outhouse

Ultimamente trovo briciole dappertutto. Oggi, su Twitter, qualcuno ha postato la foto di una poesia di Rachel McKibbens – che conoscevo senza saperlo, perché avevo già letto di certo almeno qualche frammento della sua Shiv – ed è stato il solito colpo allo stomaco. La poesia in questione – outhouse, su trauma&violenza&survivor’s guilt, quindi ecco, heads up, I guess – in realtà ha una risonanza diversa se letta nel contesto in cui è stata resa pubblica, come parte centrale di una sorta di trittico (sul suo blog, l’autrice avvisa che si parla di suicidio) pubblicato su Vinyl Poetry and Prose, ma ci tenevo ad averla anche sul blog, come specie di archivio. Quindi, ecco. Solo questo, immagino.

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antinous among the reeds By Yves Olade

The Rising Phoenix Review

antinous among the reeds

When I was drowning I thought about the
light instead of the water, the accident
instead of the ache. Those half-drunk
moments on Tuesday nights when you’d
pass me a bottle that was empty. And I’d
say something like,
“Tell me about love.”
and you’d never answer, you’d just take

the bottle back and pretend you hadn’t
sucked out every good thing from inside it. I
knew I couldn’t keep you from the start.

Somehow it only ever rained when we
were waiting for the train to come. We’d
hold hands under the seats and pretend
I wasn’t crying, like I couldn’t feel the
water in my lungs already. At every stop
we’d smile about the weather, while you
pointed saying,
“Look how the
desert is always reaching outwards.”
Only something so vast and arid could
understand a hunger like mine.

When later you are picking…

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Il paradosso dell’eteronormatività

Sto leggendo la monografia che Octavio Paz, uno dei principali intellettuali messicani del ventesimo secolo, ha dedicato a Juana Inés de la Cruz, una delle figure più meravigliose del Barocco ispanoamericano e della letteratura messicana in generale, più che altro perché mi sentivo in colpa a non aver ancora approfondito la figura di una donna forse lesbica che si è guadagnata l’appellativo di “Decima Musa” in un secolo in cui per le donne era molto raro ottenere riconoscimenti intellettuali e prestigio, e ha portato avanti rivendicazioni proto-femministe finché non è diventata vittima del sistema che fino a quel momento aveva saputo navigare abilmente. E cioè. Pensavo che avrei trovato degli spunti interessanti perché – forse a torto, a questo punto? – mi fidavo dell’autore. Invece, a parte alcuni approfondimenti validissimi sulle dinamiche culturali e sociali della Nuova Spagna, mi sto trovando davanti un tale ammasso di eteronormatività e *ottusità* vera e propria da risultare sconcertante. Praticamente la mia lettura si sta svolgendo su due piani: quello normale, in cui leggi&incameri&relazioni, e quello in cui mi trovo a psicanalizzare Paz per capire quale fosse il suo problema, esattamente.

Continuo a pensare che era amico di Cernuda. Gli ha dedicato una poesia bellissima, ha scritto un saggio su di lui. Mi è sempre sembrato molto aperto, soprattutto per la sua epoca. Eppure.

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Santa Evita

17662369Pubblicato in più di sessanta paesi, Santa Evita (1995) è il romanzo più tradotto della storia della letteratura argentina. Basato sulla leggendaria figura di Eva Perón, il romanzo inizia là dove finisce la vita della sua protagonista. Mentre ripercorriamo a ritroso la vicenda della piccola sgraziata attricetta di provincia che fece innamorare prima il presidente della Repubblica argentina e poi l’intera nazione, siamo stregati dall’avventurosa vita post mortem del suo corpo: affidato da Perón alle cure di un imbalsamatore cui spetta il compito di renderlo immortale; poi moltiplicato in più esemplari per sottrarlo a macabri tentativi di rapimento; trasferito, nascosto, ricercato addirittura dai servizi segreti e infine idolatrato, reso mitico dall’aura di «santità» che emana la leggenda di Evita.

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Le cose che abbiamo perso nel fuoco

34612087Piccoli capolavori di realismo macabro che mescolano amore e sofferenza, superstizione e apatia, compassione e rimpianto, le storie di Mariana Enriquez prendono forma in una Buenos Aires nerissima e crudele, vengono direttamente dalle cronache dei suoi ghetti e dei quartieri equivoci. Sono storie che emozionano e feriscono, conducendo il lettore in uno scenario all’apparenza familiare che si rivela popolato da creature inquietanti.
Vicini che osservano a distanza, gente che sparisce, bambini assassini, donne che s’immolano per protesta.
Quello di Mariana Enriquez è un mondo dove la realtà accoglie le componenti più bizzarre e indecifrabili della natura umana, e dove il mistero e la violenza convivono con la poesia. Sullo sfondo di un’Argentina oscura e infestata dai fantasmi, con la sua brillante mescolanza di horror, suspense e ironia, Le cose che abbiamo perso nel fuoco ha fatto di Mariana Enriquez la risposta contemporanea a Edgar Allan Poe e Julio Cortázar, la voce più interessante della nuova letteratura sudamericana. Una voce intensa e diretta, che racconta di personaggi brutali e talvolta buffi trascinando il lettore in una spirale fascinosa e disturbante, cui è difficile resistere.

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