Strange days*

Sono giorni strani. Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare davvero un modo più preciso per definirli: sarà l’autunno che avanza, sarà l’estate non davvero vissuta, o l’inspiegabile – perché tutta mentale – nebbia che sento aleggiare sui prossimi mesi della mia vita, ma è tutta la settimana che riverso paranoie confuse nell’inbox di Sabrina, cercando di dipanare non capisco neanche bene quale matassa.

In parte credo c’entri il fatto che dovrei avere un grosso annuncio da fare, a breve, ma mi sono imposta di non parlarne pubblicamente finché non avrò la certezza pressoché matematica che non si riveli una bolla di sapone, e quindi la settimana si è trascinata nell’attesa di questa conferma non ancora pervenuta, e boh. Mi sento sospesa a metà, tra la felicità e l’ansia. Che, trattandosi di me, significa più che altro che sto appesa all’ansia chiedendomi perché non riesco a essere felice e basta. *rolls*

Oltre a questo c’è, okay, il fatto che sto lavorando a una traduzione diversissima dal solito, a cui tenevo parecchio proprio per questo, ma che mi sta dando così tanto da penare che praticamente passo metà del tempo a fissare lo schermo chiedendomi che cosa posso fare per portarla nella direzione che voglio. E boh. È sempre demotivante, per me, volare alla cieca con la sensazione di non saper dare il massimo. O che il mio massimo sia inferiore a quello di qualcun altro. E questo vuol dire che il mio cervello continua a propormi distrazioni, e io le accolgo come funi di salvataggio che in realtà mi strangolano, e arrivo alla fine della giornata sentendomi pochissimo produttiva e stanca lo stesso. E confusa, penso. Un po’ su tutto.

(Giusto perché il mio cervello non riesce a compartimentalizzare davvero le cose, e quel senso di inadeguatezza e correre a vuoto tende a espandersi come una specie di macchia d’olio anche su questione che, obiettivamente, con la mia capacità o meno d’inventarmi un linguaggio frizzante per tradurre un libro per bambini non hanno nulla a che fare.)

E poi c’è l’autunno, che arriva a sprazzi, la pioggia che continua a ticchettare sul lucernario e che oggi mi ha sorpreso a tradimento anche mentre stavo nell’orto; la voglia di restare avviluppata nel letto senza fare altro che leggere, forse. Forse neanche quello.

Sto scrivendo, più o meno. Ho come al solito mille idee per la testa – le stesse che avevo l’anno scorso prima di puntare definitivamente sugli Aironi, più un’altra ventina aggiuntasi nel frattempo – e sto cercando di concentrarmi più che altro sul progetto meglio avviato (cioè, di cui conosco già i personaggi e per ho già una scaletta decente e che non dovrebbe scapparmi troppo di mano, ovvero: Carlos&Vivian) ma sono appena agli inizi, ed è la fase in cui tutto è ancora informe e i personaggi (per quanto conosciuti) non hanno trovato la voce, e sto anche sperimentando il passato, per la prima volta dopo una quindicina d’anni, il che significa un altro volo alla cieca assoluto.

E boh. È tutto strano. *rolls*

Settembre di solito è il mese in cui ho voglia di imbarcarmi in mille cose nuove, o quanto meno sognarle. Quest’anno quel desiderio è smorzato, invece, come se non avessi abbastanza nutrimento. (Metafora portata dall’orto, presumo. *rolls* Il che è particolarmente buffo.) Ho l’impulso di progettare, e non riesco a spiccare il salto.

La cosa più positiva in tutto questo è che sto leggendo. E leggendo sul serio, letteratura, il che indica quanto meno che nonostante la stanchezza non sono risprofondata nella negazione totale del mondo di un paio d’anni fa. Mi sono innamorata perdutamente dell’ennesimo autore americano, Alexander Chee, che oltre ad aver pubblicato da poco quello che è probabilmente il più bel libro sulla scrittura (e su mille altre cose fondamentali) che mi sia mai capitato sottomano, How To Write An Autobiographical Novel, ha anche scritto un romanzo d’esordio che sto centellinando quasi peggio della raccolta di saggi di cui sopra, e che è straordinario, terribile e meraviglioso al contempo. Il che mi sta facendo pensare anche un sacco alla scrittura in senso lato, ovviamente, e a quello che vorrei cercare di prendere da me, e quello che posso ragionevolmente aspettarmi; e mi trovo costantemente ferma al bivio tra lo scrivere per divertirmi e lo scrivere per – in qualche modo almeno – fare sul serio. Senza avere neanche capito esattamente cosa intenda, io, per “fare sul serio” in termini di scrittura; l’altro dubbio costante degli ultimi anni.

Sto raccogliendo tessere, strada facendo. Cercando libri che mi stimolino, e nella direzione che voglio; cercando autori che mi diano lo stesso. Da un punto di vista etico&estetico, che poi è l’unico davvero importante, credo, nel mio sistema di cose. Il che, ecco. Forse è già una risposta in sé. Da articolare. Non so bene come.

(Ed è importante, forse – anche se potrebbe essere soprattutto una razionalizzazione – che questi autori che mi stimolano siano tutti queer: perché ho bisogno, credo, di mettermi in testa che puoi fare sul serio senza tagliare via quella parte; che puoi costruire qualcosa di visceralmente importante solo affondando le mani in ciò che ti definisce. Sono dieci anni che ci giro intorno, almeno, e ancora non ho trovato un modo di crederci del tutto, e non so bene quale parte del mio percorso debba superare per riuscirci, ma credo di stare maturando, da quel punto di vista. Il che è già qualcosa, presumo. Anche se le conclusioni concrete sono ancora molto nebulose, per il momento, e comunque non ho la più pallida idea di come potrei fare a metterle in pratica.)

Forse è anche un problema di quando ti trovi immerso nel momento, però: vedere il disegno complessivo è difficile, continui a confonderti con ombre e sfumature. O forse è un problema di fiducia, più che tutto; più che in te stesso, nel tuo percorso. Come se una parte di te stesse aspettando comunque l’ostacolo che farà deragliare il tutto e vivesse in funzione di quello. Invece che del viaggio stesso.

(Ne parlavo con un’amica, l’altra sera; sono discorsi che tornano. Forse a forza di ripeterli acquisteranno anche un senso diverso.)

E nulla. Sono le sei e un quarto.

Forse è il caso che torni dai miei pesci zombie e mi rimetta a fissare un altro po’ lo schermo. *rolls*

(Un giorno arriverà anche un post di senso compiuto, giuro. Solo, non adesso. Se poi smettessi di aprire&chiudere parentesi, sarebbe già un primo passo…)

 

(*Il titolo è arrivato all’ultimo, non so se per pigrizia o se per fare contento Mattia.^^)

One thought on “Strange days*

  1. Stefania Covella

    “Mi sento sospesa a metà, tra la felicità e l’ansia. Che, trattandosi di me, significa più che altro che sto appesa all’ansia chiedendomi perché non riesco a essere felice e basta. *rolls*” praticamente la storia della mia vita. *rolls*

    Mi dispiace di non essere molto presente, sono nel triangolo delle bermuda fino al 10, finalmente l’11 torno a Lecce e riavrò i miei tempi e spazi e il pacco da mandarti e il tempo (ma soprattutto la connessione) per scriverti per bene tutto quello che è successo questo mese.

    Ovviamente hai allungato la mia wishilist di letture (ormai infinita). Mi dispiace sentirti così malinconica, e con la scrittura fai già sul serio, stanno per accadere cose bellissime e ogni passo e più importante e serio e boh… sempre in crescita. Quindi va bene, la direzione è giusta, la velocità è costante. Vivian mi manca molto, sarebbe bello leggere di nuovo di lui. ^^

    Ma poi, quanto è carino un libro per bambini sui pesci zombie? ^^^^^^

    Ogni giorno penso di scriverti, meno male che ogni tanto scrivi un post e io mi sento così vicina che sento che potrei essere lì e poggiarti la testa sulla spalla, non resisto e interrompo tutto per commentare. Seguo l’impulso, un po’ insensato e inutile forse, sincero però.

    Poi ho letto un post di un blog (questo: https://malesangue.com/2018/05/27/non-dire-gatto/) e ho pensato un sacco a Cortázar che, per parlare dei limiti della natura umana, ha scritto “e così i gatti diventano telefoni che l’uomo non sa ascoltare”. E vorrei poterti spiegare cosa mi colpisce e perché ti penso, non solo perché si parla di gatti, ma perché si parla delle persone. Ma so che lo capirai lo stesso.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s