Carry Me Like Water

carry me like waterThis immensely moving novel confronts divisions of race, gender, and class, fusing together the stories of people who come to recognize one another from former lives they didn’t know existed — or that they tried to forget. Diego, a deaf-mute, is barely surviving on the border in El Paso, Texas. Diego’s sister, Helen, who lives with her husband in the posh suburbs of San Francisco, long ago abandoned both her brother and her El Paso roots. Helen’s best friend, Lizzie, a nurse in an AIDS ward, begins to uncover her own buried past after a mystical encounter with a patient. With Carry Me Like Water, Benjamin Alire Sáenz unfolds a beautiful story about hope and forgiveness, unexpected reunions, an expanded definition of family, and, ultimately, what happens when the disparate worlds of pain and privilege collide.

Immaginavo che avrei amato questo romanzo, ma non avevo idea di *quanto*. Molto rapidamente, soltanto per fissare le idee, perché prima o poi dovrò scriverci qualcosa di compiuto: è come se fosse stato scritto apposta per me, quando ero bambina, e rimasto in attesa per anni che mi decidessi a prenderlo finalmente in mano. “Portami come acqua”, davvero – un titolo che è anche un simbolo e un motivo ricorrente e la prima cosa che mi ha attratto e quella che in qualche modo racchiude meglio l’effetto che mi ha fatto il romanzo. Che poi è il primo di Sáenz e sembra già racchiudere tutto: le sue famiglie di scelta, e di sangue – è un romanzo di fratelli, vivi e morti e feriti e perduti, e di sorelle che si scelgono da grandi, e di genitori orrendi e genitori bellissimi, e di amanti e amici e tutte le sfumature intermedie possibili – il deserto e la pioggia, il confine, El Paso come inizio e conclusione, e poi morte, tantissima, struggente e al tempo stesso leggera, un’occasione come un’altra di celebrare la vita, e spiriti che lasciano il corpo, candele accese per aiutare il passaggio, il silenzio in cui vive immerso Diego e i suoi bigliettini che lo infrangono, le lettere che Eddie e Jake si scrivono senza mai spedirle, affidandole a diari, conservando l’uno il ricordo dell’altro come un talismano che fa quasi spavento, e i mille modi diversi di affrontare il dolore, di riscrivere il passato. Il passato che ritorna, sempre, e a volte non è neanche cattivo. E un coro meraviglioso di personaggi che si intrecciano e si incrociano e si amano, teneramente, come acqua, davvero.
Era tutto quello che desideravo.

 

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Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

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Fuochi

È un’angoscia sottile, l’odore di fumo nell’aria.
Quando questa mattina ho aperto la finestra mi sono detta che non potevano essere gli incendi nella Val di Susa, erano troppo distanti, probabilmente qualcuno stava solo bruciando delle foglie in un cortile. Ma sono passate le ore, l’odore non accenna a passare. E nel frattempo arrivano notizie di altri incendi, tutt’intorno: Ivrea, Castellamonte, Rivarolo. Il fumo diradato e invisibile che mi chiude un cerchio intorno alla testa da questa mattina è soltanto il fantasma di qualcosa che brucia più in alto, tra boschi e vallate.
Mi chiedo quanto debba essere forte, l’odore, là dove il fuoco si vede. Guardo il cielo, velato, ed è una minaccia discreta. Quasi in disparte.
È sempre strano, scoprirsi tanto impotenti di fronte a cose più grandi di noi. Ci penso ogni volta che si parla di un nuovo terremoto, un uragano, un’alluvione: terra e aria e acqua che si ribellano, o forse vanno semplicemente per la loro strada, e noi ci siamo in mezzo. Ma ciascun elemento si porta dietro un richiamo diverso, simbolico e astratto, e se l’acqua è ciò che rimane, ed erode, e nasconde, il fuoco ha una spietatezza feroce. E con il vento – secco, caldissimo per questi giorni di fine ottobre – diventa veloce, incontrollabile.
A parte quello in Val Susa – su cui, come ripete Wu Ming da giorni, c’è davvero un silenzio vergognoso – gli altri incendi sembrano essere limitati e stanno venendo soffocati in fretta. Ma non piove da mesi, e si sente nell’aria.
Non avrei mai pensato che, un giorno, addirittura io avrei sperato nella pioggia.

«Just need another season»

In questi giorni sto leggendo The crown ain’t worth much, di Hanif Willis-Abdurraqib, cercando di centellinarlo, in qualche modo, e continuando a meravigliarmi del talento.

Ultimamente mi sono capitati tra le mani tantissimi libri di poesia afro-americana ed è sempre un leggero disagio, in realtà, trovarsi a leggere (e amare) qualcosa che è così dichiaratamente non scritto per te. Come spiare dal buco della serratura, o apprezzare la bellezza di qualche sofferenza a te estranea. Ma sta proprio qui il talento incredibile di questi autori, credo: nel riuscire a far esplodere le parole con tanta forza – senza violare minimamente il lessico e la sintassi, ma potenziandoli soltanto – da lasciare senza fiato anche qualcuno che non ha esperienza diretta di ciò che denunciano, e senza scivolare mai nella retorica.

E poi adesso su Twitter sono incappata nella sua lettura di una delle poesie della seconda sezione, ed è un ritratto così spietato di cose così universali, in realtà, che non ho potuto fare a meno di condividerla anche qui. Perché è sempre strano, ritrovarsi così. Nelle parole di altri, per quanto lontani.

«(…) you may ask why I allow my face to
drown in less and less joy with each passing year and I will say
I just woke up one day and I was a still photo in everyone else’s
home but my own. or I will say I promise that my legs just need
another season, and then I will be who you fell in love with again.
and then I will probably just say I’m sorry that there was once a
tremendous blue sky and then a decade of hard, incessant rain

(da “When I Say That Loving Me Is Kind Of Like Being A Chicago Bulls Fan” di Hanif Willis-Abdurraqib)

La poesia completa – insieme a un’altra – si può trovare qui, sul vecchio sito di Drunk at a Midnight Choir, e merita. Qui sotto, invece, il video della sua – meravigliosa – lettura.

The Inexplicable Logic of My Life

Inexplicable LogicA warmly humane look at universal questions of belonging, infused with humour, from the bestselling author of Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe.

Sal used to know his place with his adoptive gay father, their loving Mexican American family, and his best friend, Samantha. But it’s senior year, and suddenly Sal is throwing punches, questioning everything, and realizing he no longer knows himself. If Sal’s not who he thought he was, who is he?

Una storia importante sull’amore e la famiglia – quella di sangue, quella di scelta. E anche sulle difficoltà della vita, a volte troppo grosse per l’età dei protagonisti ma proprio per questo, purtroppo, reali. La scrittura è semplice – più di quanto sono abituata a trovare in YA più d’evasione e più anche di quanto mi aspettassi dall’autore – ma non per questo meno bella: è limpida e riflessiva, un po’ come il protagonista narratore. E come lui, nasconde rimandi e segreti e complessità interne. Più che tutto, però, davvero: raramente ho letto una storia che abbracciasse in modo più completo ed elastico il concetto di famiglia: figli naturali e adottivi, amici e fratelli, omogenitorialità e storie d’amore che non si esauriscono esclusivamente in un rapporto sessuale e romantico, e l’impatto della cultura in cui cresci come definizione di vita. E quanto la biologia sia, davvero, poca cosa.

Don’t Call Us Dead

Don't call us deadAward-winning poet Danez Smith is a groundbreaking force, celebrated for deft lyrics, urgent subjects, and performative power. Don’t Call Us Dead opens with a heartrending sequence that imagines an afterlife for black men shot by police, a place where suspicion, violence, and grief are forgotten and replaced with the safety, love, and longevity they deserved here on earth. Smith turns then to desire, mortality the dangers experienced in skin and body and blood and a diagnosis of HIV positive. “Some of us are killed / in pieces,” Smith writes, some of us all at once. Don’t Call Us Dead is an astonishing and ambitious collection, one that confronts, praises, and rebukes America–“Dear White America”–where every day is too often a funeral and not often enough a miracle.

Dovrò rileggerlo per riuscire a formulare un discorso articolato ma… Assolutamente perfetto. Durissimo e struggente e spietato, nell’affrontare il tema della violenza razziale negli USA – tanto con accuse dirette e precise, come in “you’re dead, america” («& where you died/grew something worse»), tanto con la presenza costante dei troppi giovani uccisi che infestano le pagine come fantasmi che non si può, né deve, dimenticare – ma anche nel riflettere su tematiche relative alla sessualità (ed è sempre struggente il modo in cui viene rappresentato l’obbligo di conformarsi a una mascolinità enfatizzata, soprattutto da ragazzini: “last summer of innocence” è un esempio perfetto) e alla pervasività del razzismo, anche interiorizzato; alle difficoltà di navigare il mondo degli incontri nel nostro presente iper-superficiale e iper-tecnologizzato; ma anche alla realtà dell’AIDS, l’altro fantasma costante, come un’ombra che si concretizza in versi strazianti (penso al finale di “it began right here”, per esempio). E poi, ancora, la delicatezza estrema – ma non per questo meno intensa o dolorosa – con cui si immagina un finale diverso, il miracolo di qualche dio più a misura d’uomo (o con una pelle diversa, forse, soltanto). Con così tanti rimandi – e così tante conversazioni aperte, nascoste – che sarebbero necessarie mille letture per iniziare a sviscerarli tutti.

outhouse

Ultimamente trovo briciole dappertutto. Oggi, su Twitter, qualcuno ha postato la foto di una poesia di Rachel McKibbens – che conoscevo senza saperlo, perché avevo già letto di certo almeno qualche frammento della sua Shiv – ed è stato il solito colpo allo stomaco. La poesia in questione – outhouse, su trauma&violenza&survivor’s guilt, quindi ecco, heads up, I guess – in realtà ha una risonanza diversa se letta nel contesto in cui è stata resa pubblica, come parte centrale di una sorta di trittico (sul suo blog, l’autrice avvisa che si parla di suicidio) pubblicato su Vinyl Poetry and Prose, ma ci tenevo ad averla anche sul blog, come specie di archivio. Quindi, ecco. Solo questo, immagino.

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antinous among the reeds By Yves Olade

The Rising Phoenix Review

antinous among the reeds

When I was drowning I thought about the
light instead of the water, the accident
instead of the ache. Those half-drunk
moments on Tuesday nights when you’d
pass me a bottle that was empty. And I’d
say something like,
“Tell me about love.”
and you’d never answer, you’d just take

the bottle back and pretend you hadn’t
sucked out every good thing from inside it. I
knew I couldn’t keep you from the start.

Somehow it only ever rained when we
were waiting for the train to come. We’d
hold hands under the seats and pretend
I wasn’t crying, like I couldn’t feel the
water in my lungs already. At every stop
we’d smile about the weather, while you
pointed saying,
“Look how the
desert is always reaching outwards.”
Only something so vast and arid could
understand a hunger like mine.

When later you are picking…

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Il paradosso dell’eteronormatività

Sto leggendo la monografia che Octavio Paz, uno dei principali intellettuali messicani del ventesimo secolo, ha dedicato a Juana Inés de la Cruz, una delle figure più meravigliose del Barocco ispanoamericano e della letteratura messicana in generale, più che altro perché mi sentivo in colpa a non aver ancora approfondito la figura di una donna forse lesbica che si è guadagnata l’appellativo di “Decima Musa” in un secolo in cui per le donne era molto raro ottenere riconoscimenti intellettuali e prestigio, e ha portato avanti rivendicazioni proto-femministe finché non è diventata vittima del sistema che fino a quel momento aveva saputo navigare abilmente. E cioè. Pensavo che avrei trovato degli spunti interessanti perché – forse a torto, a questo punto? – mi fidavo dell’autore. Invece, a parte alcuni approfondimenti validissimi sulle dinamiche culturali e sociali della Nuova Spagna, mi sto trovando davanti un tale ammasso di eteronormatività e *ottusità* vera e propria da risultare sconcertante. Praticamente la mia lettura si sta svolgendo su due piani: quello normale, in cui leggi&incameri&relazioni, e quello in cui mi trovo a psicanalizzare Paz per capire quale fosse il suo problema, esattamente.

Continuo a pensare che era amico di Cernuda. Gli ha dedicato una poesia bellissima, ha scritto un saggio su di lui. Mi è sempre sembrato molto aperto, soprattutto per la sua epoca. Eppure.

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