Sull’eticità di ambientazioni&temi

A volte mi chiedo quanto sia etico scegliere certe ambientazioni per una storia – non solo a livello di paese, o cultura o subcultura, ma proprio di… temi che vengono messi in gioco. Tipo il traffico di droga, per esempio. O la violenza sessuale, l’omicidio di bambini o adolescenti, scenari storici come schiavitù e stermini. O la mafia, per restare più vicini a noi.

Mi chiedo se sia una questione di focus, più che di argomento. Forse non esistono temi tabù, forse è solo che se li affronti devono essere al centro della narrazione, non puoi usarli come scenario. E forse è per questo che sono i romance, spesso, a lasciare un gusto amaro in bocca: perché nel romance tutto ciò che non riguarda la relazione tra i protagonisti tende a scivolare sullo sfondo, per definizione, e ti ritrovi quindi ad approfittare – sia come autore sia come lettore – del dolore e della sofferenza per ottenere soddisfazioni emotive, senza renderti quasi conto, sul momento, dell’enorme mancanza di rispetto che questo comporta. Ma d’altro canto, è davvero una mancanza di rispetto più grande, questa, di quelle storie che invece puntano al patetismo, o di un thriller che costruisce la tensione sull’orrore istintivo che ci provoca l’idea di una ragazzina rapita e tenuta prigioniera da uno stupratore? E se anche si fa tutto per bene, e si mettono le questioni in primo piano, si cerca di non uscire dal seminato e di trattare soltanto gli argomenti più seri nel modo più preciso – non è forse il fatto stesso di voler entrare in uno scenario tanto orribile una qualche mancanza di rispetto?

È un ragionamento estremo, lo so. E alla fine lascia un po’ il tempo che trova, perché è statisticamente più facile (e frequente, presumo) perdere di vista l’orrore quando scrivi una storia d’amore che quando cerchi in qualche modo di raccontarlo. Ma per me è sempre stata una questione tirata anche in ballo dai thriller, per esempio – dal piacere ambiguo di una storia orrenda, l’interesse morboso per la morte e il dolore, che a volte diventa impalpabile e sensazionalistico anche quando non si tratta di fiction ma di cronaca nera. Molte volte ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere una storia di quel tipo, e se non ci ho mai provato seriamente non è solo per incapacità o mancanza di coraggio: c’è una strana ritrosia, nel non essere sicuri di apprezzare la parte di sé che alimenta l’interesse per qualche tropo narrativo. A volte mi chiedo se l’unico modo in cui potrei raccontare una storia del genere senza compromettere troppo la mia coscienza sarebbe incentrandola appunto su questa morbosità inquietante e imbarazzata. La vergogna voyeuristica.

D’altro canto, è una cosa che sto tenendo a mente molto anche in questo periodo in cui gioco con l’idea di recuperare Disamistade per collegarla alla borderland messicostatunitense. Perché l’equilibrio è delicato e la tentazione di sublimare la realtà è forte – ma quanto è onesta, anche? Scrivere ispirandoti a situazioni reali ma allontanarne la responsabilità ambientando la storia in un mondo alternativo è una via di mezzo pericolosa, credo. Sarebbe semplicissimo mescolare insieme le cose che mi affascinano – il deserto, la morte, il concetto stesso di terra di confine; e poi lo spettro di Ciudad Juárez, e la magia dei nagual, Octavio Paz e il suo ritratto dell’anima messicana – e proiettarle su uno scenario fantastico dove il sapore di sangue si perda, e diventi meno pericoloso. E forse lo farò, perché mi piacerebbe davvero tanto. Ma vorrei nascesse dal bisogno di esorcizzare qualche cosa – non dalla paura di evocarla.

Non so. È anche che sto leggendo un thriller/romance/mm ambientato in quella zona – tra narcos e cartelli e agenti sotto copertura – e sono incappata nella recensione negativa di una lettrice messicana che è stata come sempre una doccia fredda. Perché avrei potuto farli anche io, gli stessi errori, forse – o forse non quelli, non esattamente, ma altri di certo. Il che, chiaro, è da mettere in conto. Eppure: l’intenzione “leggera” è davvero una giustificazione? E se lo è, è sufficiente?

(Il talento forse sta proprio in questo, però: nel non trasformarlo in uno spettacolo voyeuristico. E serve sensibilità, onestà intellettuale; serve impegno e coraggio e ricerca approfondita. Da tenere a mente, per quando ci si proverà.)

 

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