Madness

madness sam saxIn this ­­­powerful debut collection, sam sax explores and explodes the linkages between desire, addiction, and the history of mental health. These brave, formally dexterous poems examine antiquated diagnoses and procedures from hysteria to lobotomy; offer meditations on risky sex; and take up the poet’s personal and family histories as mental health patients and practitioners. Ultimately, Madness attempts to build a queer lineage out of inherited language and cultural artifacts; these poems trouble the static categories of sanity, heterosexuality, masculinity, normality, and health. sax’s innovative collection embodies the strange and disjunctive workings of the mind as it grapples to make sense of the world around it.

Ogni volta che finisco una di queste raccolte – mi è successo lo stesso con Autopsy di Donte Collins o Don’t Call Us Dead di Danez Smith, per dire i primi due che mi vengono in mente – ho l’istinto quasi insopprimibile di dire “Questo è il più bel libro che ho letto quest’anno”, ed è come se quella dichiarazione non cancellasse le precedenti, perché… la bellezza in fondo è un valore assoluto. E la cosa più incredibile di questa (nuova?) poesia è che ha tutto: contenuti e tecnica e quel di più ellittico che ti fa affondare le parole nel ventre e ti accende da dentro.

Continue reading “Madness”

Advertisements

«Just need another season»

In questi giorni sto leggendo The crown ain’t worth much, di Hanif Willis-Abdurraqib, cercando di centellinarlo, in qualche modo, e continuando a meravigliarmi del talento.

Ultimamente mi sono capitati tra le mani tantissimi libri di poesia afro-americana ed è sempre un leggero disagio, in realtà, trovarsi a leggere (e amare) qualcosa che è così dichiaratamente non scritto per te. Come spiare dal buco della serratura, o apprezzare la bellezza di qualche sofferenza a te estranea. Ma sta proprio qui il talento incredibile di questi autori, credo: nel riuscire a far esplodere le parole con tanta forza – senza violare minimamente il lessico e la sintassi, ma potenziandoli soltanto – da lasciare senza fiato anche qualcuno che non ha esperienza diretta di ciò che denunciano, e senza scivolare mai nella retorica.

E poi adesso su Twitter sono incappata nella sua lettura di una delle poesie della seconda sezione, ed è un ritratto così spietato di cose così universali, in realtà, che non ho potuto fare a meno di condividerla anche qui. Perché è sempre strano, ritrovarsi così. Nelle parole di altri, per quanto lontani.

«(…) you may ask why I allow my face to
drown in less and less joy with each passing year and I will say
I just woke up one day and I was a still photo in everyone else’s
home but my own. or I will say I promise that my legs just need
another season, and then I will be who you fell in love with again.
and then I will probably just say I’m sorry that there was once a
tremendous blue sky and then a decade of hard, incessant rain

(da “When I Say That Loving Me Is Kind Of Like Being A Chicago Bulls Fan” di Hanif Willis-Abdurraqib)

La poesia completa – insieme a un’altra – si può trovare qui, sul vecchio sito di Drunk at a Midnight Choir, e merita. Qui sotto, invece, il video della sua – meravigliosa – lettura.

Don’t Call Us Dead

Don't call us deadAward-winning poet Danez Smith is a groundbreaking force, celebrated for deft lyrics, urgent subjects, and performative power. Don’t Call Us Dead opens with a heartrending sequence that imagines an afterlife for black men shot by police, a place where suspicion, violence, and grief are forgotten and replaced with the safety, love, and longevity they deserved here on earth. Smith turns then to desire, mortality the dangers experienced in skin and body and blood and a diagnosis of HIV positive. “Some of us are killed / in pieces,” Smith writes, some of us all at once. Don’t Call Us Dead is an astonishing and ambitious collection, one that confronts, praises, and rebukes America–“Dear White America”–where every day is too often a funeral and not often enough a miracle.

Dovrò rileggerlo per riuscire a formulare un discorso articolato ma… Assolutamente perfetto. Durissimo e struggente e spietato, nell’affrontare il tema della violenza razziale negli USA – tanto con accuse dirette e precise, come in “you’re dead, america” («& where you died/grew something worse»), tanto con la presenza costante dei troppi giovani uccisi che infestano le pagine come fantasmi che non si può, né deve, dimenticare – ma anche nel riflettere su tematiche relative alla sessualità (ed è sempre struggente il modo in cui viene rappresentato l’obbligo di conformarsi a una mascolinità enfatizzata, soprattutto da ragazzini: “last summer of innocence” è un esempio perfetto) e alla pervasività del razzismo, anche interiorizzato; alle difficoltà di navigare il mondo degli incontri nel nostro presente iper-superficiale e iper-tecnologizzato; ma anche alla realtà dell’AIDS, l’altro fantasma costante, come un’ombra che si concretizza in versi strazianti (penso al finale di “it began right here”, per esempio). E poi, ancora, la delicatezza estrema – ma non per questo meno intensa o dolorosa – con cui si immagina un finale diverso, il miracolo di qualche dio più a misura d’uomo (o con una pelle diversa, forse, soltanto). Con così tanti rimandi – e così tante conversazioni aperte, nascoste – che sarebbero necessarie mille letture per iniziare a sviscerarli tutti.

outhouse

Ultimamente trovo briciole dappertutto. Oggi, su Twitter, qualcuno ha postato la foto di una poesia di Rachel McKibbens – che conoscevo senza saperlo, perché avevo già letto di certo almeno qualche frammento della sua Shiv – ed è stato il solito colpo allo stomaco. La poesia in questione – outhouse, su trauma&violenza&survivor’s guilt, quindi ecco, heads up, I guess – in realtà ha una risonanza diversa se letta nel contesto in cui è stata resa pubblica, come parte centrale di una sorta di trittico (sul suo blog, l’autrice avvisa che si parla di suicidio) pubblicato su Vinyl Poetry and Prose, ma ci tenevo ad averla anche sul blog, come specie di archivio. Quindi, ecco. Solo questo, immagino.

Continue reading “outhouse”

antinous among the reeds By Yves Olade

The Rising Phoenix Review

antinous among the reeds

When I was drowning I thought about the
light instead of the water, the accident
instead of the ache. Those half-drunk
moments on Tuesday nights when you’d
pass me a bottle that was empty. And I’d
say something like,
“Tell me about love.”
and you’d never answer, you’d just take

the bottle back and pretend you hadn’t
sucked out every good thing from inside it. I
knew I couldn’t keep you from the start.

Somehow it only ever rained when we
were waiting for the train to come. We’d
hold hands under the seats and pretend
I wasn’t crying, like I couldn’t feel the
water in my lungs already. At every stop
we’d smile about the weather, while you
pointed saying,
“Look how the
desert is always reaching outwards.”
Only something so vast and arid could
understand a hunger like mine.

When later you are picking…

View original post 112 more words