«Something was alway burning»

Settembre è stato un mese infinito: per me si è chiuso ieri, in qualche modo, insieme agli scampoli dell’inverno che mi trascinavo da marzo – ho avuto l’ultima lezione di un corso che la pandemia aveva congelato, il risultato di una prova che per fortuna è andata benissimo – e credo che sia questo a farmi inciampare nel pensiero, adesso, più che tutto. Il fatto che è concluso, ma quello che l’aveva reso così lungo e sfilacciato è ancora intatto, ho solo fatto l’abitudine a portarmelo dentro. O il tempo ne ha sbiadito l’impatto, non so. Riesco di nuovo a respirare, in qualche modo, ma ho l’impressione costante che sia soprattutto perché mi sto raccontando una storia diversa. Ho smesso di riflettere sul serio, di pensare.

Per sperare, essenzialmente. Per credere che tutto debba andare bene.

L’ottimismo è una declinazione così insolita del mio carattere che mi lascia sempre spiazzata, quando lo sento arrivare.

E come al solito quando c’è qualcosa di brutto da dire mi rifugio nell’ellissi ancora più del normale: non spiego niente e alludo, aggiro, qualunque cosa pur di evitare un discorso diretto. Vorrei avere un altro atteggiamento, di solito, ma questa volta quello che mi ha tramortito mi tocca in modo così indiretto – perché è un’altra persona che soffre, che resiste, che ha paura, io non vivo quel che sta accadendo ogni giorno, sono troppo lontana – che usare parole più chiare sarebbe un tradimento imperdonabile. Non riesco nemmeno a pentirmene: le ultime settimane sono state fatte di silenzio, non avevo voglia di parlare neanche con le persone che sapevano. Non avevo voglia di scrivere, persino leggere era diventato qualcosa di vuoto. Non ricordo che mi fosse mai capitato.

(C’è stato un giorno, in particolare, nella prima settimana dopo la notizia, in cui mi sono ritrovata con la famiglia in cortile, a guardare i bambini giocare, e mi sono resa conto che il cervello mancava: non tutto, solo la parte che rende così transitoria la mia presenza nel mondo. Era come se una radio si fosse spenta di colpo. Come se le pareti avessero smesso di restituire l’eco. Non avevo voglia di scrivere niente, di immaginare, non avevo voglia di entrare in un mondo diverso neanche per fuggire. O forse era la forza, a mancare: la capacità del salto. Ho pensato: sarà così, vivere normalmente? Una vita soltanto, invece di tutte le ombre? Ci sarà qualcuno che sa farlo anche per stare bene? Quando lunedì scorso ho sentito germogliare il seme di una storia nuova, è stato un sollievo così grande – un tale ritrovamento – che per un paio di giorni mi è sembrato che tutto fosse tornato normale anche fuori dalla mia testa. Un’illusione e basta.)

E non so. Non so neanche se tutto questo dovrei dirlo qui o su Effemeridi. Ma il punto, è sostanzialmente, che una persona che amo, che fa parte della mia vita in modo così indissolubile che non saprei dire chi sono senza di lei – chi sarei stata se non ne avessi incrociato la traiettoria – sta male, in un modo complicato e confuso che in certi giorni mi fa pensare che tutto potrà risolversi nel nulla, tornare alla normalità e basta, e altri giorni mi sprofonda nel terrore di diagnosi non ancora complete, di cure non ancora avviate, ed è come una crepa. Il diramarsi tentacolare di tante incrinature più piccole nella superficie della mia vita. Del mio rapporto con il mondo, con la scrittura. E non so come andranno le cose – non so bene neanche come stiano andando, perché sono lontana e una delle costanti del nostro rapporto è sempre stata il suo tentativo di proteggermi dalla parte più dolorosa della sua vita – ma mi ero ripromessa che da ottobre avrei ricominciato a fare atto di presenza, che avrei ripreso in mano i progetti avviati, i propositi che avevo formulato quest’estate e che si sono infranti bruscamente sull’inizio dell’autunno, quindi lo sento un po’ come un imperativo. Portare avanti le cose. Non lasciare che si perdano. Continuare come se tutto fosse a posto, perché a posto torni davvero, perché una volta finito questo periodo si possa continuare senza troppo sforzo.

Sentivo il bisogno di dirlo, però. Per rispetto, credo, più che per trasparenza. Che non c’è niente di a posto, in realtà, che questo filtro opaco e opprimente modifica tutto. Che ridere, studiare, distrarsi – leggere un libro e amarlo, parlare di qualcosa che si è pensato o visto, lavorare a una storia, evadere con la mente e l’anima – è una fatica pazzesca. Un impegno da mantenere e insieme un buco di sensi di colpa in cui mi sento inciampare a ogni passo.

Ci sto lavorando. Su tanti livelli, in modi diretti e indiretti. Non so con quale risultato.

Spero di riuscire a tornare presto per parlare delle nuove cose in cantiere, delle buone notizie che intanto arrivano: un po’ inspiegabilmente, in questo tempo infinito. Vorrei riuscire a impostare un modo diverso di stare sul web, un ritorno alle origini vero, che mi aiuti a essere presente nel modo che voglio e a smettere di inseguire cose che non mi interessano e mi fanno solo sentire da schifo. Ieri pomeriggio, reduce da una lezione che mi terrorizzava da mesi e che invece è stata bellissima, pensavo a quanto mi sono mutilata, in questi anni, a quanto ho smesso di credere in quello che faccio, nel suo valore per gli altri e non solo per me: a quanto ho smesso di credere di avere qualcosa da dire. Da insegnare, se non agli altri a me stessa, nel solo modo in cui ho sempre saputo capire davvero qualcosa: attraverso la scrittura. Ho questo bisogno di ricominciare a studiare, di farlo seriamente, e di raccontare cosa imparo, rielaborarlo con le mie parole. Non so se a qualcuno interesserà, ma devo smettere di pensare a quello che ho in mano adesso come se non potesse cambiare, a quello che sono adesso come se fosse lo stadio definitivo, immutabile. Ieri ho capito che si può imparare a leggere, a scrivere, in modo sempre più preciso e profondo. Basta metterci impegno ed esercizio. Vorrei riuscire a farlo. E a parlarne, magari, nel frattempo, per ricominciare a lasciare un piccolo segno davvero.

Non so come andranno le cose, in questo periodo così fragile. In questo presente sospeso, nel piccolo come nel grande. Nella mia testa e nel mondo. Sull’orlo di questo precipizio. L’intenzione c’è, però, almeno.      

Cercherò di farla bastare.

PS – Il titolo è un verso di Ocean Vuong, perché «It was always October in my throat» e perché nelle settimane scorse continuavo a pensare solo a quello: il fuoco, dentro e fuori di noi, lontano e vicino, metafora e devastazione. Il cielo di San Francisco. Tutti gli incendi che ci sono sfuggiti di mano. E non c’era spazio per parlarne, qui – forse non c’era molto da dire, nemmeno – ma nella mente, nella gola, è un bruciare continuo.

2 thoughts on “«Something was alway burning»

  1. “Vorrei riuscire a impostare un modo diverso di stare sul web, un ritorno alle origini vero, che mi aiuti a essere presente nel modo che voglio e a smettere di inseguire cose che non mi interessano e mi fanno solo sentire da schifo. Ieri pomeriggio, reduce da una lezione che mi terrorizzava da mesi e che invece è stata bellissima, pensavo a quanto mi sono mutilata, in questi anni, a quanto ho smesso di credere in quello che faccio, nel suo valore per gli altri e non solo per me: a quanto ho smesso di credere di avere qualcosa da dire.”

    Riporto questo passaggio per esprimerti tutta la mia vicinanza: mi ci riconosco appieno, in ogni singola parola. Cercare di porsi diversamente sul web (ma io aggiungerei nel mondo), smetterla di inseguire cose che “non ci interessano e ci fanno solo sentire da schifo” (quanta verità. Infinita), le mutilazioni, l’aver smesso di credere in noi e in cosa facciamo, l’avere qualcosa da dire. Ecco, ti abbraccio forte per tutto questo, perché davvero riesco a sentire quello che senti tu.

    E, naturalmente, io sono di quelli a cui interesserà sapere cosa impari attraverso le tue parole. È quella la bellezza dello studio: assorbire e rielaborare, offrire al mondo il frutto dell’unione fra l’appreso e noi. Lì c’è del nuovo, non nelle mere nozioni. Aspettiamo e cerchiamo di essere ottimisti, perché è vero che non è facile, per alcuni di noi. Ma ce lo dovremmo un po’ pù spesso, anche senza troppi motivi per farlo.
    Avanti tutta.

    1. Micol

      Grazie del commento, Mick! <3 Stavo per dire che sono felice di non essere l'unica, ma ecco: forse avrei preferito, non è proprio una bella cosa da augurare al prossimo.^^ Non mi stupisce, però, credo sia anche un po' inevitabile: quando inizi a pubblicare e a ragionare sulla promozione (magari con l'illusione di prenderci prima o poi dimestichezza^^) la prima cosa che ti dicono è di puntare al target e insomma, sulla carta qualunque cosa parli di amore con personaggi gay/queer somiglia moltissimo al romance MM, è naturale guardare a quel bacino di lettori. Ci metti un po' a capire anche tutte le altre cose che comporta, e forse ancora di più ad ammettere che a te stanno strette. E quando decidi di provare a scostartene hai quel senso di "tradimento" (ne parlavi in un post proprio oggi, se non sbaglio, anche se forse ti riferivi a tutt'altro^^) o di boh, alterigia, come se dire che vuoi fare altro significasse crederti chissà chi e dichiararti migliore. (La sindrome dell'impostore poi è sempre disponibilissima, in questi casi.^^)
      Però sì, alla fine ognuno deve capire da sé quali sono le cose che lo spingono ad andare avanti. Io insomma. Sto molto meglio quando scrivo di relazioni ambigue e/o più o meno poliamorose e poesia che quando cerco di modificare le cose che mi interessano per renderle potenzialmente interessanti al lettore medio di MM, quindi sto cercando di smetterla di preoccuparmi del riscontro e fare cose che interessano davvero me, e che mi stimolano a crescere nella direzione che voglio. Negli ultimi mesi è andata piuttosto bene, dal punto di vista della produttività, tutto sommato.^^ (C'è un po' il piccolo problema che se non scrivi per gli altri diventa difficilissimo convincersi a *condividere* con gli altri quello che hai scritto sostanzialmente per te stessa e le due/tre persone che condividono la tua estetica, ma ecco. Ci si proverà.^^)

      Grazie anche per l'incoraggiamento a parlare di quello che studio/rielaboro.^^ Ai tempi dell'università lo facevo tantissimo e senza pensarci due volte, ma è pazzesco quanto adesso mi venga difficile: come se prima di dire qualcosa su un argomento dovessi esserne l'esperta mondiale. Presumo sia una qualche versione del paradosso dell'ignoranza, ma insomma, è fastidioso comunque. Cercherò di superarlo.^^
      Un abbraccio! <3

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s