«Era más ligero que el agua»

C’è una tenerezza lieve in certi ritorni, in coincidenze che sono quasi appuntamenti fissi: ho passato il pomeriggio a leggere di Cuba, senza troppa voglia, ma tra analisi&terminologie un po’ obsolete e molte cose già viste sono incappata in un poeta morto prima della rivoluzione, che chissà come finora mi era sfuggito del tutto: Emilio Ballagas. Ero in terrazza, al sole; avevo solo il lettore ebook in mano. La citazione era breve, ho appuntato il nome alla meglio.

Stasera, leggendo la poesia completa, mi stupivo di quanto fosse familiare, per qualche ragione strana. Questione di cadenza e ritmo, più che delle immagini troppo astratte: una melodia forse ingannevole. E poi, mentre leggiucchiavo altri articoli sul suo conto, sulle cifre interpretative e l’universo del non detto che articolava il suo omoerotismo, l’occhio mi è caduto sul nome di Cernuda.

Perché era lui, certo, l’eco che intuivo, e non è neanche strano, in fondo: in lingua spagnola, è stato lui il primo ad avere il coraggio di parlare apertamente, senza pudore o vergogna, del proprio orientamento sessuale – il primo a farne una bandiera, ad accettarne la distanza. Sicuramente non stupisce che sia arrivato anche oltreoceano, che un suo quasi coetaneo lo apprezzasse e si ispirasse ai suoi versi, e li citasse. Ma mi fa tenerezza lo stesso, una strana fierezza che non ha ragione di esistere eppure in qualche modo accompagna ogni nostro incontro.

Di solito non sono il tipo che si affeziona ai personaggi che stanno dietro i versi che amo, tendo a non dargli molto peso. Nel caso di Cernuda, non posso evitarlo. Mi fa tenerezza anche la sua stronzaggine, immaginarlo solo e bisbetico e pieno di rabbia e rancore. Mi fa tenerezza il suo esilio – o i tanti esili a cui si è costretto anno dopo anno – e sapere che ha avuto la sua rivincita, alla fine. Che non è mai stato davvero sconfitto.

Emilio Ballagas citava “El joven marino” come epigrafe della sua “Elegia sin nombre”: «Mas, ¿qué importan a mi vida las playas del mundo? / Es ésta solamente quien clava mi memoria». E tutta quella poesia è un rimando, oltre che un lavoro bellissimo, ma in qualche modo, ciò che continua a colpirmi di più di quei versi è l’ombra di Cernuda. La sua voce nascosta sotto la voce di Ballagas, un’eco leggera eppure inconfondibile. E il pensiero di lui, sparso in giro per il mondo. <i>Conforme a su deseo</i>. Ancora oggi. O finalmente, forse.

(Ho trovato Cernuda anche nel lavoro di uno dei principali intellettuali portoricani della New York anni settanta, Manuel Ramos Otero. Ha scritto un saggio intero sulla sua opera, “The Ethics of Margination in the Poetry of Luis Cernuda”, approfittando della sua storia e del suo esilio per guardarsi allo specchio e raccontare la propria. Nomi che ritornano. Probabilmente perché davvero, come sosteneva lui, stava scrivendo per qualche “poeta futuro”.)

[La poesia di Ballagas comunque è bellissima sul serio.^^ L’inizio:

«Descalza arena y mar desnudo.
Mar desnudo, impaciente, mirándose en el cielo.
El cielo continuándose a sí mismo,
persiguiendo su azul sin encontrarlo
nunca definitivo, destilado.

Yo andaba por la arena demasiado ligero,
demasiado dios trémulo para mis soledades,
hijo del esperanto de todas las gargantas,
pródigo de miradas blancas, sin vuelo fijo.

Se hacían las gaviotas, se deshacían las nubes
y tornaban las olas a embestir a la orilla.
(Tanta batalla blanca de espumas desatadas
era para cuajar en una sola concha, sin imagen de nieve ni sal pulida y dura.)

El viento henchía sus velas de un vigor invisible,
danzaba olvidadizo, despedido, encontrado
y tú eras tú.
Yo aún no te había visto.»]

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