Di bilanci&ricordi

È una decina di giorni che cerco di scrivere qualcosa su questa fine, senza mai trovare il giusto attacco o la giusta voce: avrei voluto parlare dei libri che ho letto, di quelli che ho amato; delle cose che ho scritto e che ho in mente di scrivere; di ciò che ho tradotto, vissuto. Fare qualche bilancio. Ma mi sembra che esca tutto vuoto, noioso, troppo discorsivo, quindi… Ho deciso di darmi ai ricordi, dieci istantanee che fissino quest’anno. Per sommi capi, almeno. E in ordine sparsissimo.

(E mi rendo conto che è un post molto intimo, e sibillino, e avrei voluto poter fare gli auguri in modo più aperto e proiettato all’esterno, invece di chiudermi a sfogliare ricordi che hanno senso per pochi. Ma non sono sempre brava con gli abbracci, e l’introspezione è un’abitudine difficile da curare; il narcisismo ancora peggio. Questa è stata una settimana strana, raccolta e nervosa, e forse avevo bisogno di questo, più che tutto. Fissare. Dare un limite. Ma voglio bene a tutti, e vi abbraccio. E anche se non so bene come dirlo in modo che abbia peso sul serio, spero davvero che il prossimo anno sia bellissimo. E che porti a tutti l’avverarsi – o la nascita, che a volte è altrettanto importante – di qualche sogno.)

Più sotto, quindi – come dovere di cronaca alla me del futuro^^ – dieci istantanee di questo 2017.

  1. L’attimo in cui mi sono decisa a premere “cancella” sulla schermata della Rosa. Primo perché l’ho appena fatto – il coraggio mi è mancato fino a dieci minuti fa, praticamente^^ – e perché l’ho rimandato per mesi, l’ho quasi evitato del tutto. (Se non avessi passato l’autunno ad annunciare la cosa, avrei lasciato perdere e basta, credo). Perché sono dieci anni, ed è Sabrina, e il nostro percorso insieme, e tutto quello che abbiamo iniziato senza neanche immaginare. E perché è la cosa che fissa in modo più definitivo una fine.
  2. Maya. E le ore passate a cullarla, ipnotizzandomi coi suoi occhi e senza pensare assolutamente a nulla, se non al suo corpo, alle sue espressioni: una vita in potenza. Con la musica in sottofondo e i fianchi che si muovono dolci, d’istinto, io che normalmente non ballo davanti a nessuno. De André che canta, intanto, Storia di un impiegato. E la consapevolezza di essere cresciuta con quella voce, su quelle parole, unita al pensiero di essere lì. Adesso. Ad ascoltarle con mia nipote in braccio. Adulta, almeno in qualche modo.
  3. Le giornate trascorse con Ste accampata in casa, mentre cercava appartamento. I pomeriggi coi portatili poggiati sul tavolo della cucina, a lavorare e chiacchierare e mostrarci gli schermi a vicenda. Le serate sul divano, una tisana e la coperta, a guardare Eyewitness e capire quanto importante sia la presenza, e il contatto umano, e l’amicizia. Anche per chi come me – di regola – vive di distanza.
  4. Il momento in cui ho firmato il mio – nostro – primo contratto di pubblicazione. Per la storia di Ash e Michael, in una nuova forma e con un nuovo nome. E la malinconia per la ragazzina che amava quei personaggi con tutta se stessa, e la consapevolezza che è sempre lì, ma che è anche cresciuta.
  5. Il giorno in cui ho conosciuto Camilla. L’autunno di Torino, il fiume che scorreva, le foglie che frusciavano sotto le scarpe – gialle e rosse e sparse a terra – e la tenerezza di un’amicizia alimentata per anni solo di parole – lette e scritte – che finalmente trova un volto, un passo, una voce. Ed è nuova e diversa, e al tempo stesso sempre uguale.
  6. Le ore passate a camminare per casa con un libro di poesia tra le mani, sillabando e le parole in un sussurro, a mezza voce, in silenzio, coi versi interrotti che si conficcavano in gola come arpioni e le lacrime che seguivano come pesci, senza ragione evidente. La sensazione di avere ritrovato me stessa che solo quel tipo di intensità assoluta sa dare.
  7. Il momento in cui ho ricevuto la proposta di tradurre un autore che amo tantissimo, e mi sono trovata a saltellare per casa come non avevo mai fatto, elettrizzata e felice e momentaneamente in pace col mondo. E quello – mesi dopo – in cui ne ho ricevuto un’altra per un libro bellissimo, e importante, di cui ho amato l’idea prima ancora di innamorarmi della sua realizzazione.
  8. La commozione dei saluti a scuola, con i ragazzi che sapevo non avrei più rivisto e quelli che credevo avrei ritrovato quest’anno. La sensazione strana di esserci e non esserci al tempo stesso, di avere un posto e forse non volerlo, e il senso paralizzante di incompetenza che sfuma nella percezione umana di non avere fallito del tutto. E la certezza che, se mai tornerò a insegnare e deciderò di dedicarmici sul serio, sarà l’amore a salvarmi. Perché, per paradossale che sia, è ciò che mi riesce meglio.
  9. I giorni passati in chat con Sabrina, a litigare e discutere e riplasmare la Rosa perché diventasse qualcosa su cui investire ancora del tempo, prima di sapere che proprio il tempo si sarebbe inciampato e avremmo dovuto accantonare per un poco il progetto. Il senso di meraviglia provato scrivendo il nuovo incipit su Björn, e la sensazione impagabile di una serie di parole che si dispone, quasi magicamente, a raccontare qualcosa di giusto.
  10. Quella domenica di maggio in cui con Robi siamo andate al Balon, e tutto sembrava dolce e vivo e in armonia con il mondo, quasi fossimo state in vacanza e non in una mattina rubata a un mese intenso e lavorativo. Il piacere del sole sulla pelle, il caldo che arrivava, l’estate dietro l’angolo e il sapore del pranzo al ristorante marocchino. I colori della gente, delle bancarelle, del cielo. Uno scorcio di gioia da chiudere nel pugno. E la consapevolezza – di nuovo – che la vita è anche questo.

E nulla. I propositi domani, spero.
Per adesso, c’è ancora un libro che vorrei finire di leggere prima di chiudere l’anno.^^

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