#SharingBooks – Felicità

L’altro giorno su La siepe di more Baylee mi ha nominato in questo booktag adorabile di #sharingbooks sul tema della felicità.^^ (Che tra l’altro, mai visto nulla di più adatto di un hashtag che *condivide libri* accostato alla felicità.) Di solito sono una frana quando si tratta di svolgere queste cose in modo puntuale e ragionevole, ma questa volta mi sforzerò di seguire le regole. Cominciando con il postarle.^^

Per un mese, ogni lunedì viene scelto un tema e tutti i post della settimana devono riguardare quell’argomento.

  • Il post deve segnalare tre libri in tema con l’argomento del giorno e (opzione facoltativa) comprendere una citazione tratta da almeno uno dei libri.
  • Scrivere l’hashtag dell’evento, cioè #sharingbooks e il tema della settimana.
  • Taggare tre persone che a loro volta potranno, se lo desiderano, scrivere un post sullo stesso argomento con la stessa struttura. In ogni articolo uno dei libri dovrà essere ripreso dal post della persona che vi ha taggato, mentre gli altri due dovrete aggiungerli voi.

L’evento è iniziato lunedì 2 aprile, e terminerà il 29 aprile.

Come al solito, ho avuto un attimo di vuoto mentale al momento di trovare i libri da citare: mi venivano solo in mente cose drammaticissime o intense nella direzione sbagliata. Ma poi ho avuto l’illuminazione e mi sono goduta la possibilità di sfogliare di nuovo alcuni dei miei romanzi preferiti in assoluto.^^

comici spaventati guerrieriPrima di tutto: Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni, che oltre a essere stato l’Amore della mia adolescenza e conservare ancora tra le sue pagine un pezzetto del mio cuore – e oltre ad avere Lee, ed essere probabilmente responsabile di almeno alcune delle fisse per il poliamore che mi trascino dietro da non so neanche quanto tempo – contiene anche questo meraviglioso monologo che, secondo me, racchiude davvero il senso della felicità:

«Voglio vivere ancora duecentocinquanta anni.
Vivere da lucertola, strisciare sui muri al sole, sdraiarmi nel prato a zampe in su e pensare che il cielo non esiste, è un fazzoletto azzurro sugli occhi.
Voglio scappare da scuola, correre ancora nella biblioteca sotto i portici, a leggere libri che non dovevo leggere, i cui autori ringrazio.
Voglio rivedere le piazze piene di rabbia, e certe sere, seduti sui gradini, a perder tempo. Certe sere in cui sentivi che, in un paese lontano, una fucilata ammazzava uno come te.
Voglio rivedere tutti i miei amori anche quelli cosiddetti sbagliati. E tutti i miei amici in fila.
Voglio imparare a suonare il sassofono, studiare medicina, vedere i marziani. A settant’anni è il minimo.
Voglio sentire tutti in una volta i nodi con cui sono stato legato al mondo, ogni volta che la mia vita si è incrociata con un’altra. Crollare a terra sotto questo felice groviglio.
La felicità forse è un’altra cosa, ma quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non lo cambierei mai con niente. Se parte l’Arca, io non m’imbarco.»

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Sympathetic little monster

«The first device that could record sound was
made from the ear of a stolen corpse. Like the
photograph, the phonograph is a technology of
ghosts – for the first time, the voice floats free of
the body it signifies. But go back far enough &
you’ll alway find a skeleton, a madhouse, a
strange girl thrown into the dark. The story of
modernity is a ghost story, after all. The dead
walk into the room, whisper in your ear: How do
you think we got here? How do you think it’s going to
end?»
Cameron Awkward-Rich

Una vita non mia

«Di lì a poco smisi praticamente di uscire di casa, e del resto, più tempo passava, meno mi sembrava necessario lasciare la mia stanza. Mi sentivo gli occhi annebbiati. Ogni parte del mio corpo mi sembrava estranea, come se attaccate al mio corpo ci fossero le mani di qualcun altro, e una strana sensazione aliena cominciò ad arrampicarsi lungo la spina dorsale finché non sentii di avere il cervello nella testa sbagliata. Perfino la pelle del viso mi sembrava di qualcun altro, come se avessi potuto pelarla via senza farmi male, come si toglie la cera delle candele che si è raffreddata sulle dita. Qualsiasi cosa facessi, mi sembrava di recitare la parte di me stessa.»

(…)

«Forse Nat pensò che la nostra discussione avrebbe chiuso con l’argomento. Quella generazione tende a ragionare in termini di princìpi e di finali. Non capiscono cosa si può fare con internet, o che non esiste una fine delle cose, una via d’uscita. Non capiscono che niente rimane privato e niente svanisce. È come l’onda: la parte di dietro si mangia quella davanti.»

(…)

«Osservando Silvia, avevo imparato che una delle cose peggiori della malattia è che quasi tutti trovano poco chiara la tua sofferenza. Con questa tristezza era diverso. Sentivo che avevo bisogno di prendermene cura e di proteggerla dalla comprensione altrui. Desideravo la compassione di Susy perché volevo essere rassicurata e sentirmi meno sola, ma al contempo non la volevo – non volevo che il mio dolore privato entrasse a far parte di qualcosa di universale.»

Olivia Sudjic, Una vita non mia, trad. Chiara Bafa

«Just need another season»

In questi giorni sto leggendo The crown ain’t worth much, di Hanif Willis-Abdurraqib, cercando di centellinarlo, in qualche modo, e continuando a meravigliarmi del talento.

Ultimamente mi sono capitati tra le mani tantissimi libri di poesia afro-americana ed è sempre un leggero disagio, in realtà, trovarsi a leggere (e amare) qualcosa che è così dichiaratamente non scritto per te. Come spiare dal buco della serratura, o apprezzare la bellezza di qualche sofferenza a te estranea. Ma sta proprio qui il talento incredibile di questi autori, credo: nel riuscire a far esplodere le parole con tanta forza – senza violare minimamente il lessico e la sintassi, ma potenziandoli soltanto – da lasciare senza fiato anche qualcuno che non ha esperienza diretta di ciò che denunciano, e senza scivolare mai nella retorica.

E poi adesso su Twitter sono incappata nella sua lettura di una delle poesie della seconda sezione, ed è un ritratto così spietato di cose così universali, in realtà, che non ho potuto fare a meno di condividerla anche qui. Perché è sempre strano, ritrovarsi così. Nelle parole di altri, per quanto lontani.

«(…) you may ask why I allow my face to
drown in less and less joy with each passing year and I will say
I just woke up one day and I was a still photo in everyone else’s
home but my own. or I will say I promise that my legs just need
another season, and then I will be who you fell in love with again.
and then I will probably just say I’m sorry that there was once a
tremendous blue sky and then a decade of hard, incessant rain

(da “When I Say That Loving Me Is Kind Of Like Being A Chicago Bulls Fan” di Hanif Willis-Abdurraqib)

La poesia completa – insieme a un’altra – si può trovare qui, sul vecchio sito di Drunk at a Midnight Choir, e merita. Qui sotto, invece, il video della sua – meravigliosa – lettura.