni, ma il resto – nelle sue grandezze e piccolezze – aleggia come un’ombra, si trascina su tutto. Non ho voglia di dargli un nome, è già troppo pervasivo.

O forse è solo la mancanza di una vacanza vera e propria, di uno stacco netto.

(Ho qualche sogno che accarezzo, per il prossimo anno. Persone che mi piacerebbe abbracciare, luoghi che vorrei rivedere. Decisioni da prendere. Non so se riuscirò a fare tutto, o anche solo una parte, ma il fatto stesso di pensarlo è già un passo avanti, presumo. Rispetto al solito.)

Avrei voluto produrre almeno una classifica di lettura, dato che la mia vita sta ruotando sempre più intorno ai libri, ma… continuo a scontrarmi con l’idea che non avrebbe senso. Se guardo su GR il riassunto delle letture di quest’anno, le prime mi sembrano così lontane che non posso quasi credere appartengano davvero al 2018, e ci sono cose troppo varie, troppi pochi punti fermi capaci di dare un senso all’operazione. Ho letto pochissime nuove uscite, e di quelle poche alcune non sono ancora tradotte. (Così, sparse: La festa nera di Violetta Bellocchio, di cui qui ho scritto qualche appunto fulmineo; La dimensione oscura di Nona Fernández; L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, di cui ormai ho parlato dovunque, e The Witch Tree di Tana French, che si conferma sempre di più l’autrice a cui vorrei davvero, davvero tanto somigliare).

Ma la verità è che più ci penso, più mi rendo conto che in termini di libri per me quest’anno è definito da Alexander Chee, e visto che ancora non ne ho parlato davvero ho deciso di farlo adesso, anche se non è ancora stato tradotto e parlare di cose pubblicate solo in inglese mi sembra sempre un esercizio di inutilità totale.

Ma lui lo merita. E meriteremmo di poterlo leggere tutti, in realtà.

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Her Body and Other Parties

her body and other partiesIn Her Body and Other Parties, Carmen Maria Machado blithely demolishes the arbitrary borders between psychological realism and science fiction, comedy and horror, fantasy and fabulism. While her work has earned her comparisons to Karen Russell and Kelly Link, she has a voice that is all her own. In this electric and provocative debut, Machado bends genre to shape startling narratives that map the realities of women’s lives and the violence visited upon their bodies.

A wife refuses her husband’s entreaties to remove the green ribbon from around her neck. A woman recounts her sexual encounters as a plague slowly consumes humanity. A salesclerk in a mall makes a horrifying discovery within the seams of the store’s prom dresses. One woman’s surgery-induced weight loss results in an unwanted houseguest. And in the bravura novella “Especially Heinous,” Machado reimagines every episode of Law & Order: Special Victims Unit, a show we naïvely assumed had shown it all, generating a phantasmagoric police procedural full of doppelgängers, ghosts, and girls with bells for eyes.

Earthy and otherworldly, antic and sexy, queer and caustic, comic and deadly serious, Her Body and Other Parties swings from horrific violence to the most exquisite sentiment. In their explosive originality, these stories enlarge the possibilities of contemporary fiction.

Inquietanti, lirici, spudorati e magnetici: racconti che praticamente ridefiniscono il perturbante, e lo fanno in chiave lesbica/queer – e sempre estremamente femminile – e attraverso l’alta letteratura prodotta (al suo primo libro) da una giovane autrice latina. Dire che li ho amati è un po’ un eufemismo, perché non mi succede spesso di trovare un libro che si pone così miracolosamente al centro di tutte le mie passioni: i fantasmi metaforici, il filo di inquietudine che taglia in due l’apparenza e ne svela le falle, la femminilità e il sesso e le ossessioni, il modo in cui possono consumarci. Carmen María Machado ha una padronanza tecnica straordinaria, sia al livello della struttura narrativa (sperimentale ma mai pesante, spesso sospesa) che a quello dell’equilibrio di ogni singola frase. È evidente che nessuna parola ha il suo posto per caso, che ogni frase e ogni silenzio è frutto di una cesellatura minuziosa: sono racconti in cui dovresti scavare, assaporare sillaba per sillaba e poi allontanartene per ammirare il quadro complessivo. Per inquietartene, forse. Guardarlo con fascinazione.

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Madness

madness sam saxIn this ­­­powerful debut collection, sam sax explores and explodes the linkages between desire, addiction, and the history of mental health. These brave, formally dexterous poems examine antiquated diagnoses and procedures from hysteria to lobotomy; offer meditations on risky sex; and take up the poet’s personal and family histories as mental health patients and practitioners. Ultimately, Madness attempts to build a queer lineage out of inherited language and cultural artifacts; these poems trouble the static categories of sanity, heterosexuality, masculinity, normality, and health. sax’s innovative collection embodies the strange and disjunctive workings of the mind as it grapples to make sense of the world around it.

Ogni volta che finisco una di queste raccolte – mi è successo lo stesso con Autopsy di Donte Collins o Don’t Call Us Dead di Danez Smith, per dire i primi due che mi vengono in mente – ho l’istinto quasi insopprimibile di dire “Questo è il più bel libro che ho letto quest’anno”, ed è come se quella dichiarazione non cancellasse le precedenti, perché… la bellezza in fondo è un valore assoluto. E la cosa più incredibile di questa (nuova?) poesia è che ha tutto: contenuti e tecnica e quel di più ellittico che ti fa affondare le parole nel ventre e ti accende da dentro.

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Carry Me Like Water

carry me like waterThis immensely moving novel confronts divisions of race, gender, and class, fusing together the stories of people who come to recognize one another from former lives they didn’t know existed — or that they tried to forget. Diego, a deaf-mute, is barely surviving on the border in El Paso, Texas. Diego’s sister, Helen, who lives with her husband in the posh suburbs of San Francisco, long ago abandoned both her brother and her El Paso roots. Helen’s best friend, Lizzie, a nurse in an AIDS ward, begins to uncover her own buried past after a mystical encounter with a patient. With Carry Me Like Water, Benjamin Alire Sáenz unfolds a beautiful story about hope and forgiveness, unexpected reunions, an expanded definition of family, and, ultimately, what happens when the disparate worlds of pain and privilege collide.

Immaginavo che avrei amato questo romanzo, ma non avevo idea di *quanto*. Molto rapidamente, soltanto per fissare le idee, perché prima o poi dovrò scriverci qualcosa di compiuto: è come se fosse stato scritto apposta per me, quando ero bambina, e rimasto in attesa per anni che mi decidessi a prenderlo finalmente in mano. “Portami come acqua”, davvero – un titolo che è anche un simbolo e un motivo ricorrente e la prima cosa che mi ha attratto e quella che in qualche modo racchiude meglio l’effetto che mi ha fatto il romanzo. Che poi è il primo di Sáenz e sembra già racchiudere tutto: le sue famiglie di scelta, e di sangue – è un romanzo di fratelli, vivi e morti e feriti e perduti, e di sorelle che si scelgono da grandi, e di genitori orrendi e genitori bellissimi, e di amanti e amici e tutte le sfumature intermedie possibili – il deserto e la pioggia, il confine, El Paso come inizio e conclusione, e poi morte, tantissima, struggente e al tempo stesso leggera, un’occasione come un’altra di celebrare la vita, e spiriti che lasciano il corpo, candele accese per aiutare il passaggio, il silenzio in cui vive immerso Diego e i suoi bigliettini che lo infrangono, le lettere che Eddie e Jake si scrivono senza mai spedirle, affidandole a diari, conservando l’uno il ricordo dell’altro come un talismano che fa quasi spavento, e i mille modi diversi di affrontare il dolore, di riscrivere il passato. Il passato che ritorna, sempre, e a volte non è neanche cattivo. E un coro meraviglioso di personaggi che si intrecciano e si incrociano e si amano, teneramente, come acqua, davvero.
Era tutto quello che desideravo.

 

The Inexplicable Logic of My Life

Inexplicable LogicA warmly humane look at universal questions of belonging, infused with humour, from the bestselling author of Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe.

Sal used to know his place with his adoptive gay father, their loving Mexican American family, and his best friend, Samantha. But it’s senior year, and suddenly Sal is throwing punches, questioning everything, and realizing he no longer knows himself. If Sal’s not who he thought he was, who is he?

Una storia importante sull’amore e la famiglia – quella di sangue, quella di scelta. E anche sulle difficoltà della vita, a volte troppo grosse per l’età dei protagonisti ma proprio per questo, purtroppo, reali. La scrittura è semplice – più di quanto sono abituata a trovare in YA più d’evasione e più anche di quanto mi aspettassi dall’autore – ma non per questo meno bella: è limpida e riflessiva, un po’ come il protagonista narratore. E come lui, nasconde rimandi e segreti e complessità interne. Più che tutto, però, davvero: raramente ho letto una storia che abbracciasse in modo più completo ed elastico il concetto di famiglia: figli naturali e adottivi, amici e fratelli, omogenitorialità e storie d’amore che non si esauriscono esclusivamente in un rapporto sessuale e romantico, e l’impatto della cultura in cui cresci come definizione di vita. E quanto la biologia sia, davvero, poca cosa.

Don’t Call Us Dead

Don't call us deadAward-winning poet Danez Smith is a groundbreaking force, celebrated for deft lyrics, urgent subjects, and performative power. Don’t Call Us Dead opens with a heartrending sequence that imagines an afterlife for black men shot by police, a place where suspicion, violence, and grief are forgotten and replaced with the safety, love, and longevity they deserved here on earth. Smith turns then to desire, mortality the dangers experienced in skin and body and blood and a diagnosis of HIV positive. “Some of us are killed / in pieces,” Smith writes, some of us all at once. Don’t Call Us Dead is an astonishing and ambitious collection, one that confronts, praises, and rebukes America–“Dear White America”–where every day is too often a funeral and not often enough a miracle.

Dovrò rileggerlo per riuscire a formulare un discorso articolato ma… Assolutamente perfetto. Durissimo e struggente e spietato, nell’affrontare il tema della violenza razziale negli USA – tanto con accuse dirette e precise, come in “you’re dead, america” («& where you died/grew something worse»), tanto con la presenza costante dei troppi giovani uccisi che infestano le pagine come fantasmi che non si può, né deve, dimenticare – ma anche nel riflettere su tematiche relative alla sessualità (ed è sempre struggente il modo in cui viene rappresentato l’obbligo di conformarsi a una mascolinità enfatizzata, soprattutto da ragazzini: “last summer of innocence” è un esempio perfetto) e alla pervasività del razzismo, anche interiorizzato; alle difficoltà di navigare il mondo degli incontri nel nostro presente iper-superficiale e iper-tecnologizzato; ma anche alla realtà dell’AIDS, l’altro fantasma costante, come un’ombra che si concretizza in versi strazianti (penso al finale di “it began right here”, per esempio). E poi, ancora, la delicatezza estrema – ma non per questo meno intensa o dolorosa – con cui si immagina un finale diverso, il miracolo di qualche dio più a misura d’uomo (o con una pelle diversa, forse, soltanto). Con così tanti rimandi – e così tante conversazioni aperte, nascoste – che sarebbero necessarie mille letture per iniziare a sviscerarli tutti.

Santa Evita

17662369Pubblicato in più di sessanta paesi, Santa Evita (1995) è il romanzo più tradotto della storia della letteratura argentina. Basato sulla leggendaria figura di Eva Perón, il romanzo inizia là dove finisce la vita della sua protagonista. Mentre ripercorriamo a ritroso la vicenda della piccola sgraziata attricetta di provincia che fece innamorare prima il presidente della Repubblica argentina e poi l’intera nazione, siamo stregati dall’avventurosa vita post mortem del suo corpo: affidato da Perón alle cure di un imbalsamatore cui spetta il compito di renderlo immortale; poi moltiplicato in più esemplari per sottrarlo a macabri tentativi di rapimento; trasferito, nascosto, ricercato addirittura dai servizi segreti e infine idolatrato, reso mitico dall’aura di «santità» che emana la leggenda di Evita.

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Le cose che abbiamo perso nel fuoco

34612087Piccoli capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza, superstizione e apatia, compassione e rimpianto, le storie di Mariana Enriquez prendono forma in una Buenos Aires nerissima e crudele, vengono direttamente dalle cronache dei suoi ghetti e dei quartieri equivoci. Sono storie che emozionano e feriscono, conducendo il lettore in uno scenario all’apparenza familiare che si rivela popolato da creature inquietanti.
Vicini che osservano a distanza, gente che sparisce, bambini assassini, donne che s’immolano per protesta.
Quello di Mariana Enriquez è un mondo dove la realtà accoglie le componenti più bizzarre e indecifrabili della natura umana, e dove il mistero e la violenza convivono con la poesia. Sullo sfondo di un’Argentina oscura e infestata dai fantasmi, con la sua brillante mescolanza di horror, suspense e ironia, Le cose che abbiamo perso nel fuoco ha fatto di Mariana Enriquez la risposta contemporanea a Edgar Allan Poe e Julio Cortázar, la voce più interessante della nuova letteratura sudamericana. Una voce intensa e diretta, che racconta di personaggi brutali e talvolta buffi trascinando il lettore in una spirale fascinosa e disturbante, cui è difficile resistere.

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