Almost tomorrow

Credo che, comunque vadano le cose – che questa esperienza si riveli un buco nell’acqua, così come che ne esca invece qualcosa di realmente positivo e duraturo – e per quanto alla fine dei conti i lati negativi non esistano realmente (perché è comunque movimento, dopo anni di stagnazione, perché ha significato per una volta prendere un po’ di coraggio, e perché mi sta insegnando molto, già solo adesso, e questo è sempre bello), di tutta questa esperienza mi rimarranno tre cose, almeno:

  • La voce di mia madre, quando mi ha telefonato per dirmi che aveva finito di leggere le Lucciole; la commozione nel suo tono, così sincera, il suo dirmi che l’ultima parte l’ha davvero commossa. Ricordare quanto mi metteva ansia la sua possibile approvazione, prima; ricordare la paura che mancasse, o fosse viziata dal suo essere mia madre. E la dolcezza, invece.
  • Il sorriso di mio padre quando mi ha detto che aveva iniziato a leggerlo, e che le prime pagine gli piacevano tantissimo. «La dedica, soprattutto, perché è quello che dico anche io, in fondo», e rendersi conto che l’avevi scritta per lui, in realtà, quella frase. Che non era “a mio padre”, perché non aveva spazio in quella storia, ma era in fondo come se lo fosse. E poi il nostro discorso dopo averlo finito. Sentirsi finalmente libera, trasparente, intera: con un nuovo nome, e l’ombra ricucita.
  • Robi e l’abbraccio quando le ho dato la sua copia. Scarabocchiare una dedica all’ultimo mentre ci stavamo rimettendo i cappotti; il nostro bar deserto alle sei della sera, il freddo di dicembre in strada. I salatini mangiati al gelo pescandoli dal sacchetto e la consapevolezza di stare cambiando di continuo: di continuare a star crescendo.

Non so se sia molto. Ma è una parte della mia vita reale, fisica, che si sta finalmente amalgamando di nuovo con quella che per dieci anni ha rappresentato la parte più vera di me – lo sciogliersi della barriera che per troppo tempo ha diviso la mia realtà in comportamenti stagni, che mi ha fatto male in passato (che ci ha fatto male, probabilmente, perché S. è sicuramente quella che più ne ha pagato lo scotto) e che pian piano si è fatta più duttile senza che quasi me ne accorgessi. Un po’ a Siviglia, sotto quel sole. Un po’ a Torino, girando con Sabry per le strade, immaginando di incontrare altre persone per il momento soltanto lette. Conoscendo Stem.
È tutto limpido, adesso, e dolce.
Come ricominciare a scrivere.

E forse sono particolarmente riflessiva perché domani mi aspetta una giornata campale – perché a scuola ci sono gli incontri con i genitori e io dovrò passare il pomeriggio a fingere di sapere cosa sto facendo, ma in fondo anche questo è crescere, pare. L’età adulta forse non è altro che una bugia convincente.

Sono felice anche di questo, credo. Di star mettendo in gioco parti di me a cui fino a un paio d’anni fa non avrei mai creduto. Insegnare, tradurre, scrivere pensando a una pubblicazione. Chi l’avrebbe detto?
Se penso all’angoscia dei vent’anni mi sembra quasi un brutto sogno.

E nulla.
Vedremo.

 

 

 

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