«Just need another season»

In questi giorni sto leggendo The crown ain’t worth much, di Hanif Willis-Abdurraqib, cercando di centellinarlo, in qualche modo, e continuando a meravigliarmi del talento.

Ultimamente mi sono capitati tra le mani tantissimi libri di poesia afro-americana ed è sempre un leggero disagio, in realtà, trovarsi a leggere (e amare) qualcosa che è così dichiaratamente non scritto per te. Come spiare dal buco della serratura, o apprezzare la bellezza di qualche sofferenza a te estranea. Ma sta proprio qui il talento incredibile di questi autori, credo: nel riuscire a far esplodere le parole con tanta forza – senza violare minimamente il lessico e la sintassi, ma potenziandoli soltanto – da lasciare senza fiato anche qualcuno che non ha esperienza diretta di ciò che denunciano, e senza scivolare mai nella retorica.

E poi adesso su Twitter sono incappata nella sua lettura di una delle poesie della seconda sezione, ed è un ritratto così spietato di cose così universali, in realtà, che non ho potuto fare a meno di condividerla anche qui. Perché è sempre strano, ritrovarsi così. Nelle parole di altri, per quanto lontani.

«(…) you may ask why I allow my face to
drown in less and less joy with each passing year and I will say
I just woke up one day and I was a still photo in everyone else’s
home but my own. or I will say I promise that my legs just need
another season, and then I will be who you fell in love with again.
and then I will probably just say I’m sorry that there was once a
tremendous blue sky and then a decade of hard, incessant rain

(da “When I Say That Loving Me Is Kind Of Like Being A Chicago Bulls Fan” di Hanif Willis-Abdurraqib)

La poesia completa – insieme a un’altra – si può trovare qui, sul vecchio sito di Drunk at a Midnight Choir, e merita. Qui sotto, invece, il video della sua – meravigliosa – lettura.

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Fantasmi

È qualche settimana che ho ripreso la ricerca di un romanzo sui fantasmi. È strano, perché non dovrebbe essere un’impresa impossibile, ma non credo di essere mai riuscita a trovarne uno che mi convincesse – che sfruttasse il potenziale che ci vedo dentro, che raccontasse una storia realmente perturbante, o almeno. Perturbante nel modo che sto cercando io.
La cosa che ci si avvicina di più, paradossalmente, è l’estetica di Hannibal, che di fantasmi non parla davvero ma ne è intriso lo stesso. O forse è soltanto una conseguenza di aver visto il Sesto Senso da bambina – il bisogno di sentire di nuovo quel brivido, di leggere una storia che parli davvero di permanenza, e di cosa significa avere a che fare con un’eco. Forse dovrei andare a recuperare quella storia letta online una decina d’anni fa, su Fictionpress, probabilmente: nella memoria, almeno, è l’unica che mi abbia lasciato qualcosa.
O provare a scriverla. Ma ci sto pensando da anni e ancora non sono riuscita a buttare giù una sola riga. Mi mancano gli strumenti, credo, vorrei avere una conoscenza un po’ più precisa degli standard del genere, prima. Solo, è difficile farsela se ogni volta che provi a leggere uno di quei libri inizi a sbadigliare alla terza pagina. (L’eccezione potrebbe essere stata The Haunting of Hill House di Shirley Jackson, perché tutto ciò che scrive Jackson è bellissimo, ma non ricordo di essere stata affascinata dal trattamento dei fantasmi neanche lì.)

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