Maturità

Ho sviluppato una strana tendenza, negli anni, a iniziare ogni storia con un ritorno a casa. Non è una cosa voluta, assolutamente – non è neanche una cosa pensata a tavolino. Semplicemente, ogni volta che penso a una storia nuova, al suo incipit, mi ritrovo un protagonista, un ritorno, la fine di qualche esilio più o meno auto-inflitto.

Che poi è lo stesso motivo con cui si apre “I segreti delle lucciole”, in fondo, ma lì aveva senso: ho iniziato a pensarci mentre ero a Siviglia, l’ho scritta pochi mesi dopo essere tornata dall’Erasmus. Adesso non mi muovo di casa da anni, eppure è come se non avessi fatto alcun progresso.

Forse è indicativo.

 

Domani sarà l’ultimo giorno di orali, finalmente. È stato uno stillicidio, questo esame, l’ansia della responsabilità che alzava la testa e l’insofferenza di non poter chiudere ancora la porta su un gruppo di persone che mi ha fatto sentire per due anni inadeguata, la preoccupazione involontaria per l’idiozia arrogante della loro adolescenza, il senso di colpa. In fondo, anche la tenerezza.

È strano essere commissario interno in una maturità. È strano anche essere commissario esterno, in realtà, o forse è soltanto che mi trovo ancora in quella fase in cui è strano tutto. Ma trovarti di fronte delle persone che non conosci affatto è diverso, ti rendi conto di avere accesso a una fetta della loro vita e basta e insomma, se non sanno chi era Rafael Alberti può essere colpa loro, del loro libro, del docente che non ci si è soffermato molto ma mai tua, in ogni caso. Con una classe con cui litighi da due anni, è più un incrociare le dita perché le prestazioni siano tutte conferme, l’ansia di fare le domande giuste adesso, di non aver fatto quelle giuste il resto dell’anno; la dolcezza di vedere gli argomenti di alcune tesine, lo sconcerto di altre. Punteggi immeritati, interrogazioni frustranti in cui emerge non tanto l’ignoranza, quando l’idiozia inspiegabile di non sapersi preparare bene neanche su un argomento a scelta.

In quelle ore lentissime che non puoi davvero riempire, hai tempo di fare scoperte sconcertanti come quella che tu del tuo esame non ricordi niente davvero, neanche quali fossero i commissari, assolutamente non quali domande ti avessero fatto, neanche la materia della seconda prova, figurarsi l’argomento. Robi dice che c’era un sacco di gente a sentirmi, durante l’orale, e che alla fine i compagni avevano esultato. Io ho la sensazione di aver parlato di Whitman, so che l’argomento della tesina era l’omosessualità di Lorca. Per il resto nebbia. Rowan che, dal suo angolino, sorride e alza la testa.

Dopo due anni e mezzo di lavoro, ancora non ti senti un insegnante, nel modo più assoluto.

 

Alcuni mi mancheranno, certo. Mi mancano già, in fondo, in quel modo malinconico e salato degli addii che non si consumano davvero. Elisa, Simona, le due Giulie che non si chiamano nello stesso modo e anche Miriam, probabilmente, Giorgia, Alberto – alcuni dei maschi, in maniera astratta e curiosa. Più nel senso che mi piacerebbe sapere come cresceranno, ma sono ben felice che stiano uscendo dalla mia vita. E un po’ mi sento in colpa che i nomi siano così pochi, perché credo che almeno in parte la responsabilità sia mia, ma poi penso all’effetto completamente diverso che mi farà salutare la quinta del prossimo anno, se tutto andrà bene e potrò tornare a completare con loro il percorso, e decido che no. Con questi, potevo fare ben poco.

 

(L’altro senso di colpa nasce dal fatto che, assistendo a ogni orale potenzialmente disastroso, l’angoscia non è tanto rivolta al ragazzino che sta passando adesso, ma al pensiero di quelli del prossimo anno – perché so che se ci fossero stati loro, nella situazione di questi giorni, con dei commissari esterni diversi, magari, che pretendono di valutare davvero solo il valutabile e nient’altro, l’esperienza sarebbe stata mille volte peggio.)

 

I ricordi positivi sono: il giorno in cui, all’uscita, ho trovato Elisa&Alberto&Giulia ad aspettarmi perché mi volevano salutare, e il modo in cui mi sorridevano, i loro grazie, e l’affetto che percepivo e che speravo di riuscire a ricambiare in qualche modo, anche solo con lo sguardo. Sono uscita di lì pensando che forse non avevo sbagliato davvero tutto. E l’interrogazione di Christian, tra gli ultimi – l’orgoglio per il suo percorso, per come ce l’ha fatta da solo. La tesina di Julia, e quella di Giorgia, la storia del loro passato che si mescolava al presente, l’augurio di un futuro altrettanto grande. Elisa sulla soglia dell’aula che assisteva all’orale degli altri, Simona raggiante alla fine del proprio. Le ragazzine di quarta, affacciate a guardare, la protettività scema con cui cercavo di capire chi stessero ascoltando. La disapprovazione con cui decidevo che, chiunque fosse, non le avrebbe comunque meritate.

La lettera che ho scritto alla mia professoressa di psicologia del liceo, mentalmente, mentre ascoltavo i miei studenti parlare di materie che non conoscevo affatto e pensavo a quanto sia stata determinante, lei, per il mio percorso. Anche se sono finita a fare tutt’altro, o forse proprio per quello.

Forse, proverò a scrivergliela davvero.

 

E poi domani sarà finita, comunque.

Finalmente.

 

Magari, prima o poi, riuscirò anche a trovare l’energia per scrivere uno dei mille ritorni che mi affollano la mente. O per cassare l’idea del ritorno del tutto, e cercarne una meno semplice.

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