Quasi estate

Non so se mi abituerò mai davvero all’influenza che ha la luce sul mio stato d’animo. Ho sempre detto che non potrei vivere bene più a nord di dove sono adesso, ma più passa il tempo e meno penso che sia un’esagerazione: sospetto che la ragione per cui i nove mesi passati a Siviglia sono stati i più belli della mia vita non fosse solo la città meravigliosa, ma il sole, il caldo, la sua luce.

La settimana scorsa qui era ancora praticamente inverno: cielo coperto e pioggia, umidità che impregnava l’aria senza alcuna promessa di schiarita. In due giorni è praticamente arrivata l’estate e io mi sento rinata, come ogni volta; mi sento leggera, morbida, rilassata. La mia vita non è cambiata in niente: ho ancora tre settimane di scuola, ho ancora la prospettiva di dover seguire la maturità fino a luglio inoltrato; ho ancora due traduzioni da completare nel frattempo. Ma è come se tutto avesse ritrovato la sua dimensione effettiva, di sfida quotidiana, invece che di macigno. Ed è un sollievo.

Mi sto accorgendo sempre di più che metà delle ragioni per cui fatico a vivere bene il mio lavoro è che, di fatto, non mi sto occupando di quello che davvero mi interessa e per cui sono preparata. So che è pretendere tanto, e so che dovrò trovare il modo di risolverla lo stesso, ma in questi giorni che ho potuto parlare di lingue in senso lato – quelle parlate in Spagna, in parte, e soprattutto quelle parlate in America Latina – mi ha fatto capire cosa potrei provare alla fine di una lezione di cui sono soddisfatta. E non c’entrava nulla la risposta degli studenti – la quinta, soprattutto, è rimasta praticamente indifferente quando parlavo della colonizzazione dell’America Latina e dei sostrati indigeni così come quando cercavo di far studiare loro cosa fosse la Borsa – ma semplicemente la sensazione di stare dando qualcosa a chiunque volesse prenderla. Forse, una volta che maneggerò un po’ meglio il programma di base, potrò provare a inserire qualche variazione più stimolante.

(Mi rendo conto – e questo è un errore – che tendo sempre ad avere *me* come punto di vista, quando insegno. Non l’insegnante che sono, ma la studente che sono stata: imposto le lezioni come sarebbero servite a lei, spesso, mi valuto in base a come mi avrebbe valutato lei nel profondo. Ed è un casino, perché io sono sempre stata una studente autonoma e poco scolastica, soprattutto nell’apprendimento della grammatica, e non credo che i metodi che avevo elaborato per me funzionino davvero in questi contesti. Ma a quella ragazzina una lezione sulle lingue parlate in America Latina sarebbe piaciuta tantissimo, e per ora, almeno, mi farò bastare questo.)

Sul versante positivo, in terza c’è un ragazzino meraviglioso che adora Carlos Ruiz Zafón. A volte parlarci mi fa tornare in mente come avevo vissuto io L’ombra del vento alla sua età: ieri durante l’interrogazione mi ha detto che gli dispiace essere andato a Barcellona da piccolo perché ancora non l’aveva letto, e che tornarci adesso sarebbe completamente diverso. Io avevo passato un anno ossessionata da quella città, all’epoca, soltanto per la magia di quel romanzo. Ed è una tenerezza strana vedere un ragazzino di dieci anni più piccolo innamorato di quella storia.  Mi fa venire voglia di leggere l’ultimo della quadrilogia soltanto per farlo felice. (L’altro giorno mi ha detto che lo trovavo anche in biblioteca, probabilmente. E in realtà ce l’ho già sul lettore. Ma ho un po’ paura della delusione, credo. È il gatto di Schrödinger, in fondo – lui assicura che è bellissimo, ma dopo un secondo e terzo libro belli ma non eccezionali, inizio a temere di avere ormai superato la fase innamoramento, e non so come la prenderebbe la ragazzina che si commuoveva ogni volta che intravedeva quella copertina sullo scaffale di qualche libreria).

(E parlando di paure analoghe: il fatto che Arundhati Roy stia per pubblicare il suo secondo romanzo dopo vent’anni mi riempie di ansia folle. Quando uscirà dovrò leggerlo per forza: lo sto aspettando da quasi quindici anni. Ma le possibilità che mi innamori quanto Il dio delle piccole cose sono inevitabilmente basse. Ed è un pensiero dolce, e triste, e malinconico insieme.)

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2 thoughts on “Quasi estate

  1. ste

    La solita tenerezza, io odio il caldo ma quando arriva penso sempre a te. A come ti farà bene e ti avvolgerà, meglio di una coperta perché non tocca e non costringe… ma trasmette calore comunque. È commovente immaginarti mentre insegni, mentre fai lezione per quella te bambina che ne sarebbe stata così felice. Per il resto, io pure ho aspettato anni e anni… quindi ho l’ansia, Il Dio delle piccole cose l’ho letto grazie a te e non riesco a immaginarmi un secondo romanzo altrettanto magico e bello. Anche se tanti anni di distanza fanno ben sperare, forse. O magari di tempo ne è passato troppo e non la riconoscerò nelle sue stesse parole. Potrebbero essere più intense e precise o più sbiadite e corrotte dagli anni. Non ci resta che aspettare ancora un po’. ^^

    1. micol

      Ma forse per chi vive a sud è anche diverso – ricorderò sempre il giorno in cui a lezione di letteratura, a Siviglia, la professoressa aveva parlato con tutta la naturalezza del mondo di settembre come del *ritorno* alla vita e del sollievo alla calura estiva.^^ Per me comunque l’estate è davvero sempre un risveglio: mi torna voglia di fare, provare, quel senso di leggerezza che ti permette di vivere senza preoccuparti di continuo per cose inutili. Ho appena passato mezz’ora in giardino a svasare e trapiantare fiori, per dire.^^

      Per la Roy, io sono davvero terrorizzata. Ogni volta che vedo un post su questo romanzo imminente ho un attimo di gioia pura seguito dall’ansia. Però ecco, ha aspettato vent’anni, quindi credo significhi che ha scritto perché sentiva di nuovo l’esigenza di scrivere, e non tanto per fare. E boh. Ho sempre rispettato tantissimo la sua scelta di pubblicare quel romanzo meraviglioso e poi ritirarsi – per così dire – di nuovo nel suo attivismo, quindi non posso che essere commossa all’idea che adesso abbia qualcosa di nuovo.^^
      Insomma, incrociamo le dita. ^___^

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