Cigni di carta

Aprendo quella che potrebbe essere la mia prossima lettura – Distancia de rescate di Samanta Schweblin, comprato appena uscito sull’onda dell’amore ma non ancora letto malgrado nel frattempo sia stato tradotto in inglese e persino candidato al Man Booker Prize – ho ritrovato il cigno origami che uno dei ragazzini mi aveva inspiegabilmente lasciato sulla cattedra alla fine di una delle prime lezioni. L’effetto è stato più o meno lo stesso di allora: un wtf intenerito e molto confuso.

A volte mi chiedo se tornerò mai a insegnare; quando non ci sono possibilità all’orizzonte, mi illudo che il passaggio del tempo renda meno spaventosa la prospettiva. Poi capita qualcosa – tipo l’ennesima convocazione per graduatorie di terza fascia con il tuo nome al primo posto in un periodo in cui non sei proprio strapienissima di lavoro – e nonostante il mio animo da formica sogni la temporanea stabilità che offrirebbe, il solo pensiero di accettare mi strema.

Non capisco se qualcosa mi manca, di quella vita. O forse non capisco soltanto se quel che mi manca basterà mai a compensare tutte le altre cose di cui continuerei volentierissimo a fare a meno.

Alcuni ricordi belli ci sono, però. Anche nelle parti che vorrei cancellare. Il flash di uno sguardo, qualche battuta, la possibilità di fermarsi in punta di piedi sull’orlo di certe dinamiche e studiarle dall’esterno, la tenerezza che in fondo mi facevano tutti, persino i peggiori. Cose dolci come un cigno costruito con un foglio di carta a quadretti.

(E i libri messi in borsa per le ore buche e ritrovati dopo anni, con ricordi infilati tra le pagine come segnalibri.)

 

Ho appena scoperto che oggi è il compleanno di Adrienne Rich. Mi fa sempre un effetto strano il modo in cui le ricorrenze punteggiano il mio rapporto con gli autori: prima di frequentare Twitter non ne ricordavo mai una, adesso sono un’occasione per riprendere in mano i testi di qualcuno in particolare, ritrovare parole di cui hai bisogno anche senza saperlo. Con Rich, in particolare, ogni ritorno è sempre un nuovo respiro.

«A dream of tenderness / wrestles with all I know of history» recita uno dei versi sottolineati anni fa, nella pagina aperta a caso grazie a qualche provvidenziale orecchia, e forse è anche per questo che continuo a tornare da lei, periodicamente: per il modo in cui riusciva a raccontare trasversalmente – What kind of times are these resta la poesia politica per eccellenza, secondo me – e per la lucidità che infondeva in ogni singola parola. Per la tenerezza (senza cui siamo all’inferno, come ci ricorda) e l’interrogarsi continuo. Senza pretendere di sapere davvero.

 

E non so. Forse è questa primavera strana e spezzattata, a legarmi lo stomaco in un nodo che non riesco a sciogliere da settimane, ormai, a parte intervalli brevi. Forse è la prospettiva delle elezioni imminenti e l’assoluto deserto di prospettive credibili che mi si apre davanti, forse è la pioggerella di notizie stancanti, demoralizzanti, spaventose, il cinismo inevitabile che rende difficile dar credito anche a quelle più belle. Forse è soltanto che giugno sembra un miraggio, anche se sta dietro l’angolo. E con lui, tutto ciò che dovrebbe portare, di entusiasmante e bello.

(A giorni, spero, arriverà qualche notizia che dovrebbe renderlo più concreto.)

Ma fatico a stare bene se non ho le mani immerse nella terra e il sole che cade addosso, sulle gambe o dietro la nuca. Sono reduce da una spedizione al vivaio dove ho praticamente investito l’intero budget che avevo messo da parte per il Salto – che quest’anno ho disertato, per ragioni che non ho ancora chiarito del tutto neanche a me stessa e fanno sostanzialmente capo allo stesso nodo che mi stritola – e ho appena finito di riempire le due fioriere del terrazzo: la passiflora è ancora quella dell’anno scorso, e anche una delle edere è quella che avevo rischiato di uccidere quando mi ostinavo a tenerla in casa al chiuso, ma ne ho aggiunta un’altra che vorrei far arrampicare sul graticcio e poi un sacco di fiori: margherite alte e violette, garofanini fucsia, delle campanule lilla che quest’inverno mi sono quasi morte e altre bordure. Ieri sono tornata a casa dall’orto per scoprire che Ari mi aveva trovato un’altra clematis, più semplice della meraviglia che mi sono regalata un mesetto fa – un bocciolo aveva cominciato ad aprirsi la settimana scorsa, ma il vento me l’ha decapitato prima che potessi confermare che è davvero incantevole come promesso – e oggi ho messo a dimora anche lei. Nel fine settimana, credo, darò l’impregnante a un altro graticcio.

Ogni volta che finisco un lavoro come questo – quando torno dall’orto, o mi lavo le mani sporche di noce scuro, o spazzo via dal terrazzo il terriccio rovesciato – registro con una sorta di stupore l’assenza dell’oppressione nel petto; e ogni volta passano le ore, mi metto a fare altro, e basta il minimo pensiero molesto a far bruciare di nuovo tutto.

Sto cercando di convincermi a trovare un altro ritmo.

Qualcosa che catturi i pensieri, che li convogli in un flusso più ordinato. Forse persino più produttivo.

(Per quanto la produttività sia un concetto sempre più antipatico. A volte sembra una forma di sovversione anche questa: ricordarsi di vivere e basta. Respirare. Assorbire luce e crescere piano piano, infinitesimamente, come un fiore o una pianta.)

 

(È qualche giorno che ho in testa ossessivo il finale della canzone che De Gregori ha dedicato a Pasolini, A Pa’: «Voglio vivere come i gigli nei campi / e come gli uccelli nel cielo campare», che poi la memoria associa per forza al “volare” dell’ultimissimo verso. È stranamente rilassante soltanto ripeterlo.)

 

Probabilmente ho solo bisogno di estate, in realtà. Quest’anno vorrei riuscire a concedermi qualche giorno di vacanza, fare scorta di sole: è da settembre scorso che me lo ripeto, quando mi sono ritrovata alle porte dell’autunno più stanca di prima. Adesso non posso neanche dire di essere esaurita, perché anche se non faccio una vacanza vera da così tanto tempo che fatico a ricordarlo le ultime settimane sono state abbastanza rilassate dal punto di vista lavorativo, ma è questo continuo inseguire le cose, credo. Unito all’impressione di restare ferma. Il tempo che passa, il tempo che stagna.

Tutto apparenza.

Speriamo arrivi la scossa nella direzione giusta.

 

E in realtà, nulla. Avevo cominciato questo post come uno status su Facebook perché volevo raccontare del cigno di carta, ma mi sono un po’ persa, ed era così tanto che non aggiornavo Rumoralilas che ho pensato di approfittarne per parlare un po’ a ruota libera. Ho cambiato qualcosina, nel frattempo – aggiunto la sezione delle traduzioni, modificato quella dei romanzi. Sto cercando di unificare in qualche modo i due lati di me che rispondono a nome diverso, più che altro perché a uno non voglio rinunciare e dell’altro non posso fare a meno. Il risultato lascia ancora un po’ a desiderare, ma insomma. È un inizio.

Passo dopo passo.

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