«With enough practice»

Negli ultimi giorni ho ripreso a scrivere. Erano più o meno due mesi che non lo facevo – l’ultima volta era stato per riscrivere l’epilogo di Ultimo oceano che Ste mi aveva cassato in prima battuta – e una parte di me si sta chiedendo se non sarebbe stato meglio aspettare ancora, perché non sono in vena, ma l’altra parte si chiede se non sarebbe stato lo stesso a prescindere, se questa cosa che vivo come mancanza di ispirazione non è semplicemente un riflesso di tutto quello che sto ignorando e lasciando macerare.

Probabilmente sarebbe stato meglio se lunedì in coda alla consegna dell’ultima traduzione me ne fosse arrivata subito un’altra. O se quella bellissima che devo consegnare a gennaio non fosse già al punto in cui devo lasciarla riposare qualche settimana prima di poterla rileggere per forse l’ultima volta con occhi puliti, se avessi la possibilità di prendere altri lavori piccoli, da incastrare negli spazi vuoti e un po’ amorfi che costellano il mio calendario. Se l’idea di lavorare su proposte di traduzione non mi facesse venire la nausea per l’ansia da prestazione e la sindrome dell’impostore e tutte quelle simpatiche barriere mentali che non sai mai se sono lì per segnalarti che più avanti la strada è accidentata e non sei pronta o soltanto perché in fondo dentro di te c’è la peggiore nemica di te stessa.

La realtà è che ho qualche giorno di pausa, però. E a parte cominciare un’altra traduzione bellissima con la consegna davvero lontana nel tempo, sto cercando di rispettare almeno qualche promessa. A me stessa, a S., a tutta quella storia. Non riesco a capire se sia per questo che arranco, in realtà. Perché non c’è ispirazione vera. Non capisco neanche se l’ispirazione davvero manca, perché c’è una parte di me che è sempre stata così in sintonia con Helene che scivolare nella sua voce è un po’ come usare sempre la mia, e perché la storia che avevo in mente all’inizio, l’attacco, lo sfondo, tutto è già saltato in aria per accomodare la realtà mentale che mi trovo a vivere, per prestare a lei alcune delle cose che non posso raccontare. Trafugare dubbi, paure. Quel silenzio che hai dentro, quando non puoi più sentire qualcuno che ti ha dato la voce. Quel senso di usurpazione verso un dolore che non ti spetta di diritto, che non riesci a incasellare perché il rapporto stesso da cui nasce sfuggiva a ogni definizione. Perché le cose ambigue e vaghe e liquide sono belle e vive ma stanno comunque dentro un argine, e quando l’argine si piega, o si rompe – quando sparisce –, ti ritrovi con una distesa d’acqua intorno. Corrente impietosa e orizzonte invisibile, e la sensazione scomoda di non stare puntando i piedi abbastanza forte contro un fondo che non riesci a trovare. La responsabilità di un annegamento che non è tua, ma un po’ lo sembra comunque.

Non so se c’è sempre stato in lei questo nucleo di senso, se sto scavando per portare alla luce qualcosa che in fondo avevo sempre intuito o se l’ho svuotata di tutto quello che l’aveva definita fino adesso – nella mia mente, nella manciata di pagine che ho scritto di lei negli anni, nelle poche scene e nei frammenti – per riempirla di ciò che mi serve ora. Non so neppure se sarebbe sbagliato. A volte, in queste settimane sfrangiate in cui pensavo a lei perché mi ero imposta che adesso sarebbe stato il suo turno, e cercavo di adattare la sua storia alla cosa che mi interessa nel presente, e di cui ho bisogno nell’immediato, e qualcosa che potrebbe piacere anche a S., comunque, che non sembri un abbandono, ho avuto la sensazione che certe scelte le avessi già fatte da tempo, che gli scorci confusi, le impressioni svincolate da tutto fossero schegge di questa storia qui, che allora neppure immaginavo, uscita dall’accostamento di suggestioni diversissime. E adesso sto scrivendo a braccio anche se pensavo di avere già deciso il percorso, e in realtà finora ho scritto pochissimo – giusto quattromila parole, un prologo e l’inizio di un primo capitolo – e non so se la direzione che sto prendendo ha senso o è soltanto ripetitiva, se è solo uno sfogo perché non posso parlare di tutto quello che mi sta succedendo dentro – perché non posso neppure pensarci, non riesco –  e allora metto in testa a Helene cose assurde come scaramanzia, quella paura scomodissima e agghiacciante che a ogni cosa bella debba seguirne una brutta, gli shock di questi ultimi mesi, sempre più grossi e in qualche modo sempre più attutiti. A inizio settembre tutta questa cosa era già iniziata e ancora non lo sapevo, ero devastata per un dolore che adesso fatico a ricordare anche se allora mi schiacciava letteralmente il petto con tutte le potenzialità infinite che si stavano spegnendo. Quando ho ricevuto la prima telefonata, quella domenica poco prima di pranzo, stavo cercando di rimettermi in quadro, avevo (pensavo di aver) appena finito un romanzo e cominciato una traduzione bellissima (che adesso ho già quasi finito), e non c’era ancora niente di terribile e preciso eppure ho passato una settimana a piangere e sentirmi svuotata da tutto. Quando è arrivato il messaggio peggiore – o quasi, perché le cose possono sempre peggiorare – da cui non si poteva tornare indietro (perché è questo che mi uccide, comunque, che non si può tornare indietro, qualunque cosa succeda d’ora in avanti, qualunque cosa stia succedendo, dovrà comunque fare i conti con questo, le carte sono cambiate in ogni caso) ho singhiozzato due giorni e poi è arrivata questa strana quiete. Questa incredulità latente. Questo dolore sospeso, archiviato, questa paura che non riesco a tastare e non so se è colpa mia, delle mie cazzo di difese, di questa situazione assurda che mi ha letteralmente sigillato in una casa dove tutto continua esattamente come prima, il silenzio che non aiuta perché è troppo simile ad altri mesi lunghissimi in cui non ci si sentiva ma le cose andavano bene lo stesso ed ero preoccupata ma era una preoccupazione fisiologica. Adesso che ne ho tutta la ragione sono come una radio spenta. Devo costringermi a pensarci, e c’è una parte di me molto molto convinta che non ha nessuna cazzo di voglia di costringersi a una cosa che la fa stare di merda. Quindi niente. Resta giusto il senso di colpa.

E nulla. Immagino sia normale scegliere la via più facile, quando la sofferenza sarebbe del tutto gratuita. I meccanismi di difesa servono a questo, in fondo, e se ho passato la vita ad allenarmi per questo momento senza neanche saperlo – se questo momento stesso è allenamento per il futuro in cui, per un motivo o per l’altro, dovrò fare i conti comunque con qualche finale già scritto – forse va bene lo stesso, non è il momento migliore, con tutto ciò che sta succedendo a margine di questa storia, tra l’altro, nel mondo, nel cuore di questa assoluta impotenza, per tentare di darsi una svegliata e sperimentare le emozioni con tutta la violenza che farebbe loro giustizia.

Forse è solo questo bisogno di espiazione che mi fa pensare che più io sto male, meno starà male lei. Che posso scontare un po’ della pena. Che posso cambiare il corso delle cose con qualche sacrificio del tutto svincolato: una fallacia evidente. Persino io lo vedo, il cortocircuito logico: lo vede persino Helene. E dirlo con la sua voce, che è assurdo, potrebbe rendere la consapevolezza un po’ più radicata, forse. Smentire le sue convinzioni, disattivare le sue trappole potrebbe aiutarmi a modificare le mie.

Oppure ho semplicemente bisogno di consonanza, affinità. E anche questo va bene.

Magari tra due settimane-un mese – dopo aver cominciato un’altra traduzione a ritmo serrato, e aver accantonato questo incipit in attesa di avere di nuovo il tempo – riaprirò il file e scoprirò che niente di tutto questo mi torna, che la storia che voglio raccontare per Helene e Magda è un’altra, che Mark deve restare soltanto al margine e non essere la sua ombra. Che quello che ho impostato non funziona, non è sostenibile sulla lunga durata.

Si può sempre cancellare.

O lasciare il file dov’è, com’è, istantanea di un momento. Conservarlo a testimone. E aprirne un altro, per ricominciare da capo senza rinnegare niente.

Solo, continuo a pensare che Theo è cominciato in treno, sul cellulare, in un file di Google drive che S. ha letto in un lampo – stranamente – e anche se dopo si è eclissata come suo solito e ho continuato da sola per la maggior parte del tempo, anche se non è stata lei a farmi riprendere in mano la storia, quando ero spersa e confusa e non avevo più voglia di condividere niente con nessuno, anche se non l’ho scritto per lei, di fatto, perché sono state Ste e Camilla a ricevere i capitoli uno dopo l’altro, ad aspettarli e commentarli e darmi indicazioni, c’era comunque quella benedizione iniziale che mi ha accompagnata per tutto il percorso. Adesso sono sola, ed è la prima volta da tanto. Non so per quanto durerà, ed è inspiegabile anche questo. Come se mancasse un qualunque punto di riferimento: geografico, temporale. Emotivo.

E non so. Non so se dovrei scriverle, queste cose, in chiaro, intendo: non so perché non riesco più a scrivere sfoghi che poi tengo in privato. C’è ambivalenza anche in questo, nella voglia di dire e il bisogno di celare, ed è una cosa che odio, di solito, ma in questo caso non riguarda neppure solo me, e sento solo più profonda la paura del tradimento. Non riesco a cancellare, però, non penso neppure che riuscirei a salvare semplicemente il file sul computer invece di incollarlo sul blog. Lasciarlo da qualche parte.

Che poi è un po’ il rovescio di questa mia tendenza a lamentarmi di continuo del bisogno di comunità mentre intanto continuo a isolarmi sempre di più. Come se ci fossero due spinte opposte e altrettanto forti, e il risultato della loro tensione fosse questa stasi irrequieta e un po’ patetica, pure. Questo non fare, non dire. Lasciar correre. Lasciar andare.

È tutta la vita che mi esercito a farlo e non mi ha portato niente. Solo qualche rimpianto. Qualcuno più forte dell’altro. Se mi propongo di cominciare il contrario, non so da dove partire. «An indifference that,/with enough/practice, detachment leads to, though that was never/the plan, not on our part» scriveva Carl Phillips in una delle sue ultime poesie pubblicate, e mi ero messa a piangere, leggendolo, solo qualche settimana fa, anche se non ne capivo bene il motivo, e non so se lo capisco meglio adesso, ma forse. Quello che significa per me, almeno, il vuoto in cui risuona.

Nulla. Volevo dire che sto scrivendo – scrivendo Helene, scrivendo Magda, scrivendo due donne finalmente – e invece sono dirottata su tutto il resto. L’ennesimo post deprimente e criptico di cui potrei pentirmi tra un mese o un anno, o rileggere in un futuro diverso. Mi terrorizza la possibilità che in quel futuro potrà sembrarmi ricordo di un tempo quasi bello, migliore. Vorrei avere la forza di sperare nel contrario ma è così difficile.

E insomma, per chiudere e magari non so, rassicurare? Non è tutto terribile. Sto leggendo molto, Elia comincia a camminare e mi ha eletto sua assistente di deambulazione privilegiata, tra una decina di giorni Maya compirà tre anni ed è sempre più bella, io li amo sempre di più. Mirò passa letteralmente le ore a dormirmi in braccio. Oggi ho comprato un mazzo di tarocchi bellissimi che ho deciso di regalarmi come premio per non so bene che cosa. È un periodo difficile per tutti, ma questa difficoltà particolare io continuo a viverla in modo assolutamente privilegiato.

Se mi concentro solo su questo, è tutto a posto.

Vorrei poterlo fare senza sentirmi in colpa, ecco tutto.

Vorrei poter prendere un po’ di questa serenità miracolosa, nel contesto mondiale in cui è inserita, quella che riguarda me, almeno, una parte, e indirizzarla verso il buco che si è aperto nel mio mondo, in un angolo che non vede letteralmente nessuno, farla colare per i chilometri di distanza più o meno orizzontale che separano la mia vita dalla sua, dargliene in prestito un poco. Intrecciarla come coperta, come scudo.

Poter fare qualcosa di concreto.

Ma pensarci è inutile, in fondo. E l’unica cosa che mi ha chiesto di fare è scrivere, quindi tanto vale continuare con quello.

2 thoughts on “«With enough practice»

  1. “Che poi è un po’ il rovescio di questa mia tendenza a lamentarmi di continuo del bisogno di comunità mentre intanto continuo a isolarmi sempre di più. Come se ci fossero due spinte opposte e altrettanto forti, e il risultato della loro tensione fosse questa stasi irrequieta e un po’ patetica, pure. Questo non fare, non dire. Lasciar correre. Lasciar andare.”

    Sì. Stessa cosa. Mi consola e mi fa sentire meno sola sapere che, da qualche parte, qualcuno prova qualcosa di simile. Che sperimenta rotture e buchi qua e là come me, anche se per motivi forse molto diversi. Non posso entrare nel merito, ma comprendo come ti senti e forse l’essere privilegiati, se si danno le spalle al mondo per concentrarsi sulle proprie piccole cose, è proprio un discorso vero.

    Ti abbraccio.

    1. Micol

      Credo che rotture e buchi siamo in molti a sperimentarli, purtroppo, ma questa alternanza tra la voglia di aprirsi e fare cose con altri e quella di chiudersi in se stessi e non parlare neppure per me è molto familiare, sì, e anche in periodi meno bui di questo. ♥
      La possibilità di dare le spalle al mondo è senz’altro un privilegio e in fondo anche quella di essere “schermati” dalle cose che succedono e che ti toccano comunque, ma in modo più periferico. Ci sono dei momenti in cui preferirei quasi che non fosse così, però, perché in fondo quella di essere risparmiati è un’illusione e ho un po’ il terrore che prima o poi mi toccherà sbatterci il naso e non avrò neanche la consolazione di aver preso parte a tutto, di averlo vissuto. In parte ci sono già passata e non credo di essermelo mai perdonato del tutto; adesso non è colpa mia, perché non potrei fare davvero altrimenti, ma boh. Il senso di colpa resta lo stesso.
      E niente. Grazie del passaggio. Ti abbraccio anche io ♥

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