Tra consigli e nostalgie

Sono settimane che voglio scrivere su questo blog, essenzialmente perché finora quella di essere più presente qui è praticamente l’unica risoluzione di inizio anno che ho trascurato del tutto. Ma è un periodo pieno, tra traduzioni&scrittura&letture, e ogni volta arrivo a fine giornata esausta e mi limito a mettere una freccetta accanto alla voce “post su Rumoralilas” sul bullet journal che ho ripreso a tenere per non ritrovarmi schiacciata dall’ansia. Il che non è esattamente il massimo, d’accordo.

Ma ecco. Assenze&mancanze a parte.^^

La verità è che ho un sacco di cose per la testa, ultimamente, e forse metterle per iscritto aiuterà a non disperderle nel nulla: cose tipo l’immensa nostalgia per i tempi di livejournal, che torna periodicamente ma nell’ultima settimana è stata più forte del consueto. Che poi, di fatto, non è nostalgia di piattaforme e forse neanche di un periodo preciso, quanto piuttosto di tutta una serie di persone che in realtà sento ancora, spesso, ma non posso più leggere in quello stesso modo. Il che si ricollega, di fatto, al sempiterno rimpianto di non aver saputo cogliere o strutturare quel meraviglioso potenziale creativo in qualcosa che potesse durare, trovare radici e concretezza. Una voce plurale, ma sintonizzata su una frequenza simile.

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Di bilanci&ricordi

È una decina di giorni che cerco di scrivere qualcosa su questa fine, senza mai trovare il giusto attacco o la giusta voce: avrei voluto parlare dei libri che ho letto, di quelli che ho amato; delle cose che ho scritto e che ho in mente di scrivere; di ciò che ho tradotto, vissuto. Fare qualche bilancio. Ma mi sembra che esca tutto vuoto, noioso, troppo discorsivo, quindi… Ho deciso di darmi ai ricordi, dieci istantanee che fissino quest’anno. Per sommi capi, almeno. E in ordine sparsissimo.

(E mi rendo conto che è un post molto intimo, e sibillino, e avrei voluto poter fare gli auguri in modo più aperto e proiettato all’esterno, invece di chiudermi a sfogliare ricordi che hanno senso per pochi. Ma non sono sempre brava con gli abbracci, e l’introspezione è un’abitudine difficile da curare; il narcisismo ancora peggio. Questa è stata una settimana strana, raccolta e nervosa, e forse avevo bisogno di questo, più che tutto. Fissare. Dare un limite. Ma voglio bene a tutti, e vi abbraccio. E anche se non so bene come dirlo in modo che abbia peso sul serio, spero davvero che il prossimo anno sia bellissimo. E che porti a tutti l’avverarsi – o la nascita, che a volte è altrettanto importante – di qualche sogno.)

Più sotto, quindi – come dovere di cronaca alla me del futuro^^ – dieci istantanee di questo 2017.

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Her Body and Other Parties

her body and other partiesIn Her Body and Other Parties, Carmen Maria Machado blithely demolishes the arbitrary borders between psychological realism and science fiction, comedy and horror, fantasy and fabulism. While her work has earned her comparisons to Karen Russell and Kelly Link, she has a voice that is all her own. In this electric and provocative debut, Machado bends genre to shape startling narratives that map the realities of women’s lives and the violence visited upon their bodies.

A wife refuses her husband’s entreaties to remove the green ribbon from around her neck. A woman recounts her sexual encounters as a plague slowly consumes humanity. A salesclerk in a mall makes a horrifying discovery within the seams of the store’s prom dresses. One woman’s surgery-induced weight loss results in an unwanted houseguest. And in the bravura novella “Especially Heinous,” Machado reimagines every episode of Law & Order: Special Victims Unit, a show we naïvely assumed had shown it all, generating a phantasmagoric police procedural full of doppelgängers, ghosts, and girls with bells for eyes.

Earthy and otherworldly, antic and sexy, queer and caustic, comic and deadly serious, Her Body and Other Parties swings from horrific violence to the most exquisite sentiment. In their explosive originality, these stories enlarge the possibilities of contemporary fiction.

Inquietanti, lirici, spudorati e magnetici: racconti che praticamente ridefiniscono il perturbante, e lo fanno in chiave lesbica/queer – e sempre estremamente femminile – e attraverso l’alta letteratura prodotta (al suo primo libro) da una giovane autrice latina. Dire che li ho amati è un po’ un eufemismo, perché non mi succede spesso di trovare un libro che si pone così miracolosamente al centro di tutte le mie passioni: i fantasmi metaforici, il filo di inquietudine che taglia in due l’apparenza e ne svela le falle, la femminilità e il sesso e le ossessioni, il modo in cui possono consumarci. Carmen María Machado ha una padronanza tecnica straordinaria, sia al livello della struttura narrativa (sperimentale ma mai pesante, spesso sospesa) che a quello dell’equilibrio di ogni singola frase. È evidente che nessuna parola ha il suo posto per caso, che ogni frase e ogni silenzio è frutto di una cesellatura minuziosa: sono racconti in cui dovresti scavare, assaporare sillaba per sillaba e poi allontanartene per ammirare il quadro complessivo. Per inquietartene, forse. Guardarlo con fascinazione.

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Madness

madness sam saxIn this ­­­powerful debut collection, sam sax explores and explodes the linkages between desire, addiction, and the history of mental health. These brave, formally dexterous poems examine antiquated diagnoses and procedures from hysteria to lobotomy; offer meditations on risky sex; and take up the poet’s personal and family histories as mental health patients and practitioners. Ultimately, Madness attempts to build a queer lineage out of inherited language and cultural artifacts; these poems trouble the static categories of sanity, heterosexuality, masculinity, normality, and health. sax’s innovative collection embodies the strange and disjunctive workings of the mind as it grapples to make sense of the world around it.

Ogni volta che finisco una di queste raccolte – mi è successo lo stesso con Autopsy di Donte Collins o Don’t Call Us Dead di Danez Smith, per dire i primi due che mi vengono in mente – ho l’istinto quasi insopprimibile di dire “Questo è il più bel libro che ho letto quest’anno”, ed è come se quella dichiarazione non cancellasse le precedenti, perché… la bellezza in fondo è un valore assoluto. E la cosa più incredibile di questa (nuova?) poesia è che ha tutto: contenuti e tecnica e quel di più ellittico che ti fa affondare le parole nel ventre e ti accende da dentro.

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Nuovo

È strano, il modo in cui certe canzoni si intrecciano alla tua storia e alla tua vita – la prima volta che ho sentito “Nuovo” l’ultimo album di Gianmaria Testa era appena uscito, io vivevo a Siviglia e camminavo per quelle strade invase di luce commuovendomi di tutto: la bellezza, il fiume, calle san Jacinto. Testa era una voce familiare e al tempo stesso un augurio, il ricordo di casa e la speranza del futuro. E questa sera Ari l’ha rimessa, ed ero nel suo soggiorno col caminetto accesso, e la sua bimba appena nata addormentata accanto nel passeggino, ed è stato un brivido: ripensare a quel primo mattino, con gli auricolari nelle orecchie e la tenerezza in gola; ripensare a quell’altra passeggiata lunghissima, il dolore struggente di un bambino impossibile che sentivo di amare comunque con tutta me stessa. E adesso, sei anni dopo, Maya. 
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Di definizioni&consegne

Non so se è solo una conseguenza della mia totale incapacità di dire addio alle cose, ma consegnare una traduzione mi mette sempre addosso una strana nostalgia. È un misto di rimpianto per l’imperfezione inevitabile – dato che nulla è più perpetuamente perfettibile di una traduzione – e di malinconia per una storia che hai maneggiato per mesi, di solito, che hai dovuto fare tua a volte anche senza volerlo: alla fine concludi l’ultima rilettura, e se tutto va bene ti stupisci quasi di quanto scorra piacevolmente, soprattutto se la confronti al disastro della prima; sistemi la formattazione, fai qualche ultimo controllo a campione, soffochi la tentazione di cambiare per la centesima volta la stessa frase che ti rimbalzi in testa da una settimana, e carichi il file nell’e-mail.

Dovresti premere invio, dopo, ma esiti. Spesso.

(Nel momento in cui scrivo, il thriller che mi fa compagnia da circa metà ottobre sta aspettando in un’e-mail già conclusa, a cui devo soltanto aggiungere l’indirizzo; e questo bisogno di sospendere e rimandare è patologico, in fondo, lo so. Ma è difficile evitarlo.)

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Buscando, entre dos olas…

Ero piccola, avrò avuto undici anni, forse dodici, la prima volta che – per qualche ragione che ho rimosso completamente – ho deciso – con la lucidità delle mie decisioni più stupide – che dovevo smettere di fantasticare sulle cose, o non si sarebbero mai realizzate.

Non so esattamente cosa significasse, quel pensiero; per anni ho creduto che in fondo non fosse neanche tanto assurdo. Ma qualche anno dopo, cresciuta, l’ho ritrovato espresso con bellezza lapidaria in un verso di Luis García Montero, che come spesso accade in poesia parlava in realtà di tutt’altra cosa: Porque los sueños se corrompen, he dejado los sueños. Che tradotto in prosa, a grandi linee, significa qualcosa come «dato che i sogni si corrompono, ho smesso di sognare».

È esattamente quello che ho fatto. Per anni, forse anche quelli più determinanti della mia vita. E ancora non credo di avere realizzato del tutto quanto questo mi abbia condizionata, nel tempo, perché quando certe idee si radicano nella testa estirparle diventa difficile, come se facessero il nido. Depongono le uova, e di colpo ti ritrovi infestato.

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Carry Me Like Water

carry me like waterThis immensely moving novel confronts divisions of race, gender, and class, fusing together the stories of people who come to recognize one another from former lives they didn’t know existed — or that they tried to forget. Diego, a deaf-mute, is barely surviving on the border in El Paso, Texas. Diego’s sister, Helen, who lives with her husband in the posh suburbs of San Francisco, long ago abandoned both her brother and her El Paso roots. Helen’s best friend, Lizzie, a nurse in an AIDS ward, begins to uncover her own buried past after a mystical encounter with a patient. With Carry Me Like Water, Benjamin Alire Sáenz unfolds a beautiful story about hope and forgiveness, unexpected reunions, an expanded definition of family, and, ultimately, what happens when the disparate worlds of pain and privilege collide.

Immaginavo che avrei amato questo romanzo, ma non avevo idea di *quanto*. Molto rapidamente, soltanto per fissare le idee, perché prima o poi dovrò scriverci qualcosa di compiuto: è come se fosse stato scritto apposta per me, quando ero bambina, e rimasto in attesa per anni che mi decidessi a prenderlo finalmente in mano. “Portami come acqua”, davvero – un titolo che è anche un simbolo e un motivo ricorrente e la prima cosa che mi ha attratto e quella che in qualche modo racchiude meglio l’effetto che mi ha fatto il romanzo. Che poi è il primo di Sáenz e sembra già racchiudere tutto: le sue famiglie di scelta, e di sangue – è un romanzo di fratelli, vivi e morti e feriti e perduti, e di sorelle che si scelgono da grandi, e di genitori orrendi e genitori bellissimi, e di amanti e amici e tutte le sfumature intermedie possibili – il deserto e la pioggia, il confine, El Paso come inizio e conclusione, e poi morte, tantissima, struggente e al tempo stesso leggera, un’occasione come un’altra di celebrare la vita, e spiriti che lasciano il corpo, candele accese per aiutare il passaggio, il silenzio in cui vive immerso Diego e i suoi bigliettini che lo infrangono, le lettere che Eddie e Jake si scrivono senza mai spedirle, affidandole a diari, conservando l’uno il ricordo dell’altro come un talismano che fa quasi spavento, e i mille modi diversi di affrontare il dolore, di riscrivere il passato. Il passato che ritorna, sempre, e a volte non è neanche cattivo. E un coro meraviglioso di personaggi che si intrecciano e si incrociano e si amano, teneramente, come acqua, davvero.
Era tutto quello che desideravo.

 

Signore del gioco

Le bancarelle di libri usati su di me hanno sempre un fascino ipnotico. Non importa quante ne vedo, se sto effettivamente cercando libri, se passeggio tanto per fare o se ho già montagne di cartacei nuovi che mi aspettano a casa e che non ho ancora avuto tempo di toccare: passarci davanti senza scorrere i titoli è praticamente impossibile. Con quelle che trattano i libri come ammassi di carta da vendere al peso, poi, l’attrazione è ancora più perversa: tre libri per un euro, dice il cartello scarabocchiato a mano, ed eccomi ferma a frugare nel mucchio come una gazza ladra davanti a qualche gioiello luccicante.

Non è una questione economica, non realmente. È che c’è una malinconia strana, nel vedere la quantità di carta polverosa e ammuffita, i dorsi crepati, le copertine piene di graffi e immagini sbiadite; qualcosa nell’odore, nella sensazione che ti resta sulle dita, sgradevole, sì, ma non del tutto. La percezione netta – vertiginosa – di quanto passa il tempo.

La cosa più strana è quando inizi a trovare un numero impressionante di titoli intriganti concentrati tutti nello stesso posto: come se avessi tra le mani davvero una biblioteca, non del tutto casuale, ma creata e selezionata da una persona vera, in carne e ossa. A volte sono casse di libri in lingua straniera – a Torino capita con il francese, soprattutto, il che per me è un po’ un peccato perché non lo parlo – altre volte semplicemente argomenti insoliti e di annate precise: l’esoterismo degli anni Settanta, per dire, trattati sullo spiritismo che mi affascinano ma non me la sento di prendere perché il tempo passa anche per la parapsicologia, presumo. Altre volte toccano ancora più da vicino perché gli argomenti sono il femminismo, magari, teorie della sessualità e del genere ormai probabilmente del tutto obsolete. Ti chiedi chi è stato a comprarli, a suo tempo, immagini cantine svuotate o soffitte in cui si sono accumulati i volumi di qualche zio un po’ strano, una cugina che ha sempre sfuggito il matrimonio e la cui eredità ha raggiunto per vie confuse un pronipote del tutto inconsapevole.

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Fuochi

È un’angoscia sottile, l’odore di fumo nell’aria.
Quando questa mattina ho aperto la finestra mi sono detta che non potevano essere gli incendi nella Val di Susa, erano troppo distanti, probabilmente qualcuno stava solo bruciando delle foglie in un cortile. Ma sono passate le ore, l’odore non accenna a passare. E nel frattempo arrivano notizie di altri incendi, tutt’intorno: Ivrea, Castellamonte, Rivarolo. Il fumo diradato e invisibile che mi chiude un cerchio intorno alla testa da questa mattina è soltanto il fantasma di qualcosa che brucia più in alto, tra boschi e vallate.
Mi chiedo quanto debba essere forte, l’odore, là dove il fuoco si vede. Guardo il cielo, velato, ed è una minaccia discreta. Quasi in disparte.
È sempre strano, scoprirsi tanto impotenti di fronte a cose più grandi di noi. Ci penso ogni volta che si parla di un nuovo terremoto, un uragano, un’alluvione: terra e aria e acqua che si ribellano, o forse vanno semplicemente per la loro strada, e noi ci siamo in mezzo. Ma ciascun elemento si porta dietro un richiamo diverso, simbolico e astratto, e se l’acqua è ciò che rimane, ed erode, e nasconde, il fuoco ha una spietatezza feroce. E con il vento – secco, caldissimo per questi giorni di fine ottobre – diventa veloce, incontrollabile.
A parte quello in Val Susa – su cui, come ripete Wu Ming da giorni, c’è davvero un silenzio vergognoso – gli altri incendi sembrano essere limitati e stanno venendo soffocati in fretta. Ma non piove da mesi, e si sente nell’aria.
Non avrei mai pensato che, un giorno, addirittura io avrei sperato nella pioggia.