Autoscritture

È da qualche giorno che mi chiedo cosa scrivere per chiudere questo anno così strano, che per certi versi sembra già finito da un secolo e per altri neanche a metà, appena cominciato. La realtà è che non sono in grado di fare bilanci, perché sono successe troppe cose contrastanti e il mio vissuto, in particolare, è stata un’altalena continua di alti e bassi, sprazzi di ottimismo seguiti da fasi più lunghe di assestamento, di demoralizzazione. Tensioni sotterranee.

Per certi versi credo di essere più serena del solito, in questi giorni, ma il resto – nelle sue grandezze e piccolezze – aleggia come un’ombra, si trascina su tutto. Non ho voglia di dargli un nome, è già troppo pervasivo.

O forse è solo la mancanza di una vacanza vera e propria, di uno stacco netto.

(Ho qualche sogno che accarezzo, per il prossimo anno. Persone che mi piacerebbe abbracciare, luoghi che vorrei rivedere. Decisioni da prendere. Non so se riuscirò a fare tutto, o anche solo una parte, ma il fatto stesso di pensarlo è già un passo avanti, presumo. Rispetto al solito.)

Avrei voluto produrre almeno una classifica di lettura, dato che la mia vita sta ruotando sempre più intorno ai libri, ma… continuo a scontrarmi con l’idea che non avrebbe senso. Se guardo su GR il riassunto delle letture di quest’anno, le prime mi sembrano così lontane che non posso quasi credere appartengano davvero al 2018, e ci sono cose troppo varie, troppi pochi punti fermi capaci di dare un senso all’operazione. Ho letto pochissime nuove uscite, e di quelle poche alcune non sono ancora tradotte. (Così, sparse: La festa nera di Violetta Bellocchio, di cui qui ho scritto qualche appunto fulmineo; La dimensione oscura di Nona Fernández; L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, di cui ormai ho parlato dovunque, e The Witch Tree di Tana French, che si conferma sempre di più l’autrice a cui vorrei davvero, davvero tanto somigliare).

Ma la verità è che più ci penso, più mi rendo conto che in termini di libri per me quest’anno è definito da Alexander Chee, e visto che ancora non ne ho parlato davvero ho deciso di farlo adesso, anche se non è ancora stato tradotto e parlare di cose pubblicate solo in inglese mi sembra sempre un esercizio di inutilità totale.

Ma lui lo merita. E meriteremmo di poterlo leggere tutti, in realtà.

Ci sono libri che ami e consumi una pagina dopo l’altra, e altro così intensi che devi centellinarli per non ubriacarti del tutto; a me capita, almeno. Abbastanza spesso. E i due libri di Chee che ho letto finora rientrano senz’altro in questa seconda categoria (il terzo, che cronologicamente è il secondo, sta aspettando il momento giusto, anche perché promette di essere una cosa un po’ diversa).

Non so neanche da dove cominciare, a spiegare perché sia rimasta così incantata dalla sua scrittura. Mi sono imbattuta in lui grazie al podcast di Food4Thots (che meriterebbe un post a parte di suo, perché è il podcast di un quartetto multietnico di artisti queer assolutamente meraviglioso e mi restituisce un po’ di fiducia nell’umanità ogni volta che lo ascolto) e ho comprato il suo ultimo libro del tutto a scatola chiusa e senza enormi aspettative, dato che consiste in una raccolta di saggi autobiografici su svariati temi – il titolo è letteralmente How To Write An Autobiographical Novel – e io non ho mai avuto particolare interesse per le autobiografie. (O così mi sono sempre detta). Ma. Definirlo “raccolta di saggi autobiografici” è sicuramente riduttivo. Qualunque definizione sarebbe riduttiva, in realtà, perché quello che Chee fa nei sedici pezzi perfetti che compongono questo libro è donare – con una generosità e una coerenza commovente – chiavi di lettura preziosissime per qualunque cosa: per scrivere, innanzitutto, perché la scrittura è parte integrante della sua vita da sempre, ma anche per resistere all’orrore che ci circonda, per amare con più presenza, per imparare a conoscersi e smettere di tradirsi, per dire addio ai morti e celebrarli, per stare più vicini ai vivi. Parla di tutto, in quei pezzi: dalla lettura dei tarocchi alla devastazione dell’Aids nella San Francisco degli anni Novanta; dai consigli per gestire le finanze domestiche alle strategie per guardare con lucidità questo nostro mondo sempre più buio (le parti sull’11 settembre e sul giorno dopo l’elezione di Trump sono terribili, e ancora di più per le somiglianze nella reazione emotiva agli eventi); dalla coltivazione di rose (“Rosary” è uno dei pezzi più belli in una raccolta letteralmente piena di pezzi memorabili) alle peculiarità delle sue particolari coordinate esistenziali – coreano e americano, birazziale, gay, attivista – e l’impatto che hanno avuto sulla sua vita. E in tutto questo, come una vena sotterranea, la scrittura. E la scrittura di Edinburgh, in particolare.

Non credo di aver mai letto nulla che mi abbia ispirato a lavorare sulla mia scrittura quanto questi due libri letti di fila. A prenderla sul serio, a cercarle un significato, a cercare un significato in me, nella mia vita. E non so cosa avrei pensato del suo romanzo d’esordio se avessi letto quello per primo; non so se l’avrei amato in modo diverso. È possibile. Ma arrivarci così, a ritroso, conoscendone già la storia, la gestazione, i pentimenti, le difficoltà e le maschere e i dolori ha reso l’esperienza ancora diversa. Più profonda, credo. E più difficile, al tempo stesso, più impudica.

Dopo averlo finito – ho impiegato mesi a finire sia l’uno che l’altro, ma sto parlando di Edinburgh in particolare, adesso – mi sono sentita svuotata per giorni. Come se avessi ricevuto risposta a qualche domanda che stavo facendo da sempre senza neanche saperlo. Come se chiudendo il libro avessi chiuso anche quello, domanda e risposta, al sicuro tra pagine che potrei riaprire quando voglio. È il potere della letteratura, credo. E di una letteratura che, più di ogni altra, è un vero esorcismo.

Non credo di avere la forza di parlarne a fondo, adesso. Non nel dettaglio. È la storia – romanzata e insieme vera, distillata come tutte le storie più autentiche – dell’abuso perpetrato da un insegnante di canto  sui bambini che gli erano stati affidati; il narratore è vittima e testimone al tempo stesso, coinvolto in modalità complesse, contraddittorie, e la sua storia parla del senso di colpa. Parla della violenza. Parla dei fantasmi che ci portiamo dentro, di ragazzini così veri da spezzare il fiato – non credo di aver mai letto descrizioni così *reali* ed *adulte* di preadolescenti, come se fossero viste dai loro occhi, quando ti credi già così grande che è come se lo fossi, ma in realtà non lo sei – di come tutto sia più complicato di quanto vorremmo credere, e al tempo stesso nitidissimo. E la scrittura è così intensa e cristallina, così visiva e al tempo stesso simbolica, che sembrava affondare dentro a ogni parola. Riverberare in ogni sfumatura.

E non so neanche a quante persone lo consiglierei, anche se fosse disponibile nella nostra lingua – ho sognato di tradurlo, a volte, e ogni volta il sogno si è trasformato in incubo fin troppo in fretta – perché è come un pezzo di vetro, taglia se solo stringi un po’ più forte la mano. Ma credo mi abbia cambiato come poche altre cose che ho letto – credo che abbia cambiato le cose che ho bisogno di scrivere, persino, come un esorcismo – e davvero, se penso alle letture di quest’anno, continuo a inciampare su queste. Su di lui. E innamorarmi di nuovo.

(Edinburgh è stato rifiutato da praticamente ogni CE possibile perché nessuno sapeva come marketizzarlo – “È una storia gay?”, chiedevano, “è una storia etnica, perché autore e protagonista sono coreano-americani?” e nessuno centrava il punto, ovvio – e Hanya Yanagihara, l’autrice di Una vita come tante, ha tentato in ogni modo di farlo pubblicare nella sua collana , senza successo; poi è stato accettato da una piccola casa editrice che stava per fallire ed è valso all’autore un *Whiting Award*, e anche solo questo dovrebbe essere una lezione per tutti. Sulla perseveranza. Sull’ostinazione. Su quanto schifo faccia il mercato editoriale. Sull’amore che un autore può portare al pezzo di sé che raccoglie in un romanzo, e come questa sia la cosa più importante, e sul miracolo che avviene quando quel pezzo di se stesso si spande e diventa anche un riflesso di chi lo legge senza saperne niente).

Spero che il prossimo anno mi porterà incontri altrettanto importanti. Spero di continuare a essere permeabile alle fascinazioni, di farmi cambiare ancora dalle cose che leggo; di trovare altre ossessioni private raccontate con parole altrui e gli stessi simboli, e scoprirne di nuove, calarmici.

In realtà, lo auguro un po’ a tutti.

E su questa nota – assolutamente non prevista, ma che dà quasi un senso a questo delirio buttato giù soltanto perché il tempo stava per scadere – penso di poter chiudere anche questa volta.

Vedremo che cosa arriverà.

 

 

 

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6 thoughts on “Autoscritture

  1. Ariadne Jones

    Credo che tu abbia scritto un augurio bellissimo, per il quale ti ringrazio. In realtà ogni volta che ti leggo mi viene da scriverti che invidio tantissimo il modo che hai di parlare di libri, che mi faresti venir voglia pure di leggere un foglietto gualcito della lista della spesa trovato a terra, se lo consigliassi qui. Perché si vede che i libri sono la tua vita. Quindi qualsiasi desiderio tu abbia per l’anno nuovo ti auguro di realizzarlo, o comunque di avvicinartici un poco, un passo alla volta, che sembra niente e invece spesso è tutto.

    1. Micol

      Arrivo a rispondere un po’ in ritardo, ma… Grazie, Daniela.^^ Davvero. Parlare dei libri che amo è una delle cose che più mi diverte, e sapere che non sono solo deliri a vuoto è sempre bellissimo. <3 (Oltre al fatto che "How to write an autobiographical novel" è davvero uno di quei libri che regalerei a chiunque sia anche solo un po' interessato alla scrittura.^^)
      Spero che anche per te quest'anno porti tantissime soddisfazioni, e cose che ti riempiono. E che il momento buio stia passando.

    1. Micol

      ^____^ Spero che ti piaceranno, ma soprattutto per “How To Write an Autobiographical Novel”, l’ho amato così tanto – e ho visto così tanta gente amarlo, da quando è uscito – che ne sono abbastanza convinta.^^

      1. Dalle tue parole spno abbastanza convinta di sì, anche se potresti convincermi a leggere qualsiasi cosa, adoro il modo in cui parli delle tue letture!💜

  2. Stefania Covella

    “Spero che il prossimo anno mi porterà incontri altrettanto importanti. Spero di continuare a essere permeabile alle fascinazioni, di farmi cambiare ancora dalle cose che leggo; di trovare altre ossessioni private raccontate con parole altrui e gli stessi simboli, e scoprirne di nuove, calarmici.”
    Questo è l’augurio più bello del mondo.
    Di “How To Write an Autobiographical Novel” me ne avevi parlato. Non leggo in lingua originale da una vita, potrei iniziare da questo. ^^

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