By heart

Oggi – ieri forse, quando cliccherò invio – fanno vent’anni dalla prima pubblicazione di Q di Luther Blissett, e ho perso il conto ormai del numero di foto o citazioni o commenti  al riguardo che ho visto circolare da stamattina su Twitter. Sono finita a prendere in mano la mia copia anche io, cercando quello che era il mio capitolo preferito; mi sono messa a rileggerlo a bassa voce. Ed era strano il modo in cui le parole scivolavano l’una dietro l’altra, un po’ perché si chiamano in generale, come tutte le scritture buone, ma un po’ anche perché la voce – la lingua – erano allenate ad associarle. Come una memoria muscolare anche in quel caso: non solo per i gesti, o i passi, o le abitudini, ma le cose che mandi a memoria. O che ripeti così tante volte da trasformare la memoria in impronta.

Mi sono accorta che non sto più leggendo in quel modo, ora. Non mi capita più di fissarmi su un libro e tornarci sopra ancora e ancora, nel modo in cui lo facevo a sedici anni, almeno, quando davvero ogni cosa amata si trasformava in incantesimo, cantilena che ritracciava la tua identità stessa. Leggevo, e rileggevo soprattutto, e a ogni nuova rilettura le parole scivolavano più a fondo. In impronte che ancora adesso restano.

Mi è capitato con Q, in alcune parti. Mi è capitato con certi libri di Benni, Memorie di Adriano, Paula e tutte le poesie che ho imparato in italiano. Mi è capitato con Armand della Rice, persino, e con alcune delle original del web che hanno scolpito il mio immaginario. Mi capitava con le cose che scrivevo io.

Adesso è come se non ci fosse più tempo.

O ci fosse troppo.

Da leggere, vedere, scrivere di nuovo. L’ipotesi di soffermarsi più dello stretto necessario mi fa paura, quasi, perché il tempo di stare ferma per goderti quella bellezza e altre dieci cose imprescindibili ti passano accanto, si sommano e moltiplicano in qualche forma esponenziale. Solo che, per inseguirle, è come se te le lasciassi sfuggire.

Una forma di consumo anche quella. Che resta in superficie e non trasforma.

E non so cosa sto dicendo, esattamente. Non so se è soltanto una questione di età, di intensità più distillata. Divisa tra mille altre cose diverse. Forse è solo che alcune impronte puoi formarle solo quando sei davvero duttile.

Ma mi fa effetto a volte ritrovarmi sulla lingua parole che ho imparato quando ero una persona impercettibilmente diversa. E non ricordare l’atto dell’apprendimento in sé, le mille volte in cui devi essere tornata su quella frase – non ricordare se l’hai fatto apposta, anche solo in parte, o se è stato davvero un caso inevitabile – ma semplicemente la catena di parole stessa. A volte non sapresti dirla, prima: devi pronunciarle. Come se le estraessi a forza da qualche sabbia in cui sono sprofondate, e ti stupissi della scioltezza con cui emergono.

Il fatto che siano tutte letture vecchie mi disturba. Come se fosse una cosa che ho perso. Un’intimità con me stessa e con i ritmi interni delle frasi, una dimensione del tempo. E si ripercuote su tutto, più o meno. Nelle cose che leggo, in quelle che scrivo. Forse l’eccezione è proprio solo quello che traduco, perché la ripetizione in quel caso è inevitabile e anche un po’ ossessiva, ma riguarda altro. È affaticata, mai miracolosa.

Forse dovrei ricominciare a imparare a memoria. Forzare la mano, un po’ come quando mi sono costretta a ricominciare a leggere in italiano. Se si tratta di un muscolo davvero, l’unica è probabilmente allenarlo.

(E a dirla tutta, l’esercizio stesso di decidere su cosa valga la pena soffermarsi tanto sarebbe probabilmente utile, in questo periodo.)

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