Di definizioni&consegne

Non so se è solo una conseguenza della mia totale incapacità di dire addio alle cose, ma consegnare una traduzione mi mette sempre addosso una strana nostalgia. È un misto di rimpianto per l’imperfezione inevitabile – dato che nulla è più perpetuamente perfettibile di una traduzione – e di malinconia per una storia che hai maneggiato per mesi, di solito, che hai dovuto fare tua a volte anche senza volerlo: alla fine concludi l’ultima rilettura, e se tutto va bene ti stupisci quasi di quanto scorra piacevolmente, soprattutto se la confronti al disastro della prima; sistemi la formattazione, fai qualche ultimo controllo a campione, soffochi la tentazione di cambiare per la centesima volta la stessa frase che ti rimbalzi in testa da una settimana, e carichi il file nell’e-mail.

Dovresti premere invio, dopo, ma esiti. Spesso.

(Nel momento in cui scrivo, il thriller che mi fa compagnia da circa metà ottobre sta aspettando in un’e-mail già conclusa, a cui devo soltanto aggiungere l’indirizzo; e questo bisogno di sospendere e rimandare è patologico, in fondo, lo so. Ma è difficile evitarlo.)

Negli ultimi mesi ho riflettuto molto sul mio rapporto con la traduzione. Forse è che mi sto imponendo di prenderla più seriamente, o meglio, di prendere più sul serio il mio ruolo in proposito: sono tre anni che traduco a ritmo praticamente quotidiano, ma per qualche ragione inspiegabile l’idea di definirmi “traduttrice” mi fa ancora lo stesso effetto esilarante del primo giorno. Ed è assurda, forse, questa necessità di distinguere tra essere e svolgere una professione, più che altro perché si tratta di uno scarto tutto interno: non dovrebbe esserci alcun bisogno di aggiungere le maiuscole all’idea di un mestiere, eppure non riesco a superarlo. Ed è la stessa cosa con la scrittura, in fondo: quando ci si dovrebbe sentire a proprio agio nel definirsi “scrittore”? Alla fine del primo romanzo? Dopo la prima pubblicazione? Quando lo certifica una casa editrice?

Sono tutti criteri che, traducendo, rispetto ampiamente da tempo. Eppure.

Ma forse è soltanto la solita vecchia Sindrome dell’Impostore. Finché non dichiari pubblicamente di essere qualcosa, hai sempre un qualche schermo dietro cui difenderti: non ti stai fregiando di nessun titolo, in fondo, stai soltanto facendo qualcosa, e nessuno può davvero rimproverarti niente a parte le mancanze specifiche del tuo lavoro concreto. Che di solito – paradossalmente – ti preoccupano meno della generica convinzione di non essere all’altezza di qualche ruolo nebuloso.

Sto cercando di lasciarmela alle spalle, in ogni caso.

(Nel frattempo, mi sono anche decisa ad aggiungere il destinatario all’e-mail e premere invio.^^)

D’altro canto, però, forse le categorie di onore e fregio sono quelle sbagliate per decidere se un mestiere ti sta o no bene addosso. Forse conta di più lo spirito con cui l’affronti, come gestisci la pressione, se la prospettiva di passare la giornata a svolgerlo ti riempie di tristezza o di entusiasmo. Per me, almeno, è quasi un paradosso: non sento di lavorare come traduttrice perché farlo non mi pesa, perché anche quando lavoro tantissimo e ho una consegna alle porte l’ansia non è mai troppa, perché, quando vado a dormire, pensare ai capitoli che mi attendono il giorno seguente mi mette un sorriso sulle labbra. E questo a prescindere, in realtà, dal romanzo che ho per le mani in un dato momento: nel profondo, mi sono divertita a tradurre anche il libro più brutto su cui ho lavorato, quello di cui a distanza di mesi spio ancora le vendite su Amazon, con la tentazione costante di votare le (obiettivamente troppo poche *rolls*) recensioni disastrose.

E non so, forse è perché il mio immediato futuro potrebbe trascorrere a tradurre due romanzi che amo invece tantissimo – uno dei quali è in cantiere da mesi, in realtà, e mi sta riempiendo di gioia&ansia al tempo stesso – forse è perché il thriller che ho appena salutato mi è piaciuto comunque e si avvicinava abbastanza al tipo di romanzo su cui avevo voglia di lavorare, o forse è semplicemente il tentato ottimismo che sto cercando di applicare a qualche aspetto della mia vita, ma sono soddisfatta.

E adesso forse farei meglio a staccare, e vedere di occuparmi un po’ delle cose che negli ultimi tre giorni ho trascurato presa dal delirio pre-consegna. *rolls* Tipo pulire casa, per dire. O riordinare l’ammasso di fogli che si sono progressivamente accumulati sulla scrivania.^^

[Non credo sia esattamente il post sulla traduzione che aspettavi, Ste, ma passo dopo passo magari riuscirò anche a scrivere qualcosa più nel merito, giuro.^^ <3]

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2 thoughts on “Di definizioni&consegne

  1. Mick Grey

    Come sempre, bel dilemma.

    Chi ci definisce qualcosa? Il rientro economico? La dichiarazione pubblica? Noi stessi, il nostro sentire, l’altrui riconoscimento?

    Non so. Ogni volta che ho solo pensato di potermi definire scrittore, un giorno, mi è parso un sogno irraggiungibile, un’ambizione troppo alta, una presunzione che non potevo permettermi. È sempre stato qualcosa di così grande e meraviglioso ai miei occhi, fin da quando ero piccola, che mai ho realmente pensato di poterne essere degna un giorno.

    E ancora oggi non riesco a definirmi tale. Scrivo; non so se basti a definirmi scrittore. Forse nel senso meramente letterale del termine, come “qualcuno che scrive”, di sicuro non autore. Quello è un titolo che spetta a pochi.

    È sempre bello scoprire che non si è soli in certe riflessioni. Grazie.

    1. micolmian

      È davvero un terreno spinoso, e se ci aggiungiamo paranoie e timidezze e sindromi dell’impostore varie lo diventa ancora di più.^^
      Ma una cosa che mi entusiasma sempre, in scambi di questo tipo, è rendermi conto di quanto sia davvero importante la dimensione soggettiva dei termini che scegliamo. Perché per esempio – stranamente^^ – io non ho questo stesso blocco nell’uso della parola “autore”, forse perché non riesco a usarla da sola e quindi nella mia testa richiede per forza il completamento in “di che cosa”. E così sono abituata a leggere di “autore di fanfiction” e “autore di romanzi rosa” e “autore di Titolo Qualunque” e la vivo in maniera meno intensa, più accostabile anche a quello che faccio io. (In effetti, forse è perché nel mio vocabolario personale è un termine che descrive *quello che fai*, appunto, non *quello che sei*, come invece fa per me “scrittore”).
      A volte mi sembra che sia proprio questione di usare o no mentalmente le “maiuscole”, quando si sceglie un termine. Io tipo, so di essere una traduttrice – perché di fatto lo sono: è il mio lavoro, mi pagano, ci pago le tasse e tutto – ma probabilmente ho problemi a dirlo perché inconsciamente quel termine mi fa pensare alle Traduttrici “vere” (lo stavo mettendo senza virgolette^^, giusto perché non stiamo parlando di inconscio^^), e boh. È una cosa che un po’ mi disturba, in realtà, perché è una scala di valori onestamente un po’ arbitraria. (E se scavi un pelo dietro la superficie, non sempre così garantita). E un discorso simile mi capita con autore/scrittore: quando dico scrittore io, c’è praticamente sempre la maiuscola, e l’ho *sentita* nella tua risposta anche se non l’hai scritta.^^
      Però arriva un momento in cui uno deve definirsi e non so quanto sia utile questo continuo identificarsi al ribasso. Cioè, c’è gente che dovrebbe farlo come esercizio (*rolls*); altri a cui penso farebbe bene l’esercizio opposto. Per tentare una sorta di equilibrio, ecco.^^

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