Estemporaneamente

Ho passato metà pomeriggio a tradurre un romanzo – chick lit, direi, più che romance in senso stretto – che è praticamente un condensato dei peggiori luoghi comuni sull’eterosessualità presentati come norma assoluta – e a tratti persino… ispirazione positiva? – e la metà successiva a cercare respiro in Food4Thot, che continua a confermarsi come la sintesi di tutto quello che ho sempre desiderato – sessualità&intersezionalità&letteratura, in una combinazione esaltante e spassosa – e non so. È una contrapposizione strana. Mi asciugavo i capelli al sole con le voci di quei quattro uomini brillanti nelle orecchie e intanto nel cervello avevo ancora l’impronta di quel piattume assoluto, quel senso di soffocamento. Pensavo di averlo superato, o almeno, di essermi lasciata alle spalle la fase del “cosa ho da spartire io con il resto del mondo”, ma evidentemente la positività aggressiva funziona solo fino a un certo punto.

E immagino sia difficile essere tolleranti davvero, quando quelle gabbie ti crescono intorno dappertutto e non sai neanche cosa potresti fare, per evitarle, se decidessi di uscire dal tuo guscio. Qualche salto ellittico, probabilmente, catapultarti in tutto un altro contesto. Come fanno, presumo, quelli che non escono sistematicamente 100% introversi in ogni test del MyersBriggs e hanno bisogno di attività sociali più di una volta a settimana a dir tanto. O che non aggiungono l’ansia sociale al cocktail, o tutte le altre variabili coincidenti che contribuiscono a fare di me la creatura asociale che sono da più di dieci anni. 

Ma il punto, credo – quello che mi ha fatto più effetto – è che in realtà, in una versione ridotta, di persone simili ai protagonisti del romanzo che sto traducendo è stata piena tutta la mia adolescenza. Sono quelle che mi sono lasciata alle spalle più per noncuranza che intenzione, la maggior parte delle amiche con cui sono cresciuta, i loro ragazzi con cui non ho mai saputo legare. Quel divario incolmabile tra le femmine che guardano la partita distrattamente mentre i maschi ne hanno bisogno per sopravvivere; quella scissione netta dei passatempi così normalizzata, la mancanza schiacciante di qualche dimensione più grande, sociale o collettiva; l’assunto di base che, silenziosamente, trasforma ogni relazione romantica in una coesistenza parallela, qualcosa per cui bisogna lavorare non perché ogni interazione umana è figlia di compromesso e apertura e fatica, ma perché non si basa tanto su complicità, intesa personale, comunanza di interessi, quanto su qualcosa che davvero, davvero, non è per fare la femminista di turno, o perché è un paio di giorni che Adrienne Rich mi manca molto, ma non riesco a chiamare in altro modo che eterosessualità compulsiva. E d’accordo, di certo in tutto questo gioca un ruolo notevole la mia graysessualità confusa, e l’asocialità di cui prima non aiuta, ma tutto quanto mi fa così tanta fatica. E non so. Mi fa fatica anche il pensiero che possa non essere soltanto questo, il punto, perché la scena che davvero mi ha ucciso, nel romanzo incriminato, vede la protagonista riesumare uno scatolone di ricordi del periodo post-college tra cui spicca un album di fotografie per un *matrimonio fittizio*. Che lei e i suoi amici avevano organizzato per il puro *piacere di partecipare a un matrimonio*. E non so. Probabilmente c’entra anche l’avversione alle nozze che i miei mi hanno tramandato nel patrimonio genetico, e l’avversione alle cerimonie che ne costituisce il 50%, e l’ansia assoluta che mi provoca l’idea di spendere una quantità significativa di tempo (e denaro, ma quello è il meno: pagherei per evitare l’investimento di tempo, credo) per comprare&provare&sfoggiare vestiti eleganti e organizzare la cerimonia e parteciparvi. Tutto per *divertimento*. Abiti scomodi, chiacchiere vaghe, alcol e pranzi infiniti.

È praticamente la descrizione di un mio incubo.

E non so, forse in effetti è stato proprio il discorso sulle nozze a turbarmi. O il fatto che sia capitato oggi, quando per mille ragioni ero già un po’ in bilico su tutto, e quando credevo di avere superato questa insofferenza in materia dopo essermi commossa al matrimonio di Ro (nonostante poi sia andata come è andata) e avere imparato a festeggiare le vittorie che la comunità LGBTQ sta raccogliendo su quel fronte, ed essermi anche imbattuta in resoconti meravigliosi e sognanti come quello di un’adorata autrice di fanfiction che l’anno scorso ha sposato il suo fidanzato in una cerimonia officiata dalla sua ragazza. Perché a quanto pare la tenerezza delle relazioni poli distrugge ogni mia riserva.

Ma era un po’ che riuscivo a non pensare davvero a quanto io sia fuori posto in quasi tutto ed è stato sgradevole ricordamelo così, in modo un po’ inaspettato.

(Anche se poi, appunto. Mi sono messa al sole ad ascoltare Food4Thots e tutto è tornato a posto, perché qualche luogo dove scappare c’è sempre. Anche se sei introversa, e asociale, e il posto migliore resta la tua testa, comunque. Le voci altrui tengono almeno compagnia.)

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4 thoughts on “Estemporaneamente

  1. Pingback: #SharingBooks – Felicità – La siepe di more

  2. Capisco la spiacevole sensazione… in questo momento sto leggendo “Più di due: Guida pratica al poliamore etico” e, nonostante le mille difficoltà di metter su relazioni poliamorose e i mille trigger che queste possono scatenare, mi sta trasmettendo un’enorme serenità… sono relazioni “complicate”, che sfidano tutto quello che ci è stato insegnato sui modi di relazionarsi a potenziali partner, ma anche molto liberatorie.

    1. Micol

      Credo sia una delle ragioni per cui le relazioni poliamorose mi interessano tanto, in effetti. Cioè, di base c’è una componente molto personale per cui a me *davvero* trasmettono – come ideale – più serenità delle relazioni a due, ma a livello più razionale mi affascina proprio tantissimo l’idea di una relazione che non può basarsi su schemi preconcetti. E che quindi è più complicata (oltre alla semplice matematica per cui… se mettere insieme le complessità di due persone può essere esplosivo, farlo con *più di due* è necessariamente ancora più complesso) ma anche più personalizzata, per certi versi. E, per funzionare, estremamente legata alla comunicazione.
      (“Più di due” mi interessa tantissimo, comunque. Sto seguendo la tua lettura: sono felice di sapere che ti sta piacendo. Credo lo prenderò anche io.^^)

      1. Anche a me, pur con tutte le difficoltà (e “Più di due” le evidenzia molto bene, più che può), danno un’idea di serenità e rilassatezza (della serie, se questo sistema non funziona, vediamo di cercarne un altro insieme senza far di tutto per incastrarsi in modi prefissati).
        Al momento (ma non sono ancora a metà), posso dirti che “Più di due” è più maturo dell’altro che ho letto, “La zoccola etica”, che dava più l’impressione dei consigli che possono due vecchie zie esperte delle cose del mondo. Non che “La zoccola etica” sia un brutto libro – tutt’altro – ma “Più di due” è molto pratico e più vicino alla nostra sensibilità, essendo più recente…

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